Le ragioni della rivoluzione e il futuro dell’Egitto. Intervista a Massimo Campanini*

*Massimo Campanini è docente di Storia dei paesi islamici all’Università di Napoli l’Orientale. Tra le sue ultime pubblicazioni L’esegesi musulmana del Corano nel secolo ventesimo (2008), Il pensiero islamico contemporaneo (2009) e Storia del Medio Oriente (2010).

D : Professor Campanini quali sono state a suo avviso le cause che hanno scatenato la rivolta cominciata il 25 gennaio del 2011 in Egitto e che hanno portato alla caduta del trentennale regime di Hosni Mubarak?

R : Le cause sono state molteplici, di carattere sia politico sia economico. Dal punto di vista politico, evidentemente la società egiziana era stanca di subire le sopraffazioni di un sistema autocratico che restringeva gli spazi di espressione libera e di partecipazione, che brogliava le elezioni, che manteneva in vigore lo stato di emergenza da più di trent’anni, che impediva un’autentica dialettica di pluralismo politico. La volontà di Hosni Mubarak di portare alla presidenza il figlio Gamal è stata poi la goccia che ha fatto traboccare il vaso, in quanto testimonianza di una arroganza e patrimonialità del potere che non poteva più essere sopportata. Dal punto di vista economico, la società egiziana soffre di profondi squilibri nella distribuzione della ricchezza, con ristrette elite di ricchi e masse di poveri che faticano a trovar lavoro e a sbarcare il lunario. Negli ultimi anni, c’erano state molteplici proteste sociali, soprattutto nel settore industriale, con scioperi diffusi (e qualche volta vittoriosi). Queste proteste tuttavia non avevano ancora avuto carattere politico, ma solamente di rivendicazione economica e salariale. Questa volta, l’aspetto politico è diventato dominante grazie alla catalisi provocata dalle richieste di cambiamento istituzionale e costituzionale. In questo modo, le rivendicazioni economiche hanno assunto maggiore incisività e universalità e hanno condotto al rovesciamento del presidente. Come terzo elemento, vi è da ricordare la corruzione che per lungo tempo ha permeato la società egiziana, impedendole di crescere e di essere veramente moderna. Evidentemente tutti questi aspetti hanno indotto le masse a una ribellione che è stata, a tutta apparenza, trasversale e spontanea.

D : Non è la prima volta che la popolazione egiziana scende in massa nelle piazze delle principali città del paese per contestare il governo: già nel gennaio del 1977 studenti e disperati delle baraccopoli protestarono contro la politica di liberalizzazione economica del Presidente Sadat. Nel 1984, sotto Mubarak, i poliziotti del Cairo esasperati a causa della esiguità delle loro paga, innescarono una rivolta molto violenta. Tuttavia in entrambi i casi il regime ne uscì illeso,  riuscendo a soffocare le proteste nel sangue. Cosa è cambiato da allora? E’ possibile che i social network come Twitter o Facebook possano aver consentito un maggior coordinamento della rivolta oppure le cause del suo successo vanno ricercate altrove?

R : I social network hanno certamente, come ben noto, avuto un’importanza decisiva a mobilitare le masse e a rendere la rivoluzione un fenomeno appunto di massa e trasversale. Tuttavia, credo che ciò che è cambiato fondamentalmente risieda nella diminuita capacità di tenuta del sistema e del regime. All’epoca della rivolta del 1977, Sadat era saldamente in sella e l’Egitto viveva un periodo di trasformazione tumultuosa. All’epoca della rivolta dei poliziotti, Mubarak era saldamente in sella e godeva dell’appoggio delle forze che contano all’interno dello stato. Oggidì, invece, il potere appare logorato (soprattutto se visto in retrospettiva). Si è verificato uno iato tra istituzioni e popolo che inevitabilmente indeboliva le prime e lasciava più spazio al secondo per una rivendicazione politica. Ecco, forse un secondo elemento da considerare è che la rivoluzione del gennaio 2011, rispetto a quelle del 1977 e del 1984, sembra aver acquisito maggiore consapevolezza politica, maggiore profondità rispetto alle sue rivendicazioni, mentre le sollevazioni per il pane e dei poliziotti erano soprattutto dovute a motivi economici.

D : Molti in Occidente temono che la caduta di Mubarak possa portare al potere i Fratelli Musulmani. Secondo lei questo timore è motivato? E’ possibile che una volta al potere i Fratelli Musulmani trasformino l’Egitto in una  teocrazia sul modello iraniano o saudita?

R : I Fratelli Musulmani possono avere l’occasione storica di accedere al governo dopo decenni di persecuzione (soprattutto sotto Nasser), di legittimazione contestata e infine negata (sotto Sadat) e di emarginazione anche violenta (sotto Mubarak). Le anime della Fratellanza Musulmana sono molteplici, è vero, ma da molti anni la dirigenza ha, da una parte, rifiutato esplicitamente la violenza per arrivare al potere, e, dall’altra, affermato di accettare le regole del gioco democratico (pluripartitismo e libere elezioni). Nello scenario che si profila del dopo Mubarak, i Fratelli Musulmani concorreranno certamente alla formazione del nuovo parlamento e cercheranno di far sentire la loro voce nella formazione del nuovo governo. Ciò implicherà inevitabilmente l’accettazione delle regole del gioco, anche in rapporto e in interrelazione dialettica con le altre forze di opposizione e – perché no – col Partito nazionale democratico, che rimane la principale organizzazione politica del paese, con una struttura articolata e un sistema di potere consolidato. Naturalmente, lo scopo dei Fratelli Musulmani è in prospettiva quello di realizzare lo stato islamico. Al proposito due osservazioni sono da fare. Da una parte, non credo che la via allo stato islamico sia una via lastricata di violenza e che si percorre attraverso un golpe armato. Da sempre la strategia dei Fratelli Musulmani è stata quella di preparare l’avvento dello stato islamico attraverso una profonda modificazione della società islamica, attraverso cioè un’islamizzazione dal basso che vede nella presa del potere l’esito ultimo di una trasformazione sociale e civile della comunità. D’altra parte, l’eventuale stato islamico dovrebbe essere diverso da quello iraniano perché fondato sui principi sunniti – potenzialmente democratici – della consultazione (shura) e del consenso (ijma’) e non sul principio sciita del vicariato del giureconsulto; e diverso da quello saudita perché fondato sul principio di una repubblica islamica e non di una monarchia teocratica. La stessa utopia, coltivata dai Fratelli Musulmani, di ricostituzione del califfato non può non avvenire in un quadro istituzionale completamente diverso da quello del califfato degli Omayyadi e degli Abbasidi, fondato sul tribalismo oppure sul controllo autocratico e tirannico delle leve del potere.

D : Alcuni commentatori, hanno paragonato le recenti rivolte nel nordafrica al 1848 europeo. Il paragone le pare corretto?

R : Direi di no. Le rivoluzioni del ’48 europeo miravano bensì alla concessione di costituzioni liberali e all’apertura di nuovi spazi di partecipazione politica per la borghesia, ma devono essere comprese nel quadro politico del nazionalismo e culturale del romanticismo di metà Ottocento. Nelle rivolte del mondo arabo non è tanto la borghesia democratica a farsi largo, quanto tutte le fasce della popolazione con richieste di rappresentanza, di giustizia sociale, di ricostituzione dello spazio pubblico che sono originali al contesto del Nord Africa e del Medio Oriente.

D : Secondo lei quali dovrebbero essere i provvedimenti più urgenti che un governo democraticamente eletto dovrebbe prendere per migliorare le condizioni di vita  dei milioni di egiziani che vivono in estrema povertà?

R : Naturalmente, in primo luogo riforme economiche che garantiscano una più equa distribuzione della ricchezza e una riforma del welfare che non sia più solamente assistenziale, ma soprattutto ricostruttivo del tessuto sociale. Ma le riforme economiche devono essere precedute e guidate dalle riforme politiche. Elezioni corrette e trasparenti devono portare alla costituzione di un parlamento effettivamente rappresentativo della volontà popolare nella pluralità delle sue manifestazioni e delle sue voci (compreso quelle religiose, come i Fratelli Musulmani ma anche i copti). Elezioni corrette e trasparenti con una molteplicità di candidati devono portare alla guida dello stato un presidente della repubblica che abbia meno poteri di quelli concentrati nelle mani di Nasser, Sadat e Mubarak, che abbia una funzione soprattutto esecutiva e non legislativa e militare, che possa costituire l’autentico simbolo dell’unità nazionale e l’autentico rappresentante dello spirito dell’egizianità.

D : Quali ripercussioni potrebbe avere il cambio di regime in Egitto sul conflitto arabo-israeliano?

R : Mubarak aveva seguito una politica supina agli interessi dell’Occidente e in modo particolare degli Stati Uniti e aveva perciò garantito a Israele uno sostanziale neutralità dell’Egitto rispetto al conflitto coi palestinesi. È difficile ipotizzare se un nuovo governo modificherà questo atteggiamento. Personalmente, non credo che siano da attendersi particolari cambiamenti. L’Egitto ha bisogno dell’aiuto americano e non può permettersi di perseguire una politica anti-occidentale. D’altro canto, l’Egitto non può e non vuole combattere un’altra guerra con Israele. La pace sul fronte mediorientale è troppo preziosa anche per promuovere la crescita economica e sociale del paese. Per cui, anche se i nuovi governanti egiziani dovessero decidere di assumere una posizione maggiormente favorevole ai palestinesi, non penso che questo provocherebbe un mutamento totale di strategia nei confronti di Israele. Nemmeno se i Fratelli Musulmani dovessero acquisire un peso significativo all’interno del nuovo esecutivo (gli islamisti non hanno mai visto di buon occhio le concessioni al nemico sionista, ma penso che possano essere sufficientemente pragmatici per capire quali sono gli effettivi interessi dell’Egitto). È Israele, piuttosto, il quale ha spesso perseguito politiche aggressive e intransigenti nei confronti dei vicini arabi, che ha in mano le carte per allentare la tensione con i paesi confinanti (anche con l’Egitto con cui la pace in ogni modo non è mai stata particolarmente “calda”), decidendosi a concedere agli interlocutori palestinesi qualcosa di effettivamente tangibile.