Le ragioni del No all’Hub militare

Relazione di Manlio Dinucci all’Audizione della 1a Commissione Permanente del Consiglio Comunale di Pisa, 19 gennaio 2011

Prima di esporre le ragioni del Coordinamento No Hub, occorre ricordare quali sono le caratteristiche dell’aeroporto di Pisa.

CHE COS’E’ L’AEROPORTO DI PISA E QUAL E’ IL SUO TRAFFICO ATTUALE
L’ARPAT (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale in Toscana) così lo descrive nel suo studio “Monitoraggio acustico dell’aeroporto di Pisa a partire dal 2001” (20 novembre 2009):
«L’aeroporto di Pisa è un aeroporto militare aperto al traffico civile; pertanto, la gestione delle piste, della torre di controllo, delle radioassistenze alla navigazione e del radar di controllo di avvicinamento compete all’Aeronautica militare italiana. L’aeroporto si trova a 2 km a Sud del centro della città di Pisa e ha due piste, una principale lunga 2993 m e l’altra ausiliaria lunga 2497 m. Entrambe le piste però possono, non contemporaneamente, essere utilizzate nelle due direzioni, sia per il decollo che per l’atterraggio. La direzione privilegiata è quella da e verso Sud, poiché ciò evita il sorvolo della città. In condizioni meteorologiche di vento in coda maggiore di 10 nodi è obbligatorio per gli aeromobili in decollo l’utilizzo della direzione Nord, mentre l’atterraggio da questa direzione, seppure evento raro, risulta necessario in condizioni di vento dal mare di notevole intensità. La direzione Nord per i decolli è frequentemente utilizzata specialmente durante il periodo estivo, per gestire l’elevato traffico attuale, con la conseguenza che oltre la metà dei decolli avviene in quella direzione».
Secondo i dati forniti dalla SAT (Società Aeroporto Toscano Galileo Galilei S.p.A.) i movimenti di aeromobili civili hanno superato nel 2007 il numero di 40.000 annui (42.691), raddoppiando nell’arco di dieci anni. A questi si aggiungono i movimenti di aeromobili militari. Nel sopracitato studio dell’ARPAT si specifica che «i voli militari sono circa un terzo di quelli civili», ossia circa 14.000 annui. Ciò significa che, secondo questi dati ulteriormente da aggiornare, in un anno vengono effettuati all’aeroporto di Pisa, complessivamente, oltre 55.000 decolli e atterraggi, in media circa 150 al giorno.

CHE COS’E’ L’HUB MILITARE
Nel Programma pluriennale di A/R n. SMD 06/2010, presentato alle Commissioni Difesa del Senato e della Camera, esso viene definito «Hub aereo nazionale dedicato alla gestione dei flussi, via aerea, di personale e di materiale dal territorio nazionale per i teatri operativi, e viceversa, con tempestività e efficacia».
Nella relazione presentata dal sen. Luigi Ramponi alla Commissione Difesa del Senato, il 12 ottobre 2010, viene così descritto: «Tale struttura di grandi dimensioni (che utilizzerà soluzioni logistiche già sperimentate con successo nel settore civile), dovrà, in particolare, essere adeguatamente connessa con le principali vie di comunicazione stradale, ferroviaria e navale, gestire la ricezione, lo stoccaggio e lo smistamento dei materiali, preparare e curare l’allestimento del carico, ricevere e gestire vettori di trasporto aereo (militari e civili) di diverse capacità e caratteristiche (sia di grandi che di medie dimensioni), ed essere in grado di gestire contemporaneamente più operazioni di imbarco e sbarco di personale e materiali».
Nella relazione presentata dall’on. Roberto Speciale alla Commissione Difesa della Camera il 26 ottobre 2010, viene così descritto: «Scopo del programma è la realizzazione di un hub aereo nazionale dedicato alla gestione dei flussi, via aerea, di personale e di materiale dal territorio nazionale per i teatri operativi, e viceversa, in grado di: assicurare il collegamento con le principali linee di viabilità (navale, ferroviaria e stradale); ricevere e gestire vettori da trasporto aereo, militari e civili, sia cargo sia passeggeri, di grandi e medie dimensioni; gestire la ricezione, stoccaggio e smistamento dei materiali da movimentare; preparare e curare l’allestimento del carico, incluso i carichi di merci pericolose. La nota illustrativa del programma precisa che l’Hub aereo nazionale dovrà essere realizzato sull’aeroporto di Pisa e sarà contraddistinto da strutture dedicate per la ricezione, il check-in, il check-out, i controlli di sicurezza, passaporti e doganali, la ricezione, la verifica, la preparazione, il confezionamento dei carichi e dei bagagli passeggeri, inclusi i controlli radiogeni e di sicurezza, nonché le operazioni di sicurezza legate al volo per gli equipaggi in transito. Oltre alle citate infrastrutture, faranno parte dell’Hub aereo nazionale anche le superfici operative orizzontali (piazzali, vie di rullaggio, raccordi eccetera) per la gestione e il parcheggio dei velivoli militari e/o noleggiati. La capacità di transito massimo dell’Hub aereo sarà di circa 600-1200 passeggeri giornalieri, mentre la sua capacità di movimentazione giornaliera massima sarà di circa 300-400 tonnellate».
Va qui rilevato che, nella relazione alla Commissione Difesa del Senato, l’Hub viene definito «struttura di grandi dimensioni», mentre – nell’audizione del 14 gennaio 2011 alla 1a Commissione Permanente del Consiglio Comunale di Pisa – il Generale Stefano Fort, il Colonnello Bruno Fratarcangeli e gli altri Ufficiali dell’Aeronautica hanno detto, con toni rassicuranti, che non occorrerà allargare l’attuale area dell’aeroporto militare Dall’Oro. Inoltre non hanno chiarito che cosa comporterà, per il territorio di Pisa e Livorno, il fatto che tale struttura «dovrà essere adeguatamente connessa con le principali vie di comunicazione stradale, ferroviaria e navale».

COME E’ STATA PRESA LA DECISIONE
L’annuncio viene fatto il 2 agosto 2010 dal portavoce della 46a Brigata aerea, maggiore Giorgio Mattia. Ecco, in sintesi, come Il Tirreno (3 agosto) riporta la notizia: «L’aeroporto militare Dall’Oro diventerà l’Hub nazionale delle forze armate. Pisa sarà il punto di riferimento per tutte le forze armate che avranno bisogno di spostarsi per via aerea per tutte le missioni nei teatri internazionali. Certamente, dovrà crearsi una sorta di cittadella all’interno dell’aeroporto militare. Sarà costruita anche una struttura ricettiva che potrà movimentare fino a 30 mila uomini perfettamente equipaggiati, in un arco di tempo di almeno un mese».
Il sindaco Marco Filippeschi esprime subito, pubblicamente, il suo appoggio al progetto dell’Hub militare. Ecco come Il Tirreno dell’8 agosto 2010 riporta, citandole tra virgolette, le sue dichiarazioni: «Per la nostra città non può che essere un onore accogliere le strutture che consentiranno all’aeroporto militare di essere il punto di riferimento, logistico e di volo, per le missioni di pace che le nostre forze armate saranno chiamate a svolgere. Senza sottovalutare anche le possibili ed interessanti ricadute occupazionali». Il Sindaco di Pisa esprime così il pieno appoggio della città al progetto dell’Hub militare senza aver richiesto il parere del Consiglio Comunale, né tantomeno consultato la cittadinanza. E lo esprime ancora prima che il progetto sia presentato in Parlamento. Successivamente, nel Consiglio Comunale del 4 novembre 2010, il Sindaco sostiene che si è trattato di un «equivoco»: spiega di essere orgoglioso non dell’opera in cemento (di cui, dice, saranno orgogliosi i militari) ma della presenza delle istituzioni militari a Pisa e del fatto che partono da qui le missioni di pace e solidarietà. Nella stessa seduta del Consiglio Comunale, l’assessore all’urbanistica Fabrizio Cerri ammette che «nessuno di noi ha visto un progetto», né «una cartografia in grado di esprimere un progetto compiuto».
Il Parlamento italiano viene chiamato a pronunciarsi sull’Hub di Pisa solo dopo che esso è stato annunciato e illustrato, il 2 agosto 2010, dal portavoce dell’Aeronautica militare, e dopo che questa ha pubblicato, il 3 agosto, un avviso di gara per la fornitura di mezzi, equipaggiamenti e sistemi per «il costituendo Hub aereo nazionale presso l’aeroporto militare di Pisa». L’Aeronautica militare, dunque, scavalca il Parlamento. Il Ministro della Difesa presenta infatti il programma dell’Hub in parlamento solo il 30 settembre 2010. L’Atto di governo relativo all’Hub militare, dopo essere stato approvato dalle Commissioni Difesa del Senato e della Camera, diventa esecutivo con la firma del Decreto l’11 novembre 2010.
Chiediamo al Consiglio Comunale: è possibile che un progetto di tale rilevanza venga imposto all’intera cittadinanza senza che essa sia stata minimamente consultata? Anche se i lavori interni all’aeroporto militare possono essere eseguiti senza l’autorizzazione degli Enti locali, è evidente che la realizzazione dell’Hub militare ha tutta una serie di ripercussioni sul territorio circostante, ossia nell’area di competenza degli Enti locali.

QUALE SARA’ L’IMPATTO AMBIENTALE
La decisione di realizzare a Pisa l’Hub militare  è stata presa senza che sia stato fatto alcuno studio sulle sue implicazioni per il territorio di Pisa/Livorno, anzitutto sull’impatto ambientale.
Nell’audizione del 14 gennaio 2011 alla 1a Commissione Permanente del Consiglio Comunale di Pisa, gli Ufficiali dell’Aeronautica hanno comunicato che la realizzazione dell’Hub comporterà solo un aumento di 350 voli annui (in media 1 al giorno): sono quelli che oggi vengono effettuati con aerei noleggiati da altri aeroporti italiani e che, una volta entrato in funzione l’Hub, saranno concentrati a Pisa. Hanno però passato sotto silenzio il fatto che tali voli andranno ad aggiungersi a quelli militari effettuati dalla 46a Brigata Aerea, che sono sicuramente destinati ad aumentare.
L’ARPAT ha effettuato un monitoraggio dell’inquinamento acustico provocato dagli aerei. Nello studio sopracitato, essa precisa però: «È opportuno ricordare riguardo ai voli militari, che sono circa un terzo di quelli civili, che il rumore da essi originato non è sottoposto ad alcuna limitazione operativa da parte della legge. In base anche alle procedure descritte (ad esempio: atterraggi da nord e sorvoli molto bassi) è possibile che parte del disturbo lamentato in varie occasioni dalla cittadinanza sia stato provocato da questo tipo di voli». Nell’audizione del 14 gennaio, gli Ufficiali dell’Aeronautica hanno garantito che l’Hub militare non provocherà un aumento del rumore, che sarà attenuato, oltre che da barriere anti-rumore, da sorvoli più alti al momento del decollo. Non hanno però spiegato come evitare che gli aerei sorvolino l’abitato a bassa quota al momento dell’atterraggio.
L’impatto ambientale dell’aeroporto – già oggi ai limiti della sostenibilità a causa dei crescenti sorvoli di zone abitate – non è solo quello acustico. Il traffico aereo, infatti, provoca un pericoloso inquinamento atmosferico, dovuto a sostanze chimiche che, emesse dagli aerei, si diffondono nell’area abitata sottostante. A questo si aggiungono altri tipi di inquinamento chimico, provocato dalla struttura aeroportuale. Sull’inquinamento chimico, più pericoloso di quello acustico in quanto non viene avvertito dalla popolazione, non ci risulta che l’ARPAT effettui un monitoraggio.
A titolo di esempio su che cosa dovrebbe essere fatto, riportiamo alcuni stralci dallo studio “Le emissioni aeroportuali”, pubblicato nel febbraio 2007 dall’ARPAV (Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto):
«Le strutture aeroportuali sono responsabili dell’emissione di un gran numero di inquinanti. Alcuni di questi sono strettamente legati alle attività che comportano una qualsiasi combustione: ozono (non emesso direttamente, ma formato dall’emissione dei suoi precursori), monossido di carbonio, ossidi di azoto, composti organici volatili e materiale particolato.
In generale, il funzionamento della piattaforma aerea può essere diviso in diverse fonti di inquinamento atmosferico.
• I motori d’aereo emettono principalmente ossidi di azoto (NOX), monossido di carbonio (CO), composti organici volatili (COV), biossido di zolfo (SO2) e polveri (PM). Emettono anche anidride carbonica (CO2) e acqua (H2O). Le emissioni di ossidi di azoto e delle particelle in sospensione sono preponderanti in fase di decollo e di salita, mentre le emissioni di monossido di carbonio e di idrocarburi sono preponderanti al momento dell’avanzamento a terra.
• Le emissioni al suolo risultano direttamente dal funzionamento dell’aeroporto: i gruppi elettrogeni, i gruppi ausiliari di potenza, i compressori, gli elevatori, i tappeti per i bagagli, le prove motori, i veicoli di servizio, le centrali di produzione di energia, le dotazioni per lavori, le dotazioni per la manutenzione, la conservazione di carburante, la conservazione di prodotti vari (solventi, pitture, prodotti di pulizia interna, prodotti di manutenzione degli spazi verdi), le zone di contenimento delle acque scure…
• A tutte queste fonti bisogna aggiungere il traffico stradale (veicoli personali, veicoli di nolo, taxi, bus, navette…) indotto per servire l’aeroporto (passeggeri, personale della piattaforma)».
Lo studio dell’ARPAV dimostra, tra l’altro, che c’è un rapporto diretto tra l’emissione di PM10 (le cosiddette “polveri sottili”) e il numero di movimenti degli aerei, come illustrato in questi due grafici:

Lo studio dell’ARPAV, relativo all’Aeroporto di Venezia, dimostra che un aeroporto in forte espansione come quello di Pisa provoca un crescente inquinamento chimico, dovuto sia ai voli, sia al funzionamento stesso della struttura aeroportuale e all’aumento del traffico stradale per i collegamenti con l’aeroporto. Particolarmente pericoloso è quello provocato dalle polveri sottili, minuscole particelle solide e liquide, non visibili all’occhio umano, contenenti migliaia di sostanze chimiche che, penetrando nei polmoni e nel sangue, possono provocare gravi malattie cardiache e respiratorie e anche tumori. Tutti questi tipi di inquinamento chimico cresceranno con la realizzazione dell’Hub militare.

QUALI ALTRI PERICOLI E DANNI PROVOCHERA’ L’HUB MILITARE
L’aumento dei voli, in seguito alla realizzazione dell’Hub militare, comporterà anzitutto un aumento del rischio di incidenti, come quello verificatosi nel novembre 2009. «Dopo 13 mesi nessuna perizia», titola Il Tirreno (21 dicembre 2010) a proposito dell’incidente del C-130J. Secondo l’inchiesta dell’aeronautica fu un «errore umano» a provocarlo. Viene però taciuta una informazione di non secondaria importanza. L’ha fornita il 24 novembre 2009 Flight International, una delle più autorevoli riviste internazionali di aeronautica: «Il Lockheed Martin C-130J dell’aeronautica italiana, precipitato il 23 novembre, è stato identificato come il primo esemplare ad essere stato modificato in aereo cisterna», qualificato per «il rifornimento in volo dell’elicottero AgustaWestland AW101 e dell’aereo da combattimento Eurofighter dell’aeronautica italiana». Il C-130J era stato modificato in cisterna volante con lo stesso kit di serbatoi usato sui C-130J dei marines Usa. I voli di prova e l’addestramento dell’equipaggio erano stati effettuati negli Stati Uniti. L’aereo così modificato, dotato di serbatoi con 32.540 litri di carburante (cui se ne può aggiungere un altro di 13.600 litri), in totale 46.140 litri, può rifornire in volo due caccia simultaneamente e, una volta a terra, può fornire carburante anche a veicoli da combattimento.
Tenuto conto che l’incidente, in cui è morto l’intero equipaggio, avrebbe potuto provocare una strage se l’aereo fosse caduto sull’abitato, pensiamo sia diritto dei cittadini pisani sapere se è vero quanto documenta Flight International. Secondo attendibili fonti militari, la 46a Brigata Aerea dispone di altri 7 aerei C-130J modificati in aerei cisterna KC-130J. Anche i C-130J da trasporto non sono esenti da incidenti: il 9 ottobre 2010, riporta Il Tirreno (10 ottobre 2010), un C-130J ha dovuto effettuare un atterraggio di emergenza a causa dell’avaria all’elica di uno dei quattro motori.
Il rischio di incidenti crescerà anche in seguito alla concentrazione nell’Hub di Pisa dei voli militari effettuati con aerei noleggiati: tra questi grossi aerei russi, come gli Antonov e gli Iliuscin, sulla cui affidabilità si possono avere ragionevoli dubbi. Ancora più preoccupante è tale rischio se si tiene conto del fatto che – come afferma la relazione alla Commissione Difesa della Camera – nell’Hub saranno stoccati e smistati anche «carichi di merci pericolose», ossia esplosivi. Nell’audizione del 14 gennaio, gli Ufficiali dell’Aeronautica hanno detto che tali carichi partiranno da una piazzola protetta da un terrapieno. Non hanno però detto che cosa avverebbe se un grosso aereo, carico di «merci pericolose», precipitasse appena dopo il decollo.
A ciò si aggiunge il fatto che l’Hub militare porterà probabilmente dei vantaggi ad alcuni settori economici, ma non alla cittadinanza nel suo complesso. Gli stessi Ufficiali dell’Aeronautica, nell’audizione del 14 gennaio, hanno smentito che l’Hub comporti «interessanti ricadute occupazionali» (come ipotizzato dal Sindaco). Nella migliore delle ipotesi, esso comporterà un leggerissimo aumento di personale, nell’ordine di poche decine. Dall’altro lato, la presenza dell’Hub contribuirà a stravolgere la vocazione culturale e turistica del territorio puntando sul militare.
Siamo di fronte a un nuovo tipo di militarizzazione del territorio, basato non solo sull’ampliamento delle strutture militari ma sulla loro integrazione con quelle civili. A Pisa essa si traduce in quella che viene esaltata come esemplare «convivenza della base militare e dello scalo civile». L’aeroporto, la cui gestione complessiva è militare, viene definito «un caso unico nel panorama degli scali italiani», perché vi si conducono attività sia militari che civili. Contemporaneamente, l’ampliamento del Canale dei Navicelli per favorire la cantiertistica permette alla base statunitense di velocizzare i collegamenti con il porto di Livorno e accrescere la sua capienza, così da rifornire più rapidamente le forze terrestri e aeree nell’area mediterranea, africana e mediorientale.
Tale integrazione tra strutture militari e civili comporta un aumento delle servitù militari, soprattutto in situazioni di acute crisi internazionali.

CHE COSA INDICA CHE L’HUB MILITARE SARA’ USATO ANCHE DA CAMP DARBY
L’aeroporto militare di Pisa viene da tempo usato, insieme al porto di Livorno, dalla vicina base statunitense di Camp Darby, che rifornisce le forze terrestri e aeree nell’area mediterranea, africana e mediorientale. Non è dato sapere quanti e quali sono i voli per trasportare materiali e uomini della base, ma sicuramente sono diversi. Ad esempio, quando nell’agosto 2008 Camp Darby fu attivata per l’invio di «forniture umanitarie» in Georgia, il trasporto venne effettuato dal Fleet Logistic Support Squadron 46, che trasferì nell’aeroporto di Pisa personale e aerei dalla base navale di Marietta, nello stato Usa della Georgia. Questa fu, naturalmente, presentata come una «missione umanitaria» diretta in un teatro bellico.
Nell’audizione del 14 gennaio 2011 alla 1a Commissione Permanente del Consiglio Comunale di Pisa, gli Ufficiali dell’Aeronautica hanno sostenuto che la base statunitense di Camp Darby non è stata ufficialmente informata del progetto dell’Hub, di cui essa è venuta a conoscenza solo attraverso la stampa. In tal modo hanno voluto dire che le Forze armate statunitensi non hanno niente a che vedere con il progetto dell’Hub militare. Nella relazione dell’on. Roberto Speciale alla Commissione Difesa della Camera si afferma però che «la struttura, una volta realizzata, potrà essere messa a disposizione della Nato per supportare i flussi di materiale e personale in caso di crisi internazionali». Il fatto stesso che l’Hub sarà in grado di movimentare fino a 36mila militari al mese, oltre il triplo di quanti l’Italia ha dislocati all’estero, e fino a 12mila tonnellate di materiali al mese, indica che la struttura è stata progettata per essere usata anche dalle forze Nato.
Poiché le Forze armate statunitensi costituiscono la principale componente della Nato, è evidente che l’Hub militare di Pisa verrà messo a disposizione in primo luogo delle forze statunitensi presenti sul territorio con Camp Darby. Lo conferma il fatto che, nella documentazione presentata alla Camera, si precisa che all’Hub di Pisa potranno atterrare e decollare anche i giganteschi C-17 Globemaster III, in dotazione all’aeronautica Usa, la cui capacità di carico è oltre il triplo di quella dei C-130J dell’aeronautica italiana.
Lo conferma il fatto che a Camp Darby, è stato recentemente costruito un nuovo gigantesco complesso di depositi ed edifici, tra cui una stazione elettrica e una meccanica, per una superficie di oltre 40mila metri quadri (come 7 campi di calcio internazionali), costato 40 milioni di euro. Sono stati rimossi 220mila metri cubi di terra, usate 5565 tonnellate di acciaio, 35mila metri cubi di cemento, 10 km di condutture elettriche e 16 km di tubazioni (U.S. Army, “3/405th AFSB getting new headquarters, maintenance facility, warehouses”, July 06, 2007). Ciò ha accresciuto la capienza di materiali militari. Con l’entrata in funzione dell’Hub, Camp Darby potrà usare, oltre al porto di Livorno, anche l’aeroporto di Pisa in misura molto maggiore di quanto faccia oggi. (Ritenendo la questione di Camp Darby strettamente interconnessa con quella dell’Hub militare, viene qui allegata, per conoscenza, la relazione presentata alla audizione della Commissione Affari Istituzionali e Garanzia della Provincia di Pisa il 30 gennaio 2006.)
Il nuovo concetto strategico, ulteriormente sviluppato dal summit Nato di Lisbona (novembre 2010), stabilisce che occorre investire meno nelle forze militari statiche, dislocate all’interno dei 28 paesi membri dell’Alleanza, e di più nelle forze militari mobili, in grado di essere proiettate rapidamente fuori del territorio della Nato. In tale strategia, tutte le basi Nato in Italia, a partire dal quartier generale della Forza congiunta alleata a Napoli, sono in fase di potenziamento. Tutte queste basi sono sotto comando statunitense. Il Comandante supremo alleato in Europa non può infatti essere un militare europeo. Deve, per regolamento, essere un generale o ammiraglio nominato dal presidente e confermato dal senato degli Stati uniti. Solo dopo, formalmente, il Consiglio atlantico viene chiamato ad approvare la scelta. Lo stesso criterio vale per gli altri comandi chiave dell’Alleanza. Ad esempio, a capo della Forza congiunta alleata a Napoli c’è un ammiraglio statunitense che è, allo stesso tempo, comandante delle Forze navali Usa in Europa e delle Forze navali Usa per l’Africa. Viene allo stesso tempo potenziata l’intera rete delle basi Usa in Italia. Da quella aerea di Aviano, dove probabilmente saranno concentrate tutte le bombe nucleari Usa in Europa, a quella di Vicenza, base della 173a brigata aviotrasportata e dello U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa). Da Camp Darby, a quella aeronavale di Sigonella. Nel quadro di tale strategia, l’Hub militare di Pisa svolgerà un ruolo chiave: da esso transiteranno soldati e materiali militari non solo delle forze armate italiane, ma anche delle forze statunitensi presenti in Italia o che transitano dall’Italia.
Ciò viene confermato indirettamente da quanto hanno sottolineato nell’audizione del 14 gennaio gli Ufficiali dell’Aeronautica italiana: l’aeroporto militare di Pisa, che prima aveva un ruolo tattico circoscritto al territorio nazionale, ha assunto un ruolo strategico, proiettato nei teatri operativi fuori dal territorio nazionale.

COME L’HUB CONTRIBUIRA’ ALL’AUMENTO DELLA SPESA MILITARE
Secondo le comunicazioni ufficiali, la costruzione dell’Hub militare verrà a costare circa 63 milioni di euro. In realtà, però, questa è solo la punta dell’iceberg. A tale cifra si aggiungono le spese per adeguare l’aeroporto alle esigenze della nuova struttura e per collegarlo adeguatamente alle vie di comunicazione. E per le spese operative, una volta che la struttura entrerà in funzione, occorreranno altre ingenti risorse.
Nella Nota aggiuntiva allo stato di previsione per la Difesa per l’anno 2011 (ottobre 2010), il Ministero della Difesa ribadisce «la necessità per l’Italia di mantenere uno strumento militare che  sia in grado di assolvere il compito  prioritario di  difesa dello Stato, attraverso la salvaguardia dei propri interessi vitali, comportando ineluttabilmente la  partecipazione ad operazioni multinazionali, di presenza, sorveglianza e di proiezione anche a grande distanza dal territorio nazionale», soprattuttto in «alcune aree di particolare importanza per la Nazione, sia per vicinanza geografica che per interessi specifici», in primo luogo «l’area del Mediterraneo allargato, comprendente i Balcani, l’Est Europeo, il Caucaso, il Nord Africa, il Corno d’Africa, il Vicino e Medio Oriente e il Golfo Persico». Compito delle Forze Armate, dunque, non è più solo la difesa della Patria, come sancisce la Costituzione, ma «la salvaguardia degli interessi vitali» nel «Mediterraneo allargato» che si estende fino al Golfo Persico. Nel quadro di tale strategia l’Hub militare svolgerà un ruolo di primaria importanza, contribuendo ad accrescere la proiezione di forze militari a grande distanza dal territorio nazionale.
Tutto ciò comporta un ulteriore aumento della spesa militare italiana, che nel 2010 ammonta a circa 25 miliardi di euro. Mentre si tagliano i fondi pubblici per i servizi sociali, sanità compresa, per la scuola, l’università, la ricerca e la cultura. Su base pro capite la spesa militare italiana si colloca al sesto posto mondiale e, come ammontare, al decimo posto. In tal modo l’Italia contribuisce all’enorme spesa militare della Nato. Questa, trainata dalla spesa militare degli Stati uniti equivalente a circa la metà di quella mondiale, è salita a circa 1000 miliardi di dollari annui, pari ai due terzi della spesa militare mondiale.
Ogni minuto si spendono nel mondo oltre 3 milioni di dollari in armi, eserciti e guerre; ogni giorno, oltre 4 miliardi di dollari. Questo mentre scarseggiano le risorse economiche per combattere la povertà, la fame, le malattie e l’analfabetismo. Basterebbe risparmiare, ad esempio, quanto si spende in tre giorni a scopo militare (circa 13 miliardi di dollari) per ricavare la cifra annua necessaria a dimezzare il numero di adulti analfabeti, che oggi è di circa un miliardo, e permettere che tutti i bambini possano andare a scuola. Basterebbe risparmiare quanto si spende in dieci giorni a scopo militare (circa 44 miliardi di dollari) per ricavare la cifra annua necessaria ad affrontare la crisi alimentare mondiale, che ha portato a oltre un miliardo le persone affamate.

CHE COSA DOVREBBE FARE PISA PER ESSERE «CITTA’ PER LA PACE»
Alla luce di questi fatti il Consiglio Comunale dovrebbe riconsiderare la realizzazione dell’Hub militare a Pisa, chiedendo al Comipar toscano almeno di bloccare il progetto per verificarne le implicazioni complessive.
Dovrebbe riconoscere che quelle effettuate dall’aeroporto militare di Pisa, e ancor più quelle che saranno effettuate dall’Hub militare, non sono «missioni di pace e solidarietà» ma, quasi esclusivamente, missioni di guerra.
Dovrebbe, in ultima analisi, applicare l’Art. 11 della Costituzione secondo cui «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

ALLEGATO
Informativa su Camp Darby / Relazione di Manlio Dinucci alla audizione della Commissione Affari Istituzionali e Garanzia della Provincia di Pisa (30 gennaio 2006)

Camp Darby fa parte del sistema delle basi Usa in Italia, le cui dimensioni possono essere dedotte dal rapporto ufficiale del Pentagono Base Structure Report 2005: le forze armate statunitensi posseggono nel nostro paese 1.614 edifici, con una superficie di 892 mila metri quadri, e hanno in affitto 1.190 edifici, con una superficie di 886 mila m2. Il personale addetto a tali basi ammonta a 14.000 militari e 5.140 civili, per un totale di circa 20 mila.
La Forza tattica statunitense del Sud Europa (Setaf) nasce nel 1955: il suo primo quartier generale viene posto a Camp Darby (il cui uso è stato concesso agli Usa nel 1951), mentre la maggioranza delle truppe è acquartierata a Vicenza. Qui, nel 1965, viene trasferito il Comando Setaf. Con la fine della guerra fredda questo comando, considerato logistico fino al 1992, viene trasformato prima in «comando d’appoggio», quindi in «comando di teatro» responsabile «del ricevimento, della preparazione al combattimento e del movimento avanzato delle forze che entrano nella regione meridionale per una guerra».
La Setaf dispone a tale scopo del 14o Battaglione di trasporto, che rifornisce le forze arrivate da basi esterne con il materiale bellico tenuto a Camp Darby e in altri depositi. Dispone allo stesso tempo della 173a Brigata e altre unità, che vengono proiettate direttamente nei teatri bellici. Grazie ad esse la Setaf ha svolto un ruolo di primaria importanza sia nella guerra contro la Jugoslavia, sia nelle due guerre contro l’Iraq e in altre operazioni compiute anche in Africa. La Setaf dipende infatti dall’Eucom (Comando europeo degli Stati uniti), la cui area di responsabilità (che si estende su circa 55 milioni di km2) comprende l’intera Europa, gran parte dell’Africa e alcune zone del Medio Oriente, per un totale di 91 paesi. La catena operativa di comando va dal Presidente, al Segretario della Difesa, ai Comandanti dei Comandi Unificati di Combattimento. Il Presidente dei Capi Congiunti del Personale (Joint Chiefs of Staff) operano all’interno della catena di comando trasmettendo ai Comandanti dei Comandi Unificati di Combattimento gli ordini del Presidente o del Segretario della Difesa.   
Come documenta un altro rapporto ufficiale del Pentagono (Report on Allied Contributions to the Common Defense, July 2003), l’Italia contribuisce per il 34% al costo economico del mantenimento di basi e forze statunitensi sul nostro territorio: il contributo annuo italiano, ammontante a 324 milioni di dollari nel 2001, è oggi sicuramente superiore a tale cifra.
Camp Darby è la base logistica che rifornisce le forze terrestri e aeree Usa nell’area mediterranea, nordafricana e mediorientale. Secondo il rapporto Base Structure Report 2005, essa comprende 136 edifici con una superficie di 60 mila metri quadri.
E’ l’unico sito dell’esercito Usa in cui il materiale preposizionato (carrarmati M1, Bradleys, Humvees, etc.) è collocato insieme alle munizioni, comprese sicuramente quelle a uranio impoverito e quelle al fosforo usate in Iraq.
Secondo lo stesso rapporto, altre strutture per il rifornimento e l’addestramento, comprendenti 327 edifici in proprietà e 58 in affitto, si trovano in tre località in provincia di Livorno e in due in provincia di Pisa.
Con la fine della guerra fredda, Camp Darby, come le altre basi Usa e Nato in Italia, ha acquistato una importanza ancora maggiore. Da qui è partita gran parte degli armamenti e altri materiali usati dall’esercito e dall’aviazione Usa nelle due guerre contro l’Iraq e in quella contro la Jugoslavia.
Ora, nel quadro della ridislocazione delle forze e basi statunitensi dall’Europa settentrionale e centrale a quella meridionale e orientale, il Pentagono ha necessità di aumentare l’efficienza della base. Da qui «l’ammodernamento degli impianti», di cui ha parlato l’ambasciatore degli Stati uniti Ronald Spogli durante la visita a Pisa il 26 gennaio. Anche se la base non verrà ampliata, essa avrà certamente bisogno di maggiori infrastrutture di supporto.
Fin qui la “scheda” su Camp Darby. Cerchiamo di capire ora perché questa base costituisce una fonte continua di pericoli.
Tutto inizia nel 1951, quando il governo De Gasperi stipula con quello statunitense un accordo segreto cedendogli una vasta area della pineta di Tombolo per costruirvi Camp Darby.
La funzione di questa base non è stata però solo quella di supporto logistico alle forze statunitensi. Dalle inchieste dei giudici Casson e Mastelloni emerge che Camp Darby ha svolto sin dagli anni Sessanta la funzione di base della rete golpista costituita dalla Cia e dal Sifar nel quadro dei piani segreti «Stay Behind» e «Gladio».
Camp Darby fa parte di un triangolo militare: a fianco della base vi sono una stazione statunitense di ascolto radio e il Cisam, l’ex Camen: qui, come rivela l’ex ministro della difesa Lelio Lagorio nel suo libro “L’ora di Austerlitz”, si progettò segretamente nel 1980 di costruire l’atomica italiana.
Camp Darby ha con tutta probabilità a che vedere anche con la tragedia del Moby Prince del 10 aprile 1991, in cui perirono 140 persone: quella notte nel porto di Livorno era in corso una operazione segreta di trasbordo di armi dirette probabilmente in Somalia (come documenta Enrico Fedrighini in “Moby Prince”, ed. Paoline).
Nell’agosto 2000 a Camp Darby si rasentò la catastrofe. Sull’episodio, già segnalato dalla organizzazione statunitense Global Security, emerge ora la prova definitiva. Essa viene fornita non da una organizzazione non-governativa, ma da una rivista ufficiale dell’aeronautica statunitense, Air Force Civil Engineer, che siamo riusciti a reperire. Nell’edizione della primavera 2001, il capitano Todd Graves fornisce un dettagliato resoconto (dal titolo Moving Munitions) di quanto avvenuto a Camp Darby (v. Appendice).
A causa del cedimento dei soffitti di otto depositi di munizioni, si creò una situazione di emergenza: in dodici giorni, nell’agosto 2000, si dovettero rimuovere con robot telecomandati (data la pericolosità dell’operazione) oltre 100 mila munizioni, con un peso netto esplosivo di oltre 240 quintali. Senza che le autorità civili e la popolazione fossero informate. Quando invece, per rimuovere una vecchia bomba della seconda guerra mondiale trovata in qualche campo, si evacua la popolazione da tutta la zona circostante.
The Shell Agreement – il memorandum d’intesa tra i ministeri della difesa di Italia e Usa sull’uso di installazioni/infrastrutture da parte delle forze statunitensi in Italia, stipulato nel febbraio 1995 durante il governo Dini – stabilisce che all’interno delle basi «il comandante statunitense ha il pieno comando militare sul personale, gli equipaggiamenti e le operazioni statunitensi», ma che «il trasferimento di materiale pericoloso (carburante, esplosivi, armi) nello spazio territoriale italiano» deve avvenire in «conformità alla legislazione italiana» (art. 16). Poiché il comandante statunitense di Camp Darby sostiene che quello è « territorio italiano a tutti gli effetti» (v. conferernza stampa dell’1-12-2005), ciò significa che Camp Darby viola la legislazione italiana. Oppure che Camp Darby non è territorio italiano.
Occorre considerare, per di più, che Livorno è uno degli 11 porti nucleari italiani (Augusta, Brindisi, Cagliari, Castellammare di Stabia, Gaeta, La Maddalena, La Spezia, Livorno, Napoli, Taranto e Trieste), in cui possono attraccare unità navali di superficie e sottomarini a propulsione nucleare (per la maggior parte statunitensi, in quanto la marina italiana non ha unità a propulsione nucleare).
I piani di emergenza militari e civili, entrambi finora “classificati”, risalgono alla fine degli anni Settanta e non non risultano aggiornati. Soprattutto la popolazione non ne è informata, per cui in caso di incidente sarebbe assolutamente impreparata. Manca inoltre qualsiasi copertura assicurativa per i cittadini nel caso di incidente.
Vi è poi la questione dell’impatto ambientale della base: si sa che, tra i siti di cui è prevista la bonifica in provincia di Pisa, circa la metà si trova all’interno di Camp Darby. Questa però probabilmente è solo la punta dell’iceberg: occorrerebbe quindi passare al setaccio la base per accertare quale sia il suo reale impatto ambientale.
Impatto non solo ambientale ma politico. Quale sia il ruolo delle basi statunitensi in Europa, e quindi anche di quelle in Italia, risulta evidente dal Rapporto presentato il 9 maggio 2005 al Presidente e al Congresso degli Stati uniti dalla Commission on Review of Overseas Military Facility Structure of the United States.
«La rete globale delle basi statunitensi – si afferma nel rapporto – è lo scheletro su cui si modellano la carne e i muscoli della nostra capacità operativa», il cui scopo principale è quello di «perseguire i nostri interessi nel mondo». In tale quadro «la presenza statunitense in Europa resta cruciale».
Le basi Usa in Italia ed Europa costituiscono i Forward Operating Sites (Siti operativi avanzati) che, «mantenuti in caldo con una limitata presenza militare statunitense a carattere rotatorio», sono rapidamente «espandibili» per operazioni militari su larga scala in una vasta area comprendente, oltre all’Europa orientale, il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Africa.
Importante a tal fine è il «preposizionamento» di armamenti ed equipaggiamenti, così che le forze che arrivano dalle basi negli Stati uniti e in altri paesi possano essere immediatamente dotate di tutto il necessario per la guerra. Tra i più importanti siti del preposizionamento statunitense figurano Aviano, Livorno e Sigonella.
Contemporaneamente – sottolinea il rapporto – le basi statunitensi in Italia ed Europa servono a «mantenere l’influenza e la leadership statunitensi nella Nato: nella misura in cui rimangono in Europa significative forze statunitensi, la leadership può essere mantenuta».
E’ dunque un documento ufficiale al massimo livello a dichiarare esplicitamente che la presenza militare statunitense in Europa serve non solo a proiettare forze nelle aree di interesse strategico, ma a mantenere l’Europa sotto la leadership statunitense.
Tutto questo risulta dagli stessi documenti ufficiali statunitensi.
La base è dunque un corpo estraneo e dannoso in un territorio la cui vocazione deve essere quella economica e turistica: vocazione che viene danneggiata dal fatto che il potenziamento della base comporta una militarizzazione del territorio, soprattutto nei momenti di crisi.
Da qui la necessità dello smantellamento della base e della riconversione a usi esclusivamente civili del territorio che essa occupa.
In tale quadro si inseriscono le quattro richieste alle amministrazioni locali di Pisa e Livorno e alla Regione Toscana, che il Comitato unitario per lo smantellamento e la riconversione a scopi esclusivamente civili della base di Camp Darby ha presentato nell’incontro svoltosi il 29 novembre 2005 nella sala della Provincia di Livorno:
1) Quali strumenti s’intendono adottare per un possibile monitoraggio ambientale indipendente delle attività della base? È possibile costituire un gruppo di lavoro in grado di preparare uno specifico piano di prevenzione ed evacuazione delle popolazioni in caso di incidente grave nella base di Camp Darby?
2) Il porto di Livorno è inserito nella lista degli 11 porti italiani che ricevono unità navali a propulsione nucleare e/o trasportanti armi nucleari . In base al decreto legislativo 230 del 1995 i cittadini debbono sapere se vivono in un’area a rischio nucleare. Attraverso quali strumenti politici ed istituzionali le amministrazioni comunale e provinciale di Livorno hanno intenzione di premere sulla Prefettura perché finalmente realizzi e distribuisca alla popolazione il suddetto piano di evacuazione?
3) Chiediamo che la Regione Toscana assuma lo stesso atteggiamento di ostruzionismo all’interno del Comitato Misto Paritetico per ogni tipo d’attività inerente la base di Camp Darby, conformemente all’atteggiamento tenuto dalla Regione Sardegna.
4) Proponiamo l’assunzione da parte delle amministrazioni locali dell’obiettivo della “Riconversione preventiva” della base Usa di Camp Darby, cioè di un atteggiamento politico e operativo che pianifichi sin da subito, e cioè prima dell’effettiva partenza delle truppe statunitensi, le condizioni per il ripristino dell’area ad uso esclusivamente civile.

Appendice
Sintesi del resoconto del capitano Todd Graves (v, testo originale annesso), pubblicato dalla rivista ufficiale dell’aeronautica statunitense, Air Force Civil Engineer nell’edizione della primavera 2001.
Nel maggio 2000 a Camp Darby si verificano «problemi strutturali nei soffitti di otto depositi di munizioni (magazzini sopra il livello del suolo o igloo) contenenti missili ad alto esplosivo, testate di razzi, proiettili e spolette»
Il Genio dell’esercito Usa, chiamato dal 31° Squadrone munizioni di Camp Darby, conclude che vi sono «serie preoccupazioni sull’integrità strutturale dei depositi». A questo punto si decide di rimuovere le munizioni dagli igloo. Non manualmente, però, trattandosi di una operazione pericolosa, ma attraverso un robot telecomandato. Viene a tale scopo trasportato dalla base di Ramstein in Germania ad Aviano e quindi a Camp Darby, dove arriva il 9 agosto, il «Sistema di trasporto remoto multiuso» (Arts).
C’è però un problema: il robot non è «progettato per questo scenario». La squadra addetta deve quindi essere addestrata a «questo tipo di operazione diversa dal normale uso dell’Arts». Dopo essersi esercitata, si mette al lavoro. Per evitare che negli «stretti spazi degli igloo» venga «a contatto con delle munizioni», l’Arts viene assistito da un altro robot, il Rons, che viene usato anche per «rimuovere piccole cassette da spazi ristretti». In tal modo, la squadra rimuove in dodici giorni «oltre 100mila munizioni con un peso netto esplosivo di oltre 53mila libbre», ossia oltre 240 quintali. Viene così compiuta quella che l’autore del resoconto definisce «una piccola magia».
Il testo è accompagnato da tre foto che mostrano: il soffitto di uno degli igloo crollato sulle casse di munizioni, il robot Rons in uno dei depositi e, infine, l’operatore che a distanza «dirige i movimenti dell’Arts con i joystick e il monitor di una stazione di controllo».