Le radici e le ali: Il ventennale del disco

«Le radici sono la nostra appartenenza: i nostri legami e la nostra ideologia che sono però destinati a non avere sviluppo se non diamo loro un paio di ali che ci permettano di andare oltre, di capire che è necessaria un’elaborazione per stare al passo con i tempi». Così i fratelli Marino e Sandro Severini, anima del gruppo rock The Gang, annunciavano nella primavera 1991 l’uscita del loro quarto disco, «Le radici e le ali» appunto. Il primo cantato in italiano, il primo a uscire dall’immaginario del combat rock e del punk che aveva segnato i loro esordi.
Qualche mese dopo Mario Tronti citò proprio quel titolo e quel disco in due interventi, sull’Unità e sul manifesto, con grande sorpresa della band, che considerava Tronti uno dei propri maestri accanto ai Clash. A vent’anni dall’uscita del disco lo stesso Mario Tronti racconta i motivi di quella sorprendente citazione.

Musica di lotta, discorso di parte. Essere contro per andare verso, nelle pieghe di una società nemica. Il coraggio dei Gang e la loro battaglia per la memoria, mentre a sinistra si tagliavano le radici e si mozzavano le ali. Partitura di un incontro casuale ma non troppo fra una band alternativa e un pensatore politico

Il mio incontro con i Gang avviene in casa. Non frequento i concerti: troppo casino, troppo rumore, e poi bisogna uscire, attraversare una città, perdere un sacco di tempo e infine…la pigrizia romanesca è santa. In casa, da un’altra stanza, quella dei ragazzi, per anni, sono stato accompagnato da un sottofondo sonoro, mentre di qua coltivavo i giochi troppo seri delle mie invenzioni teoriche. Non mi disturbava quel timbro della musica, eppure le casse di amplificazione non scherzano!, anzi scandiva in qualche modo i pensieri. I figli, educati dal clima di contestazione antagonistica che si respirava in famiglia, si orientavano verso il rock’n’roll, di punta, di battaglia, ma non quello che alzava selvaggiamente i volumi, piuttosto quello che puntava sul discorso, quasi argomentando con la musica le parole della critica e del rifiuto. E allora, naturalmente in primo piano i Gang, e con loro i Clash e quindi Joe Strummer e poi Bruce Springsteen e poi Billy Bragg. Non so se si può dire canzone politica. Forse c’è di più, è musica di lotta, presa di posizione sul mondo così com’è, espressione di un punto di vista che giudica, non semplice impegno, ma assunzione in proprio, con i propri mezzi, di un
discorso di parte. Dà fastidio a chi comanda, ma non consola chi subisce la prepotenza dei più forti, li promuove anzi a protagonisti, attraverso la scelta di figure esemplari, che, tutte, incitano alla rivolta. «Banditi senza tempo» non vuol dire esattamente questo? Chi sono Chico Mendes, Pio La Torre, i fratelli Cervi, Padre Pio Puglisi, il subcomandante Marcos, le figure appunto cantate dai Gang, se non punti di riferimento, per l’agire e il pensare quotidiano? Figure che ci accompagnano nello sforzo di ogni giorno per rimanere liberi in un sistema democraticamente totalitario. Quando ascoltai per la prima volta Sesto San Giovanni, mi resi conto che si potevano dire le stesse cose che dicevo in un altro modo, che si poteva cantare quello che si
poteva pensare. «…Otto ore / così è da una vita / timbri un altro giorno tiri avanti / senza via d’uscita / i dialetti soffocati / nel regno del rumore / al reparto verniciatura / non passano le ore». Così l’operaio Luigino Bendotti, della Falck, si aggiungeva alle altre figure di libertà, in una compagnia di giro che ci richiamava alla realtà di una condizione e di un conflitto, che in molti, in troppi, volevano, e vogliono, non farci vedere.
Adoro la musica. Ne ho un bisogno carnale. Precede e segue, è presente, in ogni grado di
formalizzazione del pensiero. Se dietro lo stile di scrittura non si sa riconoscere il debito dovuto ad una partitura, a un leitmotiv, allo svolgimento per variazioni di un tema, non si capisce niente di quella forma. Certo, il mio basso continuo non è dato, lo confesso, dal rock, ma dalla musica che non so perché si dice classica. Però mi sono sempre chiesto che fenomeno è questo in base al quale, da un certo momento in poi, le giovani generazioni hanno avuto bisogno di una «loro» musica e questa ha fatto da colonna sonora alle loro lotte, ai loro movimenti, o semplicemente alla loro presenza nel mondo.
Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta del Novecento, in uscita
dall’epoca delle guerre civili europee e mondiali, sulla spinta del baby boom di allora, l’essere giovani è diventata una condizione specifica, un particolare modo di vivere, che aveva bisogno di espressione autonoma. Forse solo il jazz aveva espresso qualcosa del genere: però, questo, abbastanza presto passato da espressione di un mondo a riserva di élite. Il rock, per usare questa formula riassuntiva di tante esperienze diverse, ha invece assunto e conservato questa impronta di massa. Tanto che l’industria del consumo subito si è avventata sul fenomeno. Le band alternative sono state protagoniste di un’operazione coraggiosa: hanno preso quel linguaggio per dire cose, per parlare, e per far parlare quelle generazioni, fuori dal mercato, fuori dal potere, in antagonismo a mercato e potere. «Essere folli per essere chiari»; «essere contro per andare verso»: ecco The Gang. Essere così, e dire di esserlo, quando loro arrivano, agli inizi degli anni Ottanta, questo è coraggio.
Una cosa che mi piace molto dei Gang è il loro gusto del tempo. Sanno in che epoca vivono.
Sanno quello che c’è stato fin qui. Sanno che non c’è mai un oltre senza un prima. Lo dicono in tanti modi, con le parole e con la musica. Cosa anche questa non facile da dire, appunto dagli anni Ottanta in poi, quando si è diffusa la pessima idea che il nuovo, tutto, è bello e buono e il passato, tutto, è brutto e cattivo. Da allora, in realtà, sulla memoria c’è una battaglia da combattere ed è lotta politica, decisiva per il rapporto di forza, su chi sarà in grado di governare il futuro. Scrivono Marino e Sandro: « Cercare di ricomporre frammenti della cultura di massa e popolare in una qualche forma di unità non significa tornare indietro per restaurare il passato, ma andare avanti per reinventare il futuro. Perché senza la memoria dello sfruttamento,
dell’espulsione, della violenza subita non si riuscirà a inventare niente e resteremo solo ‘invenzioni’ altrui». La lezione di Walter Benjamin è penetrata nel cuore degli indisponibili di oggi, nascosti nelle pieghe di questa società nemica. « Il dono di riattizzare nel passato la scintilla della speranza è presente – diceva – solo in chi è compenetrato dall’idea che neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere ».
Il reciproco riconoscimento con i Gang avvenne quando mi capitò di citare in un paio di
interventi politici la metafora delle radici e delle ali, in un editoriale sull’Unità e in un’intervista al manifesto (3/5/91, ndr). Cercavo di dare consigli, come al solito inascoltati, alla mia parte.
Consiglieri del Principe noi lo siamo stati nel senso che alla figura del Principe dava Gramsci nei Quaderni, cioè il partito-principe, il partito che allora si chiamava «della classe operaia».
«Attestarsi su una frontiera difficile, tra il ‘camminare eretti’ di cui ci ha parlato Bloch e l”essere pronti’ che ci ha insegnato Lenin. Il primo come naturale comportamento delle donne e degli uomini in carne ed ossa, il secondo come modo d’essere quotidiano dei gruppi dirigenti. E di qui, tornare a radicarsi e a volare. Le radici e le ali, come dice l’ultimo disco dei Gang ». Era il 1991. Da allora, le radici sono state accuratamente tagliate, le ali accuratamente mozzate. La discesa continua. Ai miei nipotini, che crescono in questi anni, posso ripetere tranquillamente: non ti sei perso niente, Paz.
Ma la scintilla della speranza va tenuta accesa. La fine della storia non è contemplata nella vita degli uomini quaggiù. Lassù, chissà! Nel frattempo, diamo retta a papà Cervi: ” Bisogna armarsi con la testa…”.