Le pulizie di Bush nel “cortile di casa”

«Noi non stiamo aspettando il giorno della libertà di Cuba, stiamo lavorando per il giorno della libertà di Cuba». Questa è la minacciosa dichiarazione con cui, alcuni giorni fa, il presidente degli Stati Uniti ha temporaneamente distolto lo sguardo dal massacro iracheno per volgerlo in direzione dell’isola caraibica. Più di un paese latino-americano sa bene, per esperienza diretta, come gli Stati Uniti hanno da sempre “lavorato” in quel continente, sostenendo e addestrando ogni risma di sanguinari dittatori e mercenari: ed oggi, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali, Bush junior ha bisogno di far balenare nelle menti piuttosto preoccupate degli elettori statunitensi la prospettiva di nuove missioni di “civiltà democratica”, facendo dimenticare bombe e torture e rassicurando i suoi grandi elettori della diaspora cubana di Miami: quelli stessi che gli hanno già dato a suo tempo una mano (con modalità nient’affatto improntate a trasparenza democratica) per accedere al trono presidenziale grazie ad una manciata di voti di vantaggio sul suo antagonista.
Ma non si tratta solo di calcoli elettorali. Nell’ormai quarantennale stillicidio di pesanti pressioni politiche, dure restrizioni economiche e inconfessabili corresponsabilità in episodi terroristici, c’è tutta l’arroganza e il risentimento suscitati dall’insostenibile affronto da parte di un piccolo paese che cosa scegliere in piena autonomia il proprio sistema sociale, il proprio stile di vita, le proprie relazioni internazionali, sottraendosi al destino coloniale già scritto e previsto dal suo potente vicino. Un esempio pericoloso per il resto del continente – peraltro punteggiato da altrettanto rischiosi segnali di risveglio – un’eccezione al dominio capitalistico sul proprio “cortile di casa” che va assolutamente normalizzata. E’ questo il senso profondo delle parole di Bush.

Del resto, quella di Bush è solo l’ultima di una serie di aggressive dichiarazioni ufficiali che, negli ultimi mesi, hanno alimentato una vera e propria offensiva diplomatica ed una martellante campagna mediatica. Il dispositivo è ormai consolidato: preparare l’opinione pubblica costruendo l’immagine di un nemico “assoluto” e in questo modo indurre ad accettare la necessità del suo annientamento. Tra l’altro, a Cuba si imputa (ci risiamo!) l’attuazione di un programma per lo sviluppo di armi biologiche, oltre che ovviamente la promozione di «un sentimento antistatunitense» e dunque perciò stesso antidemocratico (così di recente si è espresso il segretario di Stato aggiunto per l’emisfero occidentale Roger Noriega): è paradossale che questi paladini della democrazia siano gli stessi che, confiscando di fatto un lembo di territorio cubano, vi mantengono una base come quella di Guantànamo, gestita in dispregio di qualsiasi parvenza di legalità democratica. Peraltro, il tentativo statunitense di fare terra bruciata attorno a Fidel Castro, isolandolo dal resto dell’America Latina, ha finora indotto il solo Messico a rivedere i suoi rapporti con Cuba: al contrario, non solo il venezuelano Chàvez (considerato insieme a Castro una pericolosa anomalia), ma anche il presidente brasiliano Lula e quello argentino Kirchner hanno risposto con fermezza agli avvertimenti e alle minacce Usa, rivendicando la propria autonomia nei rapporti con i paesi latinoamericani ed in particolare con la stessa isola caraibica. Non è un caso se l’Alca, il progetto di liberalizzazione dell’intero mercato latinoamericano sponsorizzato dagli Usa, fa registrare un’opposizione sempre più marcata e, per converso, il Mercosur – il Mercato comune dei paesi del cono sud che punta ad un’autonoma integrazione socio-economica tra paesi del continente – si rafforza e si allarga anche ad alcuni paesi della Comunità andina. Così, cresce la solidarietà tra chi vuole voltare pagina, portare giustizia sociale in questo martoriato continente. Emir Sader, prestigioso intellettuale brasiliano, ritiene che gli Stati Uniti facciano bene a preoccuparsi delle relazioni tra Venezuela e Cuba: «Ogni paese fornisce all’altro quel che possiede: il Venezuela dà il petrolio a Cuba e in cambio riceve medicine ed esperti in tecniche di alfabetizzazione, in medicina sociale, nel campo dello sport».

Da parte sua, l’establishment statunitense non ha mai fatto mistero del fatto che suo obiettivo immediato è il rovesciamento del governo cubano. L’annunciato aumento dei fondi stanziati a sostegno delle attività anticubane (fino a 60 milioni di dollari per i prossimi due anni), accanto all’inasprimento delle già rigide sanzioni, serve appunto ad «affrettare l’avvento di un nuovo governo, libero e democratico». A tal fine – oltre al sostegno attivo alla dissidenza interna, la quale potrà usufruire tra l’altro di una piattaforma aerea per la propaganda radio-televisiva – saranno imposte ulteriori restrizioni sui trasferimenti di denaro da parte di cubani residenti negli Stati Uniti, sarà impedito l’afflusso turistico perseguendo ancor più duramente i cittadini americani che tenteranno di visitare l’isola, verrà totalmente vietata qualunque residua iniziativa di scambio culturale e scientifico. Tutto ciò non ha impedito al governo dell’Honduras di ringraziare ufficialmente Cuba per l’assistenza sanitaria prestata da 795 medici cubani nella lotta contro la dengue, la terribile malattia emorragica che ha colpito il paese centroamericano, grazie ai quali un milione e mezzo di pazienti di età inferiore ai 15 anni sono stati visitati, curati e salvati da una morte più che probabile.

E per fortuna non tutti, negli stessi Stati Uniti, sono disposti ad assecondare i disegni e l’arroganza del loro presidente. Tra questi, Noam Chomsky ha fatto sentire la sua autorevole voce. In una recente intervista, egli ha ricordato che la politica degli Usa nei confronti di Cuba è stata caratterizzata da una serie di attentati terroristici fin dall’inizio della rivoluzione; ed ora si interdice qualsiasi presa di contatto a intellettuali e scienziati americani, perché «sarebbe scandaloso che questa gente, andando a Cuba, vedesse che l’assistenza sanitaria in questa piccola isola è migliore della nostra»: si dipinge Cuba come «il paese peggiore del mondo», per ottenere il consenso e poter giustificare «guerre e aggressioni contro i “cattivi”».

Anche per tutto questo – in nome della difesa della rivoluzione cubana e per la liberazione dei cinque suoi cittadini ingiustamente detenuti nelle carceri statunitensi – il prossimo 4 giugno saremo in piazza insieme al popolo della pace per dire a chiare lettere a George W. Bush che lo consideriamo un ospite indesiderato.