Le paludi dove si combatte

STORIA

Nassirya (l’antica Ur) e Samawa (Uruk), qui gli iracheni resistono agli Usa. Qui si sono sempre rifugiati gli sconfitti comunisti, nazionalisti e sciiti. Qui non dimenticano tradimenti e bombardamenti occidentali del `91
Le battaglie sanguinose infuriano nelle mitiche città di Ur e Uruk

L’invasione dell’antica, verde, terra dei sumeri, oggi a maggioranza sciita, con il passaggio del placido e sinuoso Eufrate, si sta rivelando più difficile di quanto previsto per i «nuovi predoni» anglo-americani. Finché i mezzi avanzano lungo l’autostrada Basra- Baghdad tra le sabbie, le stesse dalle quali invece arrivò in Iraq nel VII secolo d. C. il nuovo Islam, l’avanzata incontra «pochi» problemi, ma il passaggio sull’altra sponda del fiume, quella orientale, nella fertile Mesopotamia, sui moderni e polverosi ponti autostradali, si sta rivelando impresa ardua per la armate americane e britanniche. Vere e proprie battaglie si svolgono da una settimana attorno a Nasseriya (la vecchia Ur, città natale di Abramo e luogo dove si può ammirare uno stupendo Ziggurat, torre a gradoni (come quella di Babele) e Samawa (Uruk, la prima e più importante città stato sumerica, quella dell’ epopea di Gilgamesh e del giudizio universale), Imboscate, attacchi notturni della resistenza irachena, bombardamenti di città e luoghi culla della nostra civiltà si susseguono senza sosta. L’Iraq centro meridionale è una sorta di grande deserto con al centro una vasta area assai fertile tra il Tigri e l’Eufrate che sfuma poi nelle vaste paludi, in gran parte prosciugate ma tuttora molto estese, che si originano dai due fiumi ormai quasi senza più forza di avanzare verso lo Shatt el Arab e lo sbocco al mare e che in parte arrivano sino dal confine con l’Iran. Paludi stupende, dove da tempo immemorabile si sono rifugiati dissidenti e ribelli di ogni tipo: negli anni Settanta alcuni gruppi di militanti del Pc dopo la rottura con il Baath, e poi molti dei sopravvissuti alla rivolta del `91, dopo la disfatta del Kuwait. In particolare soldati sbandati, integralisti filo-iraniani, membri di gruppi d’opposizione. Chi riuscì ad arrivare in Arabia saudita venne premiato con una vita di stenti in squallidi campi profughi in attesa di un visto per gli Usa. Migliore sorte di coloro che attraverso le paludi arrivarono in Iran. Inquadrati in una divisione dai Guardiani della rivoluzione, la Badr division, – ne sentiremo parlare – anche loro hanno trascorso anni in campi al confine, con ben pochi diritti. Alla fine molti, i meno compromessi con la rivolta, preferirono tornare in Iraq.

Di fronte alla impossibilità, come già sperimentato dagli inglesi nella jihad del 1914-18 a sostegno delle truppe ottomane e la rivolta degli anni Venti, nelle quali i britannici persero oltre 100.000 uomini, il regime iracheno dopo la sollevazione del 1991 ha ridato ai vari capi clan e tribù della zona molti degli antichi privilegi che nel primo periodo al potere aveva loro tolto in quanto «eredità del periodo feudale-britannico. Potere e privilegi, che accompagnandosi nel medio Eufrate ad un miglioramento delle condizioni di vita delle campagne provocato dall’embargo – grazie all’acquisto a prezzi di mercato dei prodotti della terra e alla borsa nera – ha dato a non pochi notabili locali e ai loro figli la possibilità di dar vita ad una nuova classe di nuovi ricchi assai vicini al regime. Un sistema che «tiene»: sinora nella loro invasione gli anglo-americani non hanno preso la strada, assai più corta che, ad oriente, verso l’Iran, costeggiando il Tigri da Basra conduce verso la capitale costeggiando le paludi e lo Shatt el Arab. L’autostrada che passa per Qurna, dove il Tigri incontra l’Eufrate e dove gli sciiti iracheni nella prima guerra Golfo (1980-88) respinsero lo sbarco dei loro correligionari iraniani che invece contavano sulla loro sollevazione. L’orgoglio di essere iracheni, eredi dei sumeri, degli inventori della scrittura, delle prime città, delle prime leggi, si era mostrato più forte delle sirene della rivoluzione iraniana. Ora gli anglo-americani hanno per il momento preferito la strada del deserto, ad occidente dell’Eufrate, più lunga e più adatta all’avanzata dei mezzi corazzati. Ma sembra che neppure questa sia stata una scelta molto azzecccata. Il nazionalismo, la voglia di difendere il loro paese, il pugno di ferro del regime, la disillusione nei confronti degli Usa dopo la rivolta del 1991, la voglia sì di libertà ma il rifiuto di un nuovo dominio coloniale, l’odio per l’ex impero coloniale inglese, hanno per il momento fatto sì che la maggioranza della popolazione sciita di Nasseriya, Basra e Samawa non abbia alcuna intenzione per il momento di aiutare le truppe anglo-americane. L’immigrazione verso Baghdad negli anni successivi agli anni della rivoluzione antimonarchica del `58 oltre che per il boom delle opere pubbliche, portò ad una divisione della comunità sciita e fu legata anche al desiderio di tanti giovani di sfuggire ad una sorta di schiavitù dei grandi latifondisti, spesso esponenti religiosi. Non ha caso proprio in queste città Basra, Nasseriya, Samawa, come nei quartieri di nuova immigrazione, i giovani sciiti entrarono in massa nel Partito comunista facendone il più grande del mondo arabo mentre il clero, con il sostegno dell’ambasciatore inglese, soffiava su un uso politico dell’Islam contro gli «atei» del Pc, o del Baath colpevoli di volere la riforma agraria e la nazionalizzazione del petrolio.

D’altra parte questi movimenti reazionari islamisti dopo la rivoluzione iraniana, maturata ideologicamente proprio a Najaf dove Khomeiny trascorse gran parte del suo esilio, la scomparsa del Partito comunista (anche grazie alla repressione di Saddam Hussein, oltre che ai propri errori politici), l’influenza dei cugini libanesi degli Hezbollah, le stesse contraddizioni di classe e la repressione del dissenso hanno spesso reso questi movimenti tra i pochi strumenti utilizzabili per chi si voleva ribellare al regime e ai rapporti sociali presenti.

Se prendessimo in mano i giornali del `91 vedremmo che il ponte all’ingresso di Nasseriya, non lontano da Ur, la patria di Abramo, dove ieri si è combattuto ferocemente è lo stesso sul quale i marines nel marzo di quell’anno spiegavano ai profughi in fuga dalla repressione della rivolta, iniziata proprio in questa città, che non avrebbero dovuto prendere alla lettera l’invito a ribellarsi scritto sui volantini fatti cadere dagli aerei Usa. La sostituzione di un regime con un altro da parte dei militari andava bene, ma una sollevazione dal basso sarebbe stata pericolosa. Sempre sul giornale del `91 troviamo anche citati i ponti di Samawa. In un giorno di febbraio, con un caldo sole primaverile, gli aerei alleati mitragliarono all’ora di punta proprio quei ponti pedonali provocando un gran numero di vittime tra i passanti. Poi, lentamente, fecero un largo giro contro il sole e tornarono a mitragliare coloro che si erano gettati a nuoto nel fiume. A Samawa sanno bene chi siano i «liberatori» e cosa hanno fatto al loro popolo.