Le omissioni di Montezemolo

L’intervista del Presidente di Confindustria ripropone con forza la gravità della situazione economica italiana (solo qualche ministro o sottosegretario si ostina pateticamente a ignorarla). Ma tra le ricette che propone, alcune sono contraddittorie con la natura stessa della crisi e con le modalità in cui è maturata negli ultimi anni. La crisi attuale viene da lontano; già nel 1992 si manifestò un’altra grave situazione economica che affondava le sue radici nell’inadeguatezza strutturale del nostro sistema produttivo. Il Governo Amato fu costretto a svalutare la Lira che in pochi mesi perse addirittura il 30% del suo valore. Per uscire da quella crisi ci si affidò essenzialmente proprio agli effetti della svalutazione; il deprezzamento valutario se, da un lato, riduceva drasticamente la ricchezza e il reddito nazionali, d’altra parte, rendeva i nostri prodotti più convenienti rispetto alla concorrenza estera, accrescendo la competitività di prezzo delle nostre imprese. Infatti le nostre esportazioni recuperarono subito quote di mercato, ingenerando l’illusione che ciò bastasse a risolvere i problemi strutturali. Ma anche per sedimentare i vantaggi di competitività temporanei derivanti dalla svalutazione, c’era bisogno che i suoi inevitabili effetti inflazionistici (per l’aumento delle materie prime e degli altri beni importati indispensabili al nostro apparato produttivo) fossero compensati dal contenimento dei fattori di prezzo interni (i servizi alla produzione e/o i salari e/o i profitti) e da una sostenuta dinamica della produttività. Tuttavia, negli anni successivi, in molti settori di supporto alla produzione (reti di trasporto e di distribuzione, fornitura d’energia, servizi bancari, ecc.) le rendite di posizione sono cresciute. Anche a seguito di privatizzazioni che non hanno liberalizzato i mercati, ma hanno ridotto la possibilità di controllo dei prezzi, questi sono spesso aumentati più che all’estero. I margini di profitto nel complesso del settore manifatturiero sono saliti, ma molti nostri imprenditori, anziché reinvestirli e innovare la capacità produttiva, hanno preferito dedicarsi alla speculazione finanziaria o a diversificazioni in settori con rendite di posizione. Il calo degli investimenti produttivi – particolarmente di quelli, già bassi, destinati all’innovazione – ha inevitabilmente penalizzato anche la dinamica della nostra produttività. Procedendo per esclusione, non c’è dunque da meravigliarsi che nell’ultima dozzina d’anni – persistendo la priorità di competere sui prezzi e non sull’innovazione e la qualità dell’offerta produttiva – il contenimento dei costi di produzione sia stato perseguito agendo essenzialmente sull’ultimo canale che rimaneva; infatti è cresciuta fortemente la pressione a contenere gli oneri salariali: sia le retribuzioni dirette sia le contribuzioni sociali sia gli oneri connessi alle modalità d’impiego e contrattuali della forza lavoro (la flessibilità). Nel corso degli anni 90 e del decennio in corso, i salari contrattuali non hanno recuperato nemmeno tutto l’aumento dei prezzi; i salari di fatto ci sono riusciti a malapena, ma non hanno mai partecipato agli aumenti della produttività del lavoro, i cui frutti sono andati tutti alle imprese, determinando un consistente aumento dei profitti. Il peso percentuale dei lavoratori dipendenti sul totale degli occupati è cresciuto di circa due punti; tuttavia, la quota di Pil da essi acquisita non solo non è corrispondentemente aumentata, ma – invece – è diminuita di circa cinque punti. Contemporaneamente è stata contenuta – più che nella media europea – anche la dinamica delle prestazioni sociali e la quota del loro finanziamento a carico delle imprese. Nel 1990, la complessiva spesa sociale del nostro paese, rapportata al Pil, era inferiore di soli 0,4 punti alla media europea; attualmente il divario negativo è di circa due punti. Rispetto a Francia e Germania la differenza ufficiale è di circa quattro punti (in realtà è maggiore se si tiene conto di alcune difformità contabili nazionali che sovrastimano la reale spesa sociale italiana). La quota di finanziamento della spesa sociale a carico delle imprese è scesa di ben undici punti percentuali, trasferiti a carico dello stato, mentre quella dei lavoratori è rimasta stabile. Sul piano della “flessibilità”, al “pacchetto Treu” si è aggiunta la legge Biagi. Dunque, la dinamica dei salari e della spesa sociale nel nostro paese è stata particolarmente contenuta; ma le contemporanee declinanti performance del nostro sistema economico – inferiori a quelle pur non esaltanti dei paesi europei – non mostrano che esso ne abbia beneficiato. In effetti le politiche salariali e sociali seguite nell’ultima dozzina d’anni nel nostro paese sono state coerenti con gli interessi e le posizioni più arretrate del nostro paese, mentre hanno mortificato i (pochi) punti di forza del nostro sistema economico che richiedevano politiche industriali e sociali di stimolo e supporto all’innovazione. Nella prima metà degli anni novanta, risultava già chiaro che i limiti del nostro sistema produttivo erano costituiti non da una scarsa competitività di prezzo (nell’Europa a quindici, il nostro costo del lavoro per unità di prodotto rimane comunque a livelli bassi, nonostante i minori aumenti di produttività), ma dalla sua struttura sempre più inadeguata (prevalenza di piccole e medie aziende, per lo più operanti in settori produttivi maturi; carenza di investimenti e innovazione). Già allora, la questione di fondo consisteva nell’evitare di cadere nella perversa corsa al ribasso delle condizioni salariali e sociali e rimanere, invece, nella fascia alta della divisione internazionale del lavoro e dei livelli di crescita. Quattordici anni dopo la crisi del ’92, la situazione è molto più critica di allora: l’arretratezza relativa del nostro sistema produttivo si è approfondita; la pratica delle svalutazioni competitive, ancorché illusoria, dopo l’ingresso nell’Euro non è praticabile; il prolungato contenimento degli oneri salariali esercitato negli anni passati non lascia più margini economici, sociali e politici per proseguire in quella direzione. Sorprende e preoccupa, dunque, che tra le priorità per rilanciare la nostra economia, Confindustria possa pensare ad una riduzione del costo del lavoro di ben dieci punti. Sarebbe non solo una misura costosissima (circa 20 miliardi di euro), ma anziché invertire la politica economica e sociale che ci sta portando al declino, la incoraggerebbe ulteriormente. Le imprese, non dovrebbero essere beneficiate in modo indifferenziato, come appunto avverrebbe tramite una decontribuzione a pioggia che continuerebbe a premiare le scelte imprenditoriali e i settori meno dinamici. Invece, le scarse risorse disponibili nel nostro disastrato bilancio pubblico dovrebbero essere impiegate selettivamente per incentivare l’innovazione produttiva e favorire un cambiamento strutturale del nostro modello di sviluppo economico e sociale. La contemporanea richiesta di Confindustria (e non solo) di preservare i provvedimenti della legge Biagi e di depotenziare la contrattazione nazionale (e i sindacati), lasciano poche illusioni sulla possibilità dei lavoratori di conservare a lungo in busta paga l’eventuale iniziale partecipazione ai frutti della fiscalizzazione contributiva e di non vedere ridotte le prestazioni sociali (in primis quelle pensionistiche); considerando anche chi nel nostro paese paga le imposte e chi le evade, il risultato più probabile sarebbe l’ulteriore aumento della quota dei profitti a danno dei salari, ma senza vantaggi per l’innovazione e con nessun miglioramento della competitività strutturale del nostro sistema economico. Bisognerebbe convincersi – non solo in Confindustria – che mai come oggi, la visione che assegna al lavoro e alle condizioni salariali e sociali il ruolo di mere variabili dipendenti pregiudica non solo gli equilibri sociali, ma anche la crescita economica; è per questo che c’è bisogno di una sostanziale inversione di rotta di segno progressista, e non di una politica dei due tempi, con il primo che vanifica il secondo.