Le molotov non sono più alla Diaz…

La notizia non è uno scoop, anzi. E’ una conferma di quanto per molto tempo è stato marchiato e riposto nei cassetti della memoria e negli armadi dell’interpretazione dei fatti come una invenzione arguta del mondo no-global, della sinistra radicale o di alternativa. In poche parole della galassia di opposizione al neoliberismo che al G8 si è espresso nella sua forma più violenta, quella imperialista.
Invece la notizia è una conferma di come la regia accurata dei c.d. “fatti di Genova” si sia occupata anche delle molotov che sono state “trovate” nei locali della scuola “Armando Diaz”, dove dormivano un centinaio scarso di giovani dopo i lacrimogeni del pomeriggio e i lanci di idranti, le camionette in frettolosa retromarcia a farsi spazio per la fuga, agli assalti ai centri del Social Forum nelle varie piazze tematiche del capoluogo ligure.
Le molotov non si trovano più. Non nel senso che non sono più alla scuola “Diaz”, ma nel senso esplicito che proprio non ci sono più. Nessuno ne sa niente e, così, i difensori degli agenti di polizia indagati (in tutto sono 29) per i reati di concorso in lesioni, falso e calunnia, restano senza la prova provata, senza quelle bottiglie che, a detta di chi allora tutelava l’ordine pubblico, erano state fabbricate dai no-global e pronte per essere lanciate contro carabinieri o polizia nelle strade di Genova.
E allora, dove sono finite queste bottiglie Molotov? Di certo non hanno la capacità chimica di passare dallo stato solido a quello gassoso o liquido senza che qualche mano non aiuti questo procedimento.
Può anche essere che siano andate smarrite, ma allora di chi la responsabilità se ci troviamo innanzi ad una imperizia, ad una incuria di non poco conto? Insomma, queste prove sono introvabili e, scartabellando nei registri dei sequestri del materiale di quei giorni, si scopre che sono tuttora segnalate come reperti del processo a carico dei 93 giovani della “Diaz” e non come elementi di prova o esame per il processo in corso ai tutori dell’ordine.
Eppure nel farle trovare la solerzia era stata invidiabile. I magistrati sono venuti a capo del teorema che stava alla base dell’attacco alla scuola sede del Social Forum e di Radio Gap che, all’epoca, trasmise in diretta le fasi dell’assalto brutale a suon di manganellate e calci a tutti, distruzione dei computer, dei videoregistratori e devastazione completa anche degli studi improvvisati della radio anti-global: grazie ad un “pentito”, si è potuta dare conferma al fatto che l’irruzione nella scuola era stata del tutto arbitraria, ingiustificata, poichè le famose bottiglie Molotov erano state collocate dentro alle aule proprio dagli agenti stessi per poterle usare come false prove a carico dei manifestanti.
Quella sera nessuno si sarebbe aspettato tanto sangue sulle pareti e sui termosifoni della “Diaz”. Nessuno si sarebbe mai atteso che le ambulanze facessero la spola negli ospedali con teste rotte e avambracci spezzati nel disperato tentativo di proteggere la propria testa, il viso dai colpi che venivano inferti con metodica e sadica violenza. E a quelle brutalità, indegne di un paese con una Costituzione come quella del 1948, seguirono le torture durante gli “interrogatori” fatte di sevizie, di teste immerse nel piscio dei cessi delle caserme o nello stare a gambe divaricate tutta la notte in piedi, a ripetere nenie di elogio al fascismo, a Mussolini o al macellaio Pinochet.
Stessi scenari, ma fatti di inni e canti, prima delle giornate del G8, durante la preparazione della zona rossa blindata, quando alla Foce di Genova gli abitanti sentirono i militari cantare “Un, due trè, viva Pinochet!”, oppure schifose canzonette sugli ebrei e sull’Olocausto.
Vittorio Agnoletto e altri del Social Forum genovese tentarono di capire cosa stesse accadendo alla “Diaz”. Furono scherniti e spintonati. Neppure i parlamentari come Elettra Deiana e Giovanni Russo Spena del PRC riuscirono a penetrare la schermatura di omertà che si era eretta a protezione dell’azione cruenta contro 93 giovani che non erano rei di nulla, se non di essere quelli che durante il giorno avevano filmato le violenze in strada, i pestaggi a sangue freddo, gli accanimenti di tutte le divise contro chiunque partecipasse al corteo autorizzato e poi spezzato in via Tolemaide.
La notizia che le molotov siano sparite non è una mancanza di una prova, ma è la prova che quelle molotov potevano servire ad individuare i responsabili almeno materiali della loro sistemazione nei locali della “Diaz”.
Intanto, però, la cattiva coscienza e la paura della verità hanno portato i vigliacchi a impedire che questa potesse essere pienamente rivelata, scoperta e scritta. Noi, noi tutti gente di sinistra, progressisti, democratici, semplici cittadini leali ai princìpi della Costituzione repubblicana, noi tutti abbiamo scritto fiumi di testimonianze e di ricostruzioni dei fatti che accaddero a Genova nel luglio del 2001. Noi sappiamo come andarono le cose in piazza Alimonda e così sappiamo come e perchè accadde ciò che è accaduto. Senza parafrasare Pasolini, tuttavia noi sappiamo tutto circa la strategia di neonata tensione che ha pervaso Genova e i movimenti, che si è insinuata in loro con la comparsa dei Black Block e di molti strani personaggi un pò vestiti in divisa e un pò svestiti come chi marciava pacificamente per le vie della Superba.
E’ necessario che il governo riferisca su quanto sta avvenendo e contribuisca a chiarire almeno questi ultimi fatti, questa sparizione delle molotov e il fatto che nessuno sappia come ritrovarle. Non le troveranno mai, ma che almeno sappiano che noi la verità già la conosciamo.