Le “maquiladoras” della Fiat

Quali sono gli obiettivi della Fiat sullo stabilimento di Pomigliano D’Arco, lo ha descritto ampiamente ed efficacemente il sociologo Luciano Gallino in un articolo che mette nero su bianco uno scenario da incubo per i lavoratori che accettassero i criteri con cui la Fiat intende stare dentro la competizione globale sul mercato dell’auto.

Tempi di lavoro simili a quelli dei robot, nessun diritto allo sciopero, salari tendenzialmente più simili a quelli delle zone industriali della periferia del mondo in cui negli anni scorsi è stata delocalizzata la produzione fordista, subalternità totale ai ritmi, ai tempi, alle esigenze dell’azienda.

Le alternative proposte a questo scenario da incubo? Le dimissioni e quindi rimanere senza lavoro in un’area ad alta disoccupazione, oppure una vita da schiavi industriali fino a quando ce la si fa, infine il suicidio quando “non ce la si fa più” (come accaduto in alcune aziende francesi, messicane, cinesi, coreane, giapponesi).

La Fiat ancora una volta illumina la strada sulla realtà della competizione globale e dei criteri con cui il lavoro deve essere reso completamente subalterno al capitale.

Il capitalismo italiano sta definendo così la sua strategia: mortificare con ogni mezzo il mercato interno sia sul piano dei salari che dei consumi e puntare tutto sulle esportazioni nei mercati emergenti dove però le produzioni italiane devono competere con quelle a basso costo realizzate in quegli stessi mercati. Ciò significa abbassare tutti gli standard sociali, salariali e sindacali in Italia per renderli più simili e competitivi con quelli cinesi, brasiliani, indiani dove, al contrario, le lotte operaie crescono e si radicalizzano sintonizzandosi con il ciclo espansivo e pretendendo – giustamente – una quota maggiore della ricchezza sociale prodotta.

Dunque mentre in Italia e in Europa il potere d’acquisto e di consumo dei ceti medi viene abbassato dalle scelte di governi e padronato, nei paesi emergenti aumentano i ceti medi con potere d’acquisto crescente. Il nuovo mercato mondiale si allarga così da quel 10% di cinesi, indiani, brasiliani individuato dalla Dri Mc Graw Hill negli anni ’90 al 40/45% di nuovi ceti medi urbani “accessibili” alle produzioni italiane, europee, statunitensi.

Di fatto la Fiat vuole introdurre in Italia il meccanismo delle “zone franche”, zone industriali dove i salari, i diritti, i tempi di lavoro sono completamente sganciati dalla legislazione e dalla contrattazione nazionale. E’ praticamente il meccanismo delle maquiladoras rilocalizzato però dentro ai punti alti dello sviluppo capitalistico.

A essere sinceri, essa non è una novità di questi giorni. Se il primo governo Berlusconi (1994) voleva fare della Sicilia una “zona franca” per i capitali (assecondando con i progetto “Federico II°” le ambizioni della nuova mafia dei colletti bianchi), il primo governo Prodi (1996) annunciò per bocca dell’allora sottosegretario Veltroni di voler fare del “Meridione una nuova Florida”. Rispondemmo allora che – sulla base di quanto messo in cantiere – il Meridione avrebbe somigliato più ad una “nuova Taiwan” e che i progetti dei “Contratti d’area” o di alcuni Patti territoriali, contenevano al proprio interno sia il virus delle zone franche sia il demone della secessione reale del paese rispetto a quella annunciata dalla Lega.

L’idea che in alcune zone del paese più povere le aziende possano abbassare i salari, non rispettare i contratti nazionali, sospendere i diritti sindacali, non è dunque una idea tanto nuova, ma è un’idea inaccettabile e che va contrastata in ogni modo.

La Fiom ha fatto bene a non firmare l’accordo-tagliola avanzato dalla Fiat e sottoscritto dai sindacati di regime (e non si può nascondere che anche Epifani era tentato di sottoscrivere) e lo Slai Cobas ha fatto bene a diffidare chiunque dal sottoscrivere accordi senza aver prima consultato i lavoratori.

Oggi i lavoratori di Pomigliano D’Arco sono sottoposti ad un ricatto micidiale e pesantissimo come lo furono gli operai di Mirafiori nel 1980. Non saranno liberi di decidere perché dovranno farlo in mezzo a pressioni, ricatti, condizioni materiali pesanti, sindacati collaborazionisti.
Vogliamo augurarci solo che i lavoratori della Fiat di Pomigliano D’Arco sappiano difendere la propria dignità di persone ancora prima che il loro futuro da schiavi industriali. Per questo hanno bisogno di tutto il sostegno che l’intera collettività proletaria del paese deve riuscire a trasmettergli in questo momento ma anche – e soprattutto – se saranno costretti ad accettare un accordo inaccettabile. Se la Fiat avrà per un periodo il comando assoluto dentro alle sue zone franche, potrebbe essere il territorio circostante a rendere difficile la vita ai padroni delle vite di migliaia di operai.

15 giugno