Le luci della Brigata ebraica. E le ombre

Vorrei partire da una considerazione preliminare, che è la partecipazione degli ebrei alla guerra di Spagna, per sottolineare come vi sia una tradizione militare nell’antifascismo dei molti ebrei che parteciparono nelle brigate internazionali e in altre formazioni alla guerra di Spagna. Cosa che si spiega non soltanto con l’antifascismo di molti ebrei ma già con le persecuzioni razziali in Europa: si trattava di ebrei provenienti da varie parti d’Europa, in modo particolare dalla Germania, dall’Europa orientale e dalla stessa Unione sovietica, molti erano gli ebrei in queste formazioni. L’esilio ebraico ha dato un grosso contributo alla lotta antifascista in Spagna e questo è sicuramente un precedente importante nel momento in cui gli inglesi si trovarono a combattere contro i nazisti, perché molti degli ebrei rifugiatisi in Palestina chiesero di andare a combattere con gli inglesi. Questo sin dal 1941 perché sappiamo che già allora molti ebrei dalla Palestina furono impegnati, per esempio, nell’Africa settentrionale, per ragioni anche specifiche, non soltanto come forma di volontariato, ma perché molti di questi ebrei di ascendenza europea erano di alta formazioni tecnica: ingegneri o specialisti fortemente utili per la guerra. Però soltanto nel settembre del 1944, Churchill autorizzò la formazione di una vera e propria brigata ebraica, per cui i combattenti ebrei del periodo precedente in genere furono assegnati in forma non autonoma all’Ottava Armata.
Quando la guerra si sposta sul fronte italiano molti soldati ebrei si trovano su questo fronte e prima ancora della formazione ufficiale della brigata partecipano alla liberazione di Roma e alla liberazione di Firenze. e prima ancora furono in parte soldati ebrei che liberarono il campo di concentramento di Ferramonti nel settembre del ’43 nei pressi di Cosenza. Non sappiamo esattamente perché soltanto nel settembre del ’44 – forse anche per insistenza di Roosevelt – Churchill consentì la formazione della brigata ebraica. Le ragioni forse si possono intuire: non voleva attribuire un peso autonomo troppo forte agli ebrei che provenivano dalla Palestina allora ancora sotto mandato inglese, quindi non volevano che si trasformassero anche in gruppo di pressione politico, probabilmente. La presenza di questo forte nucleo ebraico, per quanto riguarda la liberazione dell’Italia, è stata importante soprattutto per la riapertura dei templi ebraici sia a Roma che a Firenze che in altre località e, in secondo luogo, hanno svolto un grosso lavoro di assistenza nella ricostituzione delle comunità ebraiche e soprattutto nell’aiuto ai profughi ebrei generalmente rinchiusi in campi di displaced persons che provenivano dalle aree dell’Europa occupata dai tedeschi, quindi – come dire – hanno avuto una grossa funzione anche culturale di recupero delle comunità ebraiche. In Italia, inoltre, uno degli epicentri dell’impiego militare della brigata ebraica fu nel ravennate; nella zona del fiume Senio, nell’area di Faenza, la formazione militare ebraica ebbe un impiego oneroso nello sforzo di aprire la strada alle forze alleate verso la pianura Padana.
Dopo la Liberazione la presenza della brigata ebraica ha avuto una grossa funzione anche al di là del confine italiano, perché la brigata fu portata al confine austro-tedesco attraverso Tarvisio ed ebbe il compito di dare assistenza ai sopravvissuti dei campi di sterminio. Qualcosa si potrebbe dire sull’entità di questo contingente ebraico che si fa ascendere tra brigate ebraiche in senso stretto e ebrei volontari nell’esercito inglese a circa 30mila unità, unità che disponeva di una relativa autonomia e che – per quel che io so – fu la prima a presentare la bandiera bianca con due strisce azzurre e la stella di David che poi diventerà la bandiera dello stato di Israele. E fu comandata da un generale canadese, probabilmente un ebreo di origine canadese; sembra che in certe fasi gli inglesi imposero agli alti comandi uomini di propria fiducia e non comandanti derivati dalla brigata stessa.
Sul problema del dopoguerra, sappiamo relativamente poco di come poi la brigata si collocò non soltanto sul territorio italiano ma anche su altri territori nell’area europea, centro-europea in particolare. Quello che è sicuro è che dopo la Liberazione gli uomini della brigata, che evidentemente disponevano anche di una larga rete di rapporti con gli ebrei in Palestina, ebbero un ruolo importante nell’emigrazione clandestina degli ebrei in Palestina, sia per trasportare nei territori palestinesi profughi dai campi di sterminio sia comunque per appoggio a chi voleva emigrare nel vecchio mandato inglese. Da questo punto di vista è anche plausibile che uomini della brigata ebraica abbiano fatto parte del primo esercito nazionale creato dopo la nascita dello stato di Israele. Sembrerebbe abbastanza logico: è evidente infatti che sono stati uno dei primi nuclei armati che si sono travasati nel nuovo esercito dello stato israeliano. E credo che questo sia tutto quello che si può dire, in senso stretto, sulla storia della brigata senza entrare in dettagli che – come dire – mi sembrano ancora poco sicuri non avendo sotto mano fonti dirette. Fermo restando le responsabilità nella tragica cacciata dei palestinesi dei gruppi armati come Irgun e Haganà insieme alle prime forme organizzative delle strutture nascenti dell’esercito israeliano. Strutture armate che sicuramente in parte hanno reclutato proprio tra coloro che avevano combattuto nella seconda guerra mondiale, se non altro perché erano militarmente più esperti, e che hanno combattuto prima contro gli inglesi e poi contro gli arabi, facendo una lotta su due fronti.
Quanto al problema della valutazione di quello che è successo a Milano, è chiaro che non può che essere negativa. Naturalmente io non so qual è la dimensione di ciò che è successo, ho impressione che si sia trattato di episodi isolati, che non modificano comunque la natura della manifestazione né la natura della valutazione che si deve fare. Perché qualsiasi critica si voglia fare allo stato d’Israele c’è un punto per me discriminante ed è che non si può assolutamente oggi, né lo si poteva trent’anni fa, chiedere la distruzione dello stato d’Israele: su questo mi pare che non ci debba essere dubbio alcuno. Da questo punto di vista la deplorazione deve essere la più forte possibile; qui evidentemente giocano non soltanto riflessi di carattere antiebraico e antisemita, ma anche riflessi di una grande ignoranza. Su questo dobbiamo insistere, perché penso che il manifesto abbia un minimo di influenza nei confronti di quest’area che deve capire com’è la situazione e quali sono i fatti storicamente reali. Non si può in alcun modo banalizzare la questione della Shoah. E vale la pena di ricordare a proposito della Shoah le responsabilità dell’Europa, anche per l’espulsione degli ebrei, e le attuali responsabilità per il non intervento nella questione palestinese.