LE IMPRESE CHE LAVORERANNO IN IRAQ SCIACALLI S.P.A.

Ecco per la prima volta il panorama delle imprese – molte italiane o con origini nel nostro Paese – che si divideranno la torta multimiliardaria della ricostruzione in Iraq. E la mappa degli interessi segreti tra Saddam Hussein e Bush senior. Mentre vanno in scena le ultime, drammatiche sequenze di un conflitto preparato da mesi a tavolino ad opera degli strateghi dell’economia americana – e texana, in particolare – la Voce dettaglia, sigla per sigla, nome per nome, i beneficiari dell’enorme bottino che si cela dietro la “guerra di liberazione”.

DI ANDREA CINQUEGRANI

Un vero yankee, George W.Bush. Che è riuscito a ereditare dal padre, oltre alla grinta, uno spiccato senso degli affari. Anche con i partner più scomodi. Ecco cosa racconta Michael Moore, regista a stelle e strisce, fresco di Oscar ma duro oppositore dell’establishment. “Bush padre ha mantenuto i suoi legami con la famiglia bin Laden fino a due mesi dopo l’11 settembre, e i bin Laden hanno investito parecchio nel gruppo Carlyle, che ha le mani in varie torte ed è l’undicesimo appaltatore della difesa americana”.
Il gruppo Carlyle è di recente sbarcato a Napoli – come hanno sottolineato le cronache – entrando a vele spiegate nel business immobiliare. Nel suo mirino, in particolare, il Centro direzionale. Ben più elevate le mire in campo nazionale: nelle ultime ore il colosso targato Bush ha messo definitivamente le mani su Fiat Avio, a sua volta – guarda caso – destinataria di grosse commesse nel settore idrico per la ricostruzione dell’Iraq.

ATTENTI A QUEI TRE
Si legge in un rapporto top secret: “Carlyle Group è la società che segue gli interessi americani delle armi e dove è socia la famiglia bin Laden. Uno dei suoi vertici, Frank Carlucci, sembra uscito dall’epopea della mafia americana anni trenta”. E ancora: “attraverso Carlyle, è possibile rintracciare i forti legami tra la famiglia Bush e i reali d’Inghilterra”. Capaci di spiegare il continuo scodinzolare del premier Tony Blair davanti agli ordini del capo Usa? Chissà.
Seguiamo comunque la trama di una vera e propria spy story, che porta perfino a Saddam. Tanto per completare il cerchio fra i tre “amici”, per la pelle e per gli affari. “La prima guerra del Golfo – si legge nel rapporto – non fu altro che un litigio fra due ‘ex-soci’, Bush padre e Saddam Hussein. Negli anni ’80, infatti, Bush senior era socio privato di Saddam nella società incaricata per la sicurezza dell’aeroporto di Chicago. Entrambi proteggevano i business petroliferi di corrotti sceiccati arabi. I soci americani di Bush senior – viene aggiunto – in quel periodo fornivano a Saddam gli strumenti per fabbricare le cosiddette armi di distruzione di massa”.
Di recente la circostanza è rimbalzata fra i media a stelle e strisce, per essere immediatamente ‘censurata’: Bush junior – secondo fonti attendibili – avrebbe fatto sequestrare un rapporto iracheno alle Nazioni unite perché contenente informazioni compromettenti circa i rapporti del padre con lo stesso Saddam. La notizia, comunque, ha fatto capolino tra le colonne del New York Times, in un articolo dell’11 dicembre 2002 dal titolo “Annan criticizes handling of Iraqui files”, cioè “Annan critica le manipolazioni dei files iracheni”.
Torniamo a ‘bomba’, è il caso di dirlo, e alla rottura fra Bush e Saddam, per motivi ‘economici’. Bush padre – secondo alcune fonti – avrebbe ‘fregato’ il socio iracheno per svariati miliardi di dollari. Questi soldi sarebbero stati “trasferiti in venticinque conti segreti, depositati in giro per il mondo”, nei paradisi fiscali più affidabili, “e intestati alla famiglia Bush”. Una delle operazioni di cui sono disponibili gli estratti conto – viene precisato nell’informativa – sarebbe la prova di una maxi transazione, per miliardi di dollari, “trasferiti su un conto che Bush senior aveva con la regina d’Inghilterra, nella di lei banca privata Coutts Bank of London. Dopo il bonifico, la regina spostò il direttore di tale banca, Andrew Fisher, presso il Carlyle Groupe”. E così, il cerchio si chiude. Da Carlyle a Carlyle.
Del resto, un libro molto circostanziato, uscito dieci anni fa ma presto sparito dai circuiti della distribuzione, Unauthorized Biography of George Bush, Webster (Tarpley editore) cercava di spiegare come la fortuna dei Bush fosse stata sponsorizzata dalla famiglia reale inglese.
Ecco cosa scrive l’ex parlamentare svizzero e oggi relatore all’Onu per i diritti dell’alimentazione Jean Ziegler, da sempre in prima linea nel denunciare traffici internazionali e ‘lavaggi’ finanziari di danaro sporco, a proposito del gruppo Carlyle nel suo libro, appena uscito anche in Italia, La privatizzazione del mondo, la cui lettura andrebbe consigliata in tutte le scuole. “Un aspetto particolare del faraonico budget militare proposto da George W. Bush ha attirato l’attenzione dei commentatori: una delle aziende che approfitteranno in modo immediato e massiccio dei nuovi crediti è il Carlyle Group, una società attiva nei settori dell’armamento pesante, dell’aviazione da combattimento e della comunicazione militare. Strutturato come un fondo di investimenti, Carlyle detiene quote importanti di altri conglomerati militari industriali, tra cui Lockheed Martin e General Dynamics. I suoi tre principali lobbisti, agenti d’affari presso il Congresso – precisa Ziegler – sono il padre del presidente, George Bush, l’ex segretario di Stato James Baker e l’ex segretario della Difesa Frank Carlucci. Grazie a Bush junior, questi intermediari guadagneranno prossimamente decine di milioni di dollari”. Racconta anche un gustoso episodio, Ziegler, avvenuto in occasione di un’assemblea dei soci Carlyle in un lussuoso albergo di Ginevra, alla quale ha preso parte Bush padre. “Yeslam bin Laden, fratellastro di Osama, si è presentato alla porta ritenendo di essere invitato in quanto azionista del gruppo. In preda al panico, le guardie gli hanno impedito di entrare”.

L’ORO NERO
Per capire le vere ragioni della guerra e del massacro del popolo iracheno ad opera degli angloamericani , leggiamo ancora qualche istruttiva indicazione di Ziegler: “I principali dirigenti e le eminenze grigie dell’amministrazione Bush, per la maggior parte multimiliardari, provengono direttamente dagli ambienti dei petrolieri texani. Proprio grazie alle società petrolifere George Bush, suo fratello Jeff, governatore della Florida, e il loro padre hanno potuto accumulare una fortuna colossale. Il vicepresidente Dick Cheney, il ministro della Difesa Donald Rumsfeld, e la responsabile del Consiglio nazionale di sicurezza Condoleeza Rice sono tutti ex direttori generali di società petrolifere texane”. Addirittura, la celebre Chevron aveva intenzione di battezzare col nome di Condoleeza una delle sue nuove petroliere: la Casa Bianca, però, ha consigliato di soprassedere
Uno altro ‘piccolo’ esempio? L’uomo che oggi ha in mano i destini dell’Afghanistan, dopo la guerra yankee di ‘liberazione’ dai talebani, si chiama Zalmay Khalizad, ex funzionario della società petrolifera Unocal.
Nel 2001 l’amministrazione Bush – spiega Ziegler – ha rifiutato di firmare la convenzione che avrebbe permesso di controllare le centrali dell’off shore, i paradisi fiscali adatti per coprire le maxi operazioni di evasione fiscale e il riciclaggio di danaro sporco. Anche al quartier generale Nato di Bagnoli non pochi ricordano gli ottimi rapporti intercorsi fra Bush senior, quando era un pezzo grosso della Cia, prima di diventare inquilino della Casa bianca, con la Zapata Petroleum Company (che contava decine e decine di soci eccellenti sparsi per il mondo), la quale oggi si chiama Zapata offshore.
“Nel corso del decennio ’90 – commenta Guglielmo Ragozzino in un saggio pubblicato nel volume Not in my name – con i democratici di Clinton al governo e Bush governatore del Texas, Cheney, Rice e Powell, che avevano lavorato al governo di Bush padre, ebbero ruoli importanti nel mondo del petrolio. Tra industria del petrolio, mondo politico repubblicano e, adesso, governo Usa, non c’è soluzione di continuità”. Non è un caso, quindi, che insediato da nemmeno dieci giorni sulla poltrona presidenziale, Bush figlio abbia immediatamente creato il Gruppo di lavoro per la politica nazionale dell’energia, formato da venti “esperti” (di cui 19 dirigenti del settore energetico). Gli Usa hanno urgente bisogno di petrolio – emerge con chiarezza dal documento elaborato dal gruppo – nel 2020 dovranno importarne 17 milioni di barili, 6 milioni in più rispetto ad oggi. E l’unica fonte possibile è il golfo persico, con un Iraq secondo produttore al mondo ma ben poco propenso a vendere il suo greggio agli yankee, visto che, fra l’altro, ha già ceduto i diritti per lo sfruttamento di nuovi, enormi bacini (una quantità pari a tutte le riserve dei paesi dell’Asia orientale messi insieme) alla francese TotalFinaElf, alla russa Lukoil e alla cinese China National Petroleum Company.
Scrive Ragozzino: “la scelta di cambiare, con la forza, il regime iracheno, per sostituirlo con uno molto più favorevole a Washington e ai suoi petrolieri, diventa una priorità per il governo Usa che deve garantire un flusso di petrolio per i prossimi vent’anni: dai pozzi alle stazioni di servizio dei liberi elettori Usa”.
Chiara l’analisi di Michael Klare, docente universitario e pacifista americano: “Fin dal settembre 1999 Bush aveva esposto il suo piano di ‘trasformazione’ dell’apparato militare americano, per avviare la costruzione dell’esercito del XXI secolo”. “Le nostre forze armate – scrive George W. nel documento – dovranno essere facilmente dispiegabili, agili e letali, per colpire obiettivi distanti con assoluta precisione”. E sul petrolio: “Nel rapporto Cheney (elaborato anche con la collaborazione della Enron, finita in clamoroso crac, ndr) appare in piena luce la reale portata del progetto di puntare sulle importazioni per far fronte all’incombente penuria di petrolio”.
“Salta agli occhi – aggiunge Klare – il parallelismo tra la strategia militare e la politica energetica del governo Bush. Il progetto Usa di garantirsi l’accesso alle riserve petrolifere di regioni cronicamente instabili può essere realistico solo a condizione di possedere la capacità di ‘proiettare’ in queste aree la propria potenza militare”. E significativamente conclude (il testo è stato scritto diverse settimane prima dell’inizio del conflitto): “Il Dipartimento della difesa sta già preparando i piani dell’invasione americana. La Casa Bianca sembra determinata ad attaccare l’Iraq, qualunque cosa avvenga”.
Ancora più esplicito fu, addirittura cinque anni fa, il segretario della Difesa Donald Rumsfeld (i cui interessi, peraltro, sono strettamente intrecciati con quelli della multinazionale Occidental) quando, insieme al deputato Paul Wolfowitz, scrisse al presidente Clinton esortandolo alla guerra contro l’Iraq e all’eliminazione di Saddam perché “rappresenta un pericolo per una significativa porzione dei rifornimenti mondiali di petrolio”. Nella lettera Rumsfeld dichiara che gli Usa dovrebbero scendere in guerra unilateralmente e attacca l’Onu sostenendo la necessità di “non venire paralizzati insistendo per l’unanimità del Consiglio di sicurezza dell’Onu”. “Fatti promotore – scrive – di una nuova strategia che garantisca gli interessi Usa e dei nostri amici e alleati nel mondo”.
Sempre più a galla con la sua “dottrina” anche nell’attuale conflitto, lo stratega, al punto che viene definito Wolfowitz d’Arabia.
A sottoscrivere l’appello, il 26 gennaio 1998, furono fra gli altri l’attuale consigliere al Pentagono di Bush, Richard Perle, il numero due del Dipartimento di Stato, Richard Armitage, i sottosegretari di Stato John Bolton e Paula Dobriansky, il consigliere presidenziale per il Medioriente Elliot Abrams e l’assistente segretario alla Difesa per la sicurezza interna, Peter Rodman.
A proposito di ‘energia’, Bush jr. ha interessi diretti, attraverso due sigle, Midland e Bush Exploration. E indiretti, essendo stato socio della chiacchierata Harker Energy Corporation (il cui sito é oggi sotto il controllo della Security and Exchange Commission) che glli ha procurato non pochi grattacapi, per “insider trading” (si é disfatto delle azioni prima del crollo in Borsa).
La deputata democratica Maxine Waters ha criticato la “rapidità nel negoziare contratti per ricostruire ponti che non sono stati ancora bombardati”, ha chiesto “maggiore trasparenza nella concessione degli appalti”, ed intende ripresentare un emendamento bocciato da una commissione della Camera, che punta ad escludere dai contratti le società in cui hanno lavorato pezzi grossi dell’amministrazione Bush nei quattro anni precedenti all’inizio della presidenza. Il riferimento è, in particolare, alla Halliburton, che fra l’altro – secondo indiscrezioni – si è appena aggiudicata la maxi commessa per la gestione del pozzi petroliferi di Bagdad. E con il colosso texano entriamo nel cuore del problema.

LA TORTA DEGLI APPALTI
Una mamma ricca e generosa, Halliburton, con tutti i suoi figlioli. Uno in particolare, il vice presidente usa Dick Cheney, fino all’agosto 2000 anche numero due della società. Con la quale, però, il cordone ombelicale – a base di milioni di dollari – non viene mai reciso. Appena lasciata quella poltrona, Dick riceve il suo ultimo ‘salario’: 806 mila dollari, più 4 milioni di dollari di arretrati. E la liquidazione? Appena 40 milioni di dollari in azioni della società (di cui, evidentemente, è ora socio ‘eccellente’). Un anno dopo, però, si è visto recapitare ancora 1,6 milioni di dollari, sempre per arretrati. “Né alla Casa Bianca né alla società – commenta il giornalista americano David Lazarus – sanno precisare se quest’anno vi sarà un altro pagamento e fino a quando continueranno le erogazioni. Si tratta di danaro cash accumulato proprio grazie ai business della Halliburton in Afghanistan e a Guantanamo Bay”. “Su quale libro paga – si chiede – c’é il nome di Cheney? Su quello governativo o su quello di una società privata che fa affari con il governo? La risposta è: su entrambi. Non ci potrebbe essere un esempio più chiaro e clamoroso di conflitto d’interessi”. Caro Cavaliere, impari dagli amici americani
Ma entriamo nello scrigno di Halliburton. E scopriamo alcuni gioielli di famiglia. Soprattutto uno, una controllata dalla sigla criptica, KBR, evocativa di segreti alla russa. Invece, si tratta di un nome che tutti conoscono per via dei korn flakes che fanno capolino nelle colazioni di molte famiglie: Kellogg. Il suo nome completo, per la precisione, è Kellogg, Brown & Rott, simbolo della democrazia economica a stelle e strisce per portare pane & libertà in giro per il mondo. Ed infatti, uno fra i tanti scopi ‘sociali’ di KBR è di “provvedere al vettovagliamento delle truppe Usa nel quartiere generale di Bagram”, nel cuore del martoriato Afghanistan, come viene documentato in un sito internet collegato alla società. KBR, comunque, non si ferma qui: ed è capace di spaziare, per il bene dei popoli, a 360 gradi, “approfittando gentilmente della finta guerra americana contro il terrorismo”, scrive ancora Lazarus.
Vediamo qualche suo intervento filantropico degli ultimi mesi. Ha ricevuto dal governo Usa 725 milioni di dollari per provvedere a rifornire di tutto punto il National Laboratory di Los Alamos, nel New Mexico: si tratta del più importante centro nucleare di tutti gli Stati Uniti. 15 milioni di dollari, invece, per “la rimozione e il trasporto dei rifiuti pericolosi” dalla base missilistica della Florida. Nel pedigree dell’ultimo anno, poi, spiccano i 470 milioni (sempre di dollari) per le operazioni di supporto alle truppe alleate in Bosnia e Croazia, e i 47 per venire incontro alle esigenze della base navale di El Centro, la Imperial County, a pochi chilometri dal confine col Messico. Cheney è davvero un mago, perché riesce poi a siglare un contratto da 5 milioni (ancora una volta di dollari) per la distruzione di vecchi ordigni bellici nell’ex Unione Sovietica.
Ma è in Birmania che un’altra società controllata da Halliburton riesce ad esprimersi nelle sue performance ‘umanitarie’ più riuscite. In compagnia dell’italiana Saipem. Ecco cosa si può leggere in un sito semiclandestino della California. La notizia è dell’estate scorsa. “Dal 1992 ad oggi, migliaia di villaggi in Birmania sono stati devastati, la popolazione sterminata, rapita, torturata o bruciata viva, per fare in modo che potessero liberamente svolgersi i lavori per la realizzazione di un grande gasdotto. Sotto la regia di Cheney, è stata siglata una joint venture fra Halliburton e l’italiana Saipem per i lavori a breve distanza dalla costa di Yadana”. La controllata è la già citata Unocal, che a quanto pare dovrà rispondere in tribunale per alcuni fra i tanti reati commessi: si sa, per ora, il nome del fascicolo processuale, ‘L’impegno della Halliburton nelle distruzioni di massa’. Quando la democrazia è democrazia.
Non soddisfatto, comunque, il colosso Usa ha pensato bene, qualche anno fa, di metter su in un altro distretto birmano, quello di Yetagun, l’ennesimo gasdotto, compiendo altri crimini.
Passiamo alla Nigeria. Altro maxi business a base di gas, altro partner italiano, Snamprogetti. Rientra in campo KBR. “Il progetto – proclama il numero uno della controllata, Jack Stanley – verrà completato nel 2005. Siamo onorati di essere entrati a vele spiegate nel mercato nigeriano, dopo i grandi progetti già realizzati in Egitto”. La società del gruppo Eni entra come partener al 25 per cento, in compagnia della francese Technipe-Cofeplix e della giapponese JGC.

THE ALL STARS
Passiamo allora in rassegna gli appalti per la ricostruzione nel martoriato Iraq. Già decisi a tavolino mesi prima dell’attacco da USAID, l’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale.
C’è bisogno di spegnere gli incendi nei pozzi petroliferi? No problem, provvede l’onnipresente KBR, che ha in cassaforte in contratto con l’esercito Usa non solo per spegnere gli incendi nei pozzi petroliferi, ma anche per la riattivazione di “strutture di estrazione e oleodotti danneggiati dai bombardamenti”, come recita il contratto stipulato ben prima dell’aggressione. In seconda battuta, ecco pronta Bootts & Coots International di Houston (siamo ancora fra i texani…).
Occorre ricostruire in 8 settimane lo strategico porto di Umm Qasr, l’unico in acque profonde esistente in Iraq? E’ già in rampa di lancio – appalto nel cassetto da 4 milioni e mezzo di dollari – la Stevedoring Service of America di Seattle. “Lo sbarco degli aiuti umanitari – annunciato già gonfiando il petto gli alleati – inizierà comunque prima dell’intervento della società e l’avvio dei lavori”. Una grossa fetta della prima tranche da 900 milioni di dollari – tanto per mettere un po’ di carburante nel motore della ricostruzione – sarà appannaggio di altre tre creature della corte dei miracoli di casa (bianca) Bush: Betchel Group, Fluor e Washington Group, storiche alleate di George W. nella sua corsa verso la presidenza. Nel consiglio d’amministrazione di Betchel, fra gli altri, è presente George Shultz, il potente ex segretario di Stato. Nel curriculum di quello che a New York definiscono “an Us Engineering giant”, cioè un gigante usa delle progettazioni, spicca una chicca ‘umanitaria’: il contratto siglato con il governo boliviano per il riammodernamento dell’acquedotto nella città di Cochacomba. La ricetta dei vertici di Betchel? Privatizzazione. E così, ad un mese dall’inizio dei lavori, l’esterrefatta popolazione boliviana si è vista recapitare una bolletta tripla rispetto alla precedente. Apriti cielo, si scatena una sommossa, il gigante a stesse e strisce è costretto a far subito fagotto.
Ai vertici di Fluor siede un’altra vecchia volpe dell’establishment Usa: l’ex vicedirettore della Cia Robert Inman, che ha anche ricoperto lo strategico ruolo di numero uno dell’Agenzia per la sicurezza nazionale. Ora fa parte del consiglio d’amministrazione di Fluor. Il cui staff, poi, da un anno può contare su un altro pezzo da novanta, un super esperto nel settore militare: si tratta di Kenneth Oscar, per anni numero due nell’esercito Usa, responsabile del comparto dove transita la maggior liquidità (una quarantina di milioni di dollari all’anno), quello per gli “acquisti di armi e armamenti”.
Passiamo a Washington Group, il cui quartier generale è a Boise, nell’Idaho. Un gruppo giovane ma potente (vi lavorano in 38 mila), nato a luglio 2000 dall’incorporazione della Raytheon Engineers & Contractors nella Morrison Knudsen Corporation (operazione che però ha portato sull’orlo del crac). Da pochi mesi, infatti, é uscita dal regime di amministrazione controllata e questi appalti, ora, sono una vera manna. Nel suo carniere, in passato, maxi commesse al Kennedy Space Center, la realizzazione del gasdotto in Alaska e del San Francisco Bay Bridge, per fare solo qualche esempio.
In prima fila, poi, Lous Berger Group, nel cui pedigree figurano lavori in Afghanistan (300 milioni di dollari per la strada Kabul-Herat), in Kazakistan (per la costruzione di un grosso oleodotto) e nella ex Jugoslavia. Infine – per ora – Parsons Corporation, che vanta un lasciapassare di tutto rispetto: gli ottimi rapporti d’affati con KBR.
Il bingo a stelle e strisce per i maxi appalti si è messo freneticamente in moto. Già a febbraio il Pentagono – per soddisfare le martellanti richieste di tante imprese di dimensioni medio grandi – aveva “sviluppato un programma per occuparsi degli interessi economici delle società americane”; quindi ha pensato bene di installare, sul proprio sito web, un numero di telefono gratuito “con le informazioni necessarie alle ditte – viene precisato – per essere aggiunte alla lista degli offerenti”. E’ addirittura anteriore – fine dicembre 2002 – un rapporto redatto da un pool di esperti di politica estera statunitensi che “valuta la ricostruzione in Iraq in 20 miliardi di dollari all’anno per parecchi anni”. Altri analisti, però, arrivano a stimare la cifra in addirittura 50 – 60 miliardi di dollari. I 900 milioni di dollari appena erogati, come si vede, sono un piccolissimo antipasto
Chiarissimo, del resto, l’ultimo ‘messaggio’ di Condooleza Rice, il 4 aprile. “La questione della ricostruzione riguarderà unicamente gli Usa, perché il peso dello sforzo militare è stato portato avanti da noi”. Una sorta di risposta ‘preventiva’ non solo ai primi timori di Blair, che auspica una ‘gestione Onu’ del dopoguerra, ma anche degli altri alleati o semialleati europei, che non vogliono farsi sfuggire la ghiotta occasione di montagne di danaro da spendere. In prima fila, ovviamente, il governo italiano, che spera nella ‘friendship’ e nel filo diretto che ormai sembra legare indissolubilmente Berlusconi & Bush.

ARRIVANO I NOSTRI
Possono mai rimanere a bocca asciutta, incollate ai nastri di partenza una sfilza di imprese che vantano, oltre a buoni agganci, una decennale esperienza di lavori all’estero, soprattutto nei paesi mediorientali? Sembra un’ipotesi fantascientifica. Dunque, fanno capolino i preparativi per la spedizione miliardaria. “In prima linea – trapela dal dipartimento retto dal ministero degli Esteri – dovrebbe attestarsi un gruppo di imprese che sono già raggruppate sotto l’ombrello di una sigla internazionale, Ames”. Le sigle italiane sono diverse: dalla Vianini spa del gruppo Caltagirone alla Salini Costruttori spa (entrambe romane), dalla Cogefarimpresit alla Grassetto Costruzioni, dalla Astaldi International (un tempo nelle grazie dell’ex presidente dell’Iri, l’andreottiano Franco Nobili) alla SCI spa, big del mattone targato Genova; alle meno ‘celebri’ Falcione di Campobasso, Vispi Costruzioni di Gubbio, Giza di Reggio Emilia, Inglen di Firenze, Schiavo Estero spa ubicata in via del Viminale a Roma. Non mancano all’appello le imprese partenopee: De Lieto snc, sede in via Cappella Vecchia, Co.ge.it. spa, uffici in via del Chiostro e Fondedile spa, ubicata in via Verdi. “Quest’ultima – c’è chi osserva al ministero retto da Frattini – ha comunque anche un’altra porta d’ingresso, ancora più comoda. Attraverso l’Inghilterra”.
Vediamo di capirci. Partenopea a tutti gli effetti, la ‘storica’ Fondedile ha partorito, alcuni decenni fa, non poche filiazioni estere. Ad esempio, la Fondedile Sae a Madrid, la Fondedile Belgium ad Anversa, la Fondedile Foundation a Londra. Nelle ultime due, la società madre ha conservato una quota azionaria del 50 per cento. Poi, esattamente dieci anni fa, il passaggio di Fondedile nell’orbita Icla-Pafi, il tandem che ha spopolato nel dopo terremoto (vedi inchiesta a pagina 10). “Da allora – commentano alcuni all’Associazione costruttori edili napoletani – non si è più saputo se Icla a sua volta ha mantenuto quella metà del capitale sociale”. Ma ottimi rapporti di partnership, sicuramente sì.
Eccoci alla terza porta. Ce la spiegano, ancora, agli Esteri. “Sicuramente sarà avvantaggiato chi ha già svolto lavori in Iraq. Soprattutto quando Saddam era un alleato fedele degli Usa e dell’Europa”. In quest’ottica, la pole position spetta di diritto a due imprese. La milanese Gondwana spa, lussuosi uffici nella centralissima via dell’Orso; e Icla Costruzioni – toh, chi si rivede – che a fine anni ottanta, nel periodo d’oro dei suoi appalti pubblici locali (post terremoto) e nazionali (nel variegato fronte delle opere pubbliche), faceva man bassa di gare anche all’estero. E fra i paesi spiccava proprio l’Iraq. Così viene fotografato nel volume Grazie Sisma, edito nel 1990 dalla Voce, l’impegno dell’Icla: “sta realizzando a Mosul, nell’area nord del paese, colossali opere di restauro”. Chi non muore si rivede.

I picciotti di Sigonella
Mafia & appalti miliardari. Un binomio andato in scena in Sicilia, a Sigonella, sotto gli auspici della bandiera a stelle e strisce. Un’inchiesta dal Direzione investigativa antimafia di Catania ha sollevato il coperchio su quasi vent’anni di affari intrecciati fra militari Usa e ‘picciotti’: “A Sigonella – afferma il sostituto procuratore Nicolò Marino – è emersa la corruzione di funzionari addetti alle gare d’appalto. Si può dire che dall’89 in poi Cosa Nostra ha avuto un regime praticamente di monopolio sui contratti stipulati dalla Marina Usa”.
Mafia chiama, camorra risponde ed eccoci d’un balzo a Napoli, dove si trova il quartier generale di Efamed, la Engineering Field Activity Mediterranean. Anche i maxi appalti decisi da Efamed – secondo gli inquirenti – erano frutto di accordi malavitosi. Epicentro proprio nel capoluogo campano, Efamed svolge da anni un’intensissima attività logistica di supporto alle basi militari statunitensi, occupandosi soprattutto di edilizia, infrastrutture e servizi. La ‘piovra’, comunque, si ramifica in tutto il Mediterraneo. Oltre ai 150 addetti civili e 25 militari impegnati a Napoli, infatti, è attiva a Sigonella, appunto, in Friuli alla base di Aviano, in Spagna a Rota, a Creta, nella baia Souda; inoltre – sottolineano nel sito ufficiale della dinamicissima sigla – svolge un’intensa attività come ‘supporto ingegneristico’ nelle postazioni Usa disseminate negli irrequieti Balcani.
Leggiamo alcuni passaggi di un significativo reportage pubblicato a firma di Antonello Mangano su Antimafia 2000. “Le informazioni interne alla base di Sigonella erano essenziali, perché le notizie sugli appalti non sono accessibili dall’esterno. I responsabili del Naval Criminal Investigation Service hanno affermato che nella vicenda il governo Usa è parte lesa e annunciano la costituzione di parte civile. Tuttavia, l’avvocato della base di Sigonella, Sandro Attanasio, in altri processi difende Aldo Ercolano, nipote di Santapaola. Sfruttando i rapporti con i responsabili della Marina americana e con i funzionari degli uffici contratti delle basi Nato di Napoli e Sigonella – scrive Mangano riportando passaggi di un documento della Dia – i funzionari hanno favorito l’aggiudicazione delle relative gare d’appalto, anche comunicando alle società controllate dai mafiosi le stime governative indispensabili per predisporre le offerte”.
Aggiunge Magano: “Non è certo la prima volta che si assiste al connubio tra mafia e militari Usa. All’inizio degli anni ’80, tanto per fare un esempio, Angelo Siino comprò terreni adiacenti la base di Sigonella. Il ‘ministro’ di Totò Riina fece quell’acquisto su indicazione di Stefano Bontade, capomafia e massone di primissimo piano, e della famiglia italoamericana dei Gambino. Il giudice Marino afferma che quei terreni furono utilizzati per summit mafiosi, riunioni tra i più grandi criminali del mondo che si svolgevano a due passi dalla base. Successivamente – aggiunge – quelle terre furono vendute alla marina Usa per l’allargamento della base, in particolare per la costruzione della pista dell’aeroporto. E’ stato lo stesso Siino a riferire ai giudici dell’affare, allargando poi il discorso al complesso degli appalti all’interno dell’installazione militare”.
Non solo appalti pericolosi un po’ in tutti i settori (altamente ‘contaminati’ anche quelli delle pulizie e della ristorazione, tipici canali di riciclaggio malavitoso), ma anche episodi inquietanti e misteriosi. Ad esempio lo ‘strano’ incidente del 19 novembre 1998, quando precipita un CH-46, attrezzato per il trasporto di marines e armi o merci nelle zone operative belliche. Oppure l’arrivo – sempre coperto dal massimo riserbo – di alcuni ‘velivoli’: come i cacciabombardieri F16 e F11, “in grado di trasportare – sospetta più d’uno alla base – armi nucleari del tipo B43, con potenze distruttive che variano da 100 chiloton ad un megaton”. “I ricercatori statunitensi Arkin e Fieldhouse – scrive Mangano su Antimafia 2000 – hanno stimato nella base siciliana la presenza di non meno di cento testate nucleari, valore che cresce in particolari periodi di esercitazioni aeronavali nel mediterraneo o durante le crisi internazionali”. E adesso più che mai.
Ma chi gestisce i servizi aeroportuali a Sigonella? Una società di ‘palazzinari’ a stelle e strisce, PAE Consulting Engineers inc., consorziata con altre due sigle minori italiane, la locale Climega Sud, specializzata in impianti di riscaldamento, e la Aviation Management, legata al gruppo Caltagirone. Scorriamo ancora le inchieste di Antimafia Duemila: “Pae ha cominciato costruendo edifici per i militari di stanza a Saigon, poi ha rastrellato appalti di varia natura, soprattutto negli Usa e nel Pacifico. Col processo di globalizzazione dei mercati Pae ha trovato appoggi per poter operare al di fuori di tutte le regole. Non è difficile ipotizzare che possa essere un’espressione della Marina Usa”. A livello ufficiale, comunque, risulta che fra i ‘soci fondatori’ è annoverata la moglie dell’ex presidente degli Stati Uniti Johnson.
Prima del ‘gruppo Pae’, le operazioni di handling nella strategica base di Sigonella venivano svolte dalla napoletana Alisud, ora entrata nell’azionariato di Gesac, la società che gestisce lo scalo partenopeo.