Le fiamme di Mogadiscio

A prima vista gli incidenti di ieri nella capitale somala fanno pensare all’inizio della solita escalation fra occupanti e occupati. Ma nel disordine somalo c’è qualcosa di più antico e profondo.
L’Etiopia, formalmente o informalmente, è stata autorizzata dall’alto a metter piede in Somalia e a insediarvi manu militari un governo amico. Si può citare questa o quella risoluzione, pro o contro, dell’Igad, l’organismo regionale del Corno d’Africa, dell’Unione africana o della stessa Onu. Il responso non cambia. Nessuna forza impegnata nella lotta per il potere in Somalia, e tanto meno il governo etiopico, può ragionevolmente rifarsi a un principio di legalità. Tutti i partiti sono anzitutto eserciti. Dal 1991, ma di fatto anche da molto prima della caduta del regime di Siad Barre, mentre infuriava una guerra civile generalizzata a fronti variabili, non c’è azione politica che non utilizzi come mezzo, se non come fine, la guerra. I dignitari che si contendono il governo a Mogadiscio e nelle altre regioni somale sono i detentori di armi, che al più si fanno scudo degli anziani del proprio gruppo per darsi una patina di legittimità all’interno dell’ordine tra i clan, a cui in Somalia lo stato è obbligato a prestare attenzione.
Il fatto che l’offensiva dell’esercito etiopico avesse come bersaglio un governo che era l’espressione di un movimento islamico o islamista ha fatto perdere di vista tutti gli altri connotati. Una forma singolare di fondamentalismo alla rovescia. I musulmani somali non hanno cessato di essere somali anche perché tutti i somali sono musulmani. L’eventuale presenza nei ranghi delle corti islamiche di miliziani non somali non è un grande argomento nel sistema globalizzato. Basta pensare alla nazionalità di molti dei combattenti, e dei caduti, fra i ranghi degli anglo-americani in Iraq. E’ come quando nella mobilitazione per l’emancipazione nazionale la sola permanenza che si salvava per gli effetti della fenomenologia antropologica del colonialismo era la religione. Il paradosso è che se il governo somalo appena rovesciato dagli etiopi si serviva dell’islam come alternativa totalizzante all’anarchia e alle malversazioni dei «signori della guerra», non si capisce di quale valore o ideologia possa farsi portatore ai fini della stabilità il governo esportato a Mogadiscio dai tanks etiopici.
Ora il premier somalo Ali Mohammed Gedi potrebbe tentare, per sua debolezza, di trattenere quanto più possibile le truppe etiopiche a Mogadiscio. Ma nessuno meglio di un leader etiopico è cosciente dei risentimenti che suscita la presenza dell’esercito del potente vicino nelle strade e negli uffici della Somalia. E’ la ricetta perfetta per coalizzare gli animi e le forze di tutti. Trent’anni fa fu Siad Barre a compiere l’errore fatale di invadere l’Etiopia sperando di approfittare della confusione rivoluzionaria che vi regnava per portare a termine la «liberazione» dell’Ogaden. Le semplificazioni in cui indulge Bush, e riprese da Meles Zenawi, per giustificare guerre, conquiste e occupazioni sono assurde e devianti ovunque, ma le tensioni che ne scaturiscono a confronto con la geopolitica e la storia del Corno d’Africa rischiano di essere catastrofiche. Ora che tutte le ipotesi di conciliazione sembrano bruciate, si vorrebbe sapere dove si collochi la politica che per anni ha finto di svolgere l’Europa, e al suo interno l’Italia.