Le fantasie sull’influenza del BRICS divengono realtà

Traduzione a cura del CeSPIn – Puntocritico

Il 14 di aprile nella città di Sanya, nell’isola cinese di Hainan, ha avuto luogo il terzo vertice dei grandi paesi emergenti denominati da qualche temo BRIC (Brasile, Russia, India e Cina).

A differenza dei vertici precedenti, in Russia e Brasile, questo si chiamerà BRICS, perché conta un membro in più: il Sudafrica. Questa novità non muta l’attenzione verso il gruppo nel mondo che non cessa di chiedersi cosa possano avere in comune paesi così lontani geograficamente e così differenti culturalmente e politicamente.

Il gruppo BRICS non ha analogie nella storia della politica mondiale ricca di esempi di nascite e sviluppi di differenti istituti internazionali.

L’equipe di economisti della Goldman Sachs, capeggiato da Jim O’Neill, invento nel 2003 la sigla BRIC per far dirigere l’attenzione sui mercati emergenti, augurandosi che questo gruppo si trasformasse in una fetta sempre più consistente della crescita mondiale.

La sigla ha iniziato a vivere una propria vita autonoma crescendo e sviluppandosi, compiendo quindi le aspettative del suo inventore.

A radice della crisi finanziaria che ha evidenziato la differenza esistente nello sviluppo economico tra i membri del BRIC, gli scettici non dubitavano sul fatto che questo gruppo informale fosse sul punto di collassare.

Inoltre, in Occidente si chiedevano perché la Russia, un paese che vive delle sue materie prime e con vaghe prospettive, figurasse nei “leader del futuro”.

E’ vero che la Russia è diversa. Ma non solo per avere tassi di crescita molto inferiori a quelli cinesi e indiani. Nel corso degli ultimi vent’anni, Brasile, India, Cina e Sudafrica sono emersi poco a poco, ognuno sperimentando i propri disastri e i propri successi.

La Russia, da vent’anni si è scontrata con un decadimento senza precedenti, dopo ha iniziato a ristabilirsi ma al momento la sua crescita non è costante. Allo stesso tempo, nonostante il collasso dell’URSS, la Russia non si è mai abbassata ai livelli e agli indici del terzo mondo.

I problemi che doveva affrontare erano molto diversi a quelli degli altri membri del BRICS, quantunque ora superino la Russia nel tasso di crescita economico. Ciò che mette la Russia sul livello degli altri paesi membri e a pieno titolo tra i leader futuri, sono le prospettive economiche a medio – lungo termine. E questa è stata l’ottica dei banchieri statunitensi.

Oggi pero il BRICS è centrato più sugli aspetti politici, che riflettono la necessità oggettiva di un mondo più diversificato e meno orientato verso occidente. E’ stato molto chiaro i questo senso il ministro degli affari esteri russo Sergei Lavrov, che ha definito il BRICS in primo luogo come un’unione geopolitica. Richiama l’attenzione il fatto che tutti i vecchi membri del BRICS hanno coinciso nella loro posizione verso la risoluzione sulla Libia astenendosi al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Solo il Sudafrica ha appoggiato la coalizione occidentale.

Esistono cause oggettive del crescente interesse verso il BRICS.

la prima è l’esistente sensazione che il sistema di istituti mondiale non corrisponde ai processi reali del secolo XXI, e che le riforme che vengono in essi proposte non vanno oltre le enunciazioni. E’ vero che questi cinque paesi sono molto diversi e spesso le loro posizioni non coincidono. Ma sono unanimi sui temi di fondo: ognuno dei cinque paesi è scontento della propria posizione attuale, per le proprie ragioni.

Il mondo multipolare richiede formati diversi da quelli esistenti nel mondo bipolare all’epoca della Guerra Fredda. Anche se nell’essenza questi non sono mutati.

Per questo nelle dichiarazioni del BRICS si possono trovare dubbi verso la legittimità dell’attuale sistema vigente. Sarebbe utopico sperare, però, che cambi la composizione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che tutt’ora riflette la situazione del 1945: i membri permanenti (due di questi Russia e Cina del BRIC) non vogliono condividere i propri privilegi con nessuno.

la seconda causa è che è ora di cercare soluzioni realmente nuove per i problemi globali. Ognuno dei cinque paesi membri crede che ora il mondo in questo senso è rappresentato dal solo Occidente, e ciò non corrisponde alla distribuzione delle attuali forze economiche e politiche di oggi e impedisce la ricerca di risoluzioni nuove che possono essere trovate aumentando il numero dei partecipanti alle discussioni.

Infine, tutti i membri del BRICS comprendono che agendo nel quadro delle strutture esistenti non riescono ad aumentare il proprio peso e influenza sullo scenario mondiale.

Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica stanno cercando modi di rafforzare le proprie posizioni alla luce della conformazione di un nuovo mondo con una nuova e diversa distribuzione delle forze, poteri e privilegi. Il fatto che assieme rappresentino tutti gli angoli del mondo, sarà un argomento che giocherà a loro favore.

I BRICS non sono solo stati emergenti che si sviluppano a ritmi accelerati, sono “poli” principali del mondo multipolare. Per questo sarebbe sbagliato considerare il gruppo giudicandolo solo in indici economici.

Per la Russia, che dal 1991 non è riuscita ad acquisire una identità in politica estera, l’idea della formazione del BRICS è stata molto opportuna.

Ha rappresentato la forma più appropriata per correggere la direzione della propria politica estera, per ricordare al mondo che il paese ha un peso a livello globale, quantunque ridimensionato dopo la disintegrazione dell’URSS e per mostrare che sta assieme ai paesi leader nei tassi e nella qualità di crescita economica.

I paesi membri rigettano la lettura che viene data sulla genesi del BRICS come contrappeso a qualsiasi altra forza. Nonostante questo gli Stati Uniti vedono nel BRICS una struttura destinata a debilitare il proprio ruolo. I paesi BRICS hanno relazioni d’interdipendenza stretta con Washington: in campo economico (Cina, India e Brasile) o politica (Russia). Dicano quel che dicano i rappresentanti del gruppo, è certo, che in un sistema internazionale chiuso la loro influenza può crescere solo a costo di una riduzione dell’influenza occidentale.