Le elezioni francesi e noi

Nella sua “guida alla politica estera italiana” Sergio Romano sottolinea spesso come un vecchio vizio del nostro paese sia quello di usare e torcere per motivi domestici i temi e gli avvenimenti della politica internazionale. È indubbio che è sempre utile tenere presente questo ammonimento del vecchio decano della politica estera, soprattutto di fronte alla lettura ed alla interpretazione dei risultati elettorali. È il caso, tra gli altri, anche del primo turno delle elezioni regionali francesi dello scorso fine settimana.

Le elezioni francesi…

Una prima considerazione riguarda il fatto che qualsiasi interpretazione dei dati venga condotta, deve tener conto di un elemento che condiziona ogni analisi e cioè l’alto tasso di astensionismo (quasi il 54%), che porta più della metà degli elettori a disertare le urne. Qualsiasi analisi su chi abbia “vinto” o “perso” in queste elezioni deve quindi tener conto di questo aspetto, trascurato il quale si perdono di vista le tendenze di fondo che si muovono nelle viscere della società francese (ma qui il discorso può tranquillamente essere traslato a quasi tutti i paesi del vecchio continente). Sembra un paradosso ma, pur in presenza di forti tensioni e mobilitazioni sociali (la cui punta dell’iceberg è rappresentata dal sequestro dei manager aziendali da parte dei lavoratori), la partecipazione alla vita democratica ed alle elezioni raggiunge il minimo storico. La differenza col caso statunitense (dove tendono ed essere deboli anche i movimenti di lotta – non le manifestazioni o le dimostrazioni, ma il conflitto sociale-) è evidente, ma non c’è dubbio che questa tendenza è data dal sistema elettorale fortemente bipolare, che punta ed espellere grandi masse dalla partecipazione politica. Pur in presenza di una pesantissima crisi economica e di conseguenti lotte sociali, la partecipazione politica è ridotta al minimo. E questo aspetto se è vero che colpisce tutti (la prima vittima è proprio Sarkozy ed il suo partito), non può non interrogare la sinistra di alternativa ed i comunisti sul saldo legame che si registra tra lotte sociali, rappresentanza politica delle lotte e radicamento sociale. Tanto più se, come è del tutto evidente, ad astenersi sono soprattutto i ceti popolari, come emblematicamente ci dice il dislivello tra la percentuale vertiginosa di astensione (70%) a Bobigny, sobborgo periferico di Parigi, ed il fisiologico tasso di astensione a Versailles (5%). Bipolarismo e vita politica ingabbiata nello scontro/alternanza UMP-PS, fanno da detonatore alla disaffezione ed al disimpegno ed in pochi riescono a trarne un vantaggio dando rappresentanza a quella gente. Tra questi, purtroppo, l’estrema destra.

Come nei più classici dei meccanismi, in un periodo di crisi economica caratterizzato da paure ed incertezze e di fronte ad un quadro politico che viene percepito da larga parte dell’elettorato come immutabile, oltre alla crescita dell’astensionismo si registra l’avanzata di partiti di estrema destra, populisti ed apertamente razzisti e xenofobi come è il caso del Fronte Nazionale che raccoglie oltre il 12% in tutto il paese. Una delle novità di questo passaggio elettorale è rappresentato proprio dalla forte avanzata del partito di Le Pen che si avvantaggia di una campagna mediatica che dirotta il dibattito politico dai temi caldi della crisi economica e delle proteste sociali a quelli quali l’identità nazionale (in questa campagna elettorale si è discusso molto di burka e minareti, più che di programmi). Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il FN raccoglie consensi da capogiro: oltre il 10% in 11 regioni ed addirittura il 20% in PACA (Provenza-Alpi-Costa Azzurra). Un successo enorme dovuto al fatto che questo partito da un lato vampirizza i consensi dell’elettorato di Sarkozy e, dall’altro lato, è votato da un bacino elettorale di voti di protesta che in passato premiava liste di sinistra come Lotta Operaia ed il Nuovo Partito Anticapitalista di Olivier Besancenot. Ad essere eroso è anche il voto operaio che tradizionalmente si rivolgeva verso il PS ed il PCF come dimostra l’avanzata del FN nelle città industriali del Nord-Pas-de-Calais dove sfiora il 18,3% dei consensi.

Dentro questo quadro fortemente influenzato dal tasso di astensione, non si può non cogliere il tonfo dell’UMP, reso ancora più fragoroso dall’impegno che in prima persona il Presidente ha profuso in questa campagna elettorale. Non solo a differenza dei suoi predecessori non ha abbandonato la guida del partito una volta assunti incarichi istituzionali, ma si è speso fino in fondo in campagna elettorale, arrivando addirittura a 24 ore dal voto ad invitare il popolo francese a “votare bene” attraverso le colonne del noto quotidiano le Figaro. La sua leadership è sicuramente in affanno, ma ad essere forse realmente in crisi è questo tratto di bonapartismo postmoderno che ha caratterizzato la sua presidenza. Del resto i risultati dell’UMP alle europee non erano molto lontani da quelli attuali (27,5% contro il 26,7% raccolto oggi). Non è chiaro come reagirà ora Sarkozy, se moderando il suo piano di riforme liberiste o accelerandolo per mostrare quei risultati che fino ad oggi non sono ancora arrivati.

Il successo del Partito Socialista, che passa dal 17% delle europee al 30% in questa tornata elettorale, è immancabilmente legato invece alla figura della nuova segreteria Aubry e ad una linea politica di forte attenzione nei confronti delle richieste che vengono dal mondo del lavoro. Ma questa immagine smagliante di forza deve però fare i conti con un complesso sistema elettorale a doppio turno che prevede, in vista del secondo, la costituzione di alleanze elettorali per aggiudicarsi il governo delle regioni e dei dipartimenti. Compito non facile, che rischia di pregiudicare l’obbiettivo della conquista della maggioranza in tutte le regioni (la scorsa volta le forze di sinistra riuscirono a conquistare la presidenza di tutte le regioni tranne due). Un paragone con il caso italiano si rende necessario: se qui il PD ha scelto una dinamica politica di “competizione al centro” (strategia che Bersani non ha abbandonato e che rimane l’aspetto strategico della politica delle alleanze di questo partito), in Francia il PS è rifuggito da questa logica, guardando e privilegiando i rapporti a sinistra, con il triplice vantaggio che, il partito centrista d’oltralpe (Mo-Dem di François Bairou) raccoglie un misero 4% mentre, non scattando un meccanismo di “voto utile” a sinistra, il Fronte di Sinistra sostanzialmente mantiene il consenso raccolto alle europee e i verdi di Europe Ecologie, dell’ex leader del ’68 Danielle Cohn-Bendit, col 13,3% diventano la terza forza politica del paese.

A sinistra del PS (esclusi i verdi che, comunque, hanno un profilo ecologista e riformista), assistiamo ad un leggero calo di consenso rispetto alle europee per le forze della sinistra d’alternativa. Escludendo infatti i territori d’Oltremare, Fronte di Sinistra, NPA e Lotta Operaia raccolgono assieme attorno al 9,66% (approssimando a 6 il FdS + 2,5 + 1%), avevano il 12,38% alle europee. In questo pesa fortemente il risultato del NPA che subisce un drastico ridimensionamento. Ovviamente parte di questi voti in fuga dal partito di Besancenot sono andati al FdS (ma non solo), in virtù di una certa mobilità dell’elettorato e dell’assenza di fidelizzazione della base di consenso di queste formazioni.

In questo quadro va però rilevato il risultato positivo del Fronte della Sinistra (che ricordiamo essere una coalizione elettorale tra il PC francese, il Partito di Sinistra di Jean-Luc Mélanchon, ex esponente del PS, e Sinistra Unitaria di Piquet Christian) che, a seconda delle modalità di conteggio delle diverse realtà regionali, raccoglie un consenso che va da 5,8% (considerando la proiezione nazionale) al 6,5% (guardando alle sole regioni in cui la lista ha preso più del 4%: 17 sulle 22 totali, esclusi i territori d’Oltremare); è stato il 6,18% alle europee. Nell’Ile-de-France, che comprende anche Parigi, la lista raccoglie un ragguardevole 6,55% dei voti. Significativi sono i risultati in quattro regioni dove questa coalizione ha preso più del 10%, come nel caso del Limousin (13,13% in alleanza con l’NPA), nel Nord (10,78%), in Corsica (10,02%) e ad Auvergne (14,24%). Sono 10 invece le regioni dove la lista ha raccolto più del 5% mentre, oltre alle 3 regioni dove il consenso è stato inferiore al 5%, va ricordato che si votava anche nei territori d’Oltremare: a Reunion, Paul Vergès (passato presidente comunista del Consiglio Regionale) ha raccolto il 30,23% dei voti ed ha buone possibilità di farcela; in Guadalupa, ha vinto il PS al primo turno ed il candidato sostenuto dal Partito Comunista di Guadalupa ha preso il 12,4% dei voti mentre a Martinica, il candidato sostenuto dal Partito Comunista della Martinica ottiene 6,85% dei voti. Non mancano però i rilievi critici che provengono dall’interno dello stesso PCF e che fanno notare come questi dati, pur positivi, segnano molte volte un arretramento rispetto alle elezioni regionali del 2004. E’ da questo confronto che, per esempio, si evince come il pur positivo risultato del Nord-Pas-de-Calais vede la perdita di un quinto dell’elettorato o come nell’Ile-de-France si passa in termini assoluti da 264.000 a 189.000 voti (dal 7,2% al 6,5%), con diminuzioni significative nei sobborghi popolari; in Seine-Saint-Denis, si raccoglie solo il 4,0% contro il 7,8% registrato nel 2004 e in Val d’Oise 2,1% contro il 4%, solo per citare alcuni tra gli esempi più rappresentativi. E tutti questi raffronti sono fatti partendo dai voti che il solo PCF aveva raccolto nel 2004 e confrontandoli con i risultati oggi portati a casa da tutta la coalizione (PCF più altri, più eventuali alleati locali). Nonostante tutto, il segno caratterizzante di questa tornata elettorale per il FdS è quello di un importantissimo segnale di tenuta, al punto che le Monde del 15/03 così titolava: “il Fronte di Sinistra ha vinto la sua scommessa sull’unità”.

…e noi

Proprio per queste ragioni molti tra i commenti che in Italia sono stati fatti sulle elezioni francesi indugiavano sulla riuscita della scommessa unitaria del PCF all’interno del Fronte di Sinistra e sui risultati elettorali che suggellavano e confermavano tale impianto. Ma proprio per non commettere però l’errore di cui ci parlava Sergio Romano è bene tenere presente almeno due aspetti fondamentali.

Il primo è che, quando si parla delle esperienze di unità a sinistra che ci sono in Europa è bene evitare semplificazioni. Un conto è il Fronte di Sinistra francese, ben altra cosa sono esperienze quali la Federazione della Sinistra italiana, piuttosto che la Linke tedesca. Considerare queste tre esperienze (ma ce ne sono molte altre) come sostanzialmente equivalenti, come spesso si legge nel nostro paese, è davvero esiziale. Il Fronte di Sinistra, come abbiamo già detto, è una semplice coalizione elettorale: l’autonomia dei partiti non viene messa in discussione ed a partire da essi, si dà vita ad una coalizione elettorale che ha quindi il vantaggio di rispondere alla doppia esigenza di unità a sinistra e di presentare una lista elettorale competitiva, capace di superare gli sbarramenti e di concorrere come alternativa credibile ai partiti della sinistra moderata di ispirazione riformista (PS e Verdi). In questo, il FdS è paragonabile all’esperienza portoghese della CDU, la Coalizione Democratica Unitaria , ma su questo punto ci ritorniamo.

L’esperienza italiana della Federazione della Sinistra è invece, come dice il nome stesso, un coordinamento federato tra vari soggetti. E quindi, pur mantenendo ciascun partito la propria autonomia, cede però quote di sovranità alla struttura federativa su alcuni aspetti non secondari. È il caso, per esempio, del modo in cui ci si presenta nelle competizioni elettorali (accordi o meno e rispettivi temi politici e programmi elettorali), un aspetto quindi centrale della vita di una forza politica. Volendo trovare un termine di paragone, potemmo dire che l’esperienza della FdS italiana è molto simile a quella di Izquierda Unida spagnola, dove l’autonomia dei partiti (come è il caso del PCE) convive dentro l’esperienza della struttura federativa.

Ben altro caso è invece l’esperienza tedesca. Questo infatti è un partito vero e proprio, nato dall’unione di PDS e WASG che, come tali, ovviamente non esistono più.

Ecco perché non si può parlare di processo di unità a sinistra tra i comunisti e forze della sinistra d’alternativa guardando a queste esperienze come fossero varianti dello stesso progetto di fondo. E soprattutto, chi oggi si pone senza ambiguità il tema della “rifondazione” di un partito comunista non può non avere presente la differenza che intercorre tra forme di coordinamento e processi unitari a sinistra in cui l’autonomia dei comunisti o rimane oppure viene sussunta nella nuova struttura organizzata.

La seconda considerazione, che è intimamente legata alla prima, ha bisogno di una premessa.

In vista del congresso del PCF che ci sarà il prossimo giugno, alcuni militanti hanno lamentato la scarsa visibilità del partito alle elezioni in favore del FdS e temono, in vista dell’importate appuntamento delle presidenziali per il 2012, che per la prima volta non si decida più di correre con un proprio candidato ma di presentarne uno espressione di tutto il FdS. Queste paure sono ovviamente influenzate da un forte orgoglio di partito, accentuato dal fatto che la disparità di rappresentatività tra i partiti che compongono il FdS è davvero alta (solo per citare un dato: il PCF ha circa 170mila iscritti, il partito di Mélenchon circa 4mila e Sinistra Unitaria circa un migliaio). Ma non c’è solo questo. Anche all’interno del PCF ci sono da anni tendenze che parlano apertamente della necessità di una “rifondazione” del partito stesso e del superamento della natura comunista del partito; un tema che del resto a noi italiani è molto familiare. Ecco perché l’esperienza del FdS viene vista con sospetto da alcuni settori del PCF e ci si “aggrappa” alla presentazione dei propri simboli e dei propri candidati alle elezioni come antidoto al tentativo di superamento, per questa via, della natura comunista e rivoluzionaria del partito. Non è l’esigenza dell’unità a sinistra che viene criticata o messa sotto accusa, ma il timore che una diluizione degli elementi identitari e caratterizzanti del partito diventi la strada per successive tappe del processo “rifondatore”. E questo perché nel suo ultimo congresso il PCF ha espresso un gruppo dirigente che, nella sua maggioranza, ha scelto di stare ancora “in mezzo al guado” e di non sciogliere definitivamente questo nodo.

Sta in questo il nucleo politico della seconda considerazione: non è la forma con cui i comunisti si presentano alla elezioni che mina la natura del partito, ma la direzione strategica del suo gruppo dirigente. Tanto è vero che nessuno in Portogallo si scandalizza quando il PCP si presenta alle elezioni con un contrassegno diverso dal proprio simbolo o in Grecia dove addirittura il KKE si presenta alle elezioni locali senza la falce e il martello nel simbolo, perché è in coalizione con altre forze non comuniste. Questo perché la direzione strategica del gruppo dirigente di quei partiti è chiara, come è chiara la volontà di non superamento del partito. Un aspetto, questo, che ha caratterizzato anche la storia del comunismo italiano: il PCI bolognese era solito presentare alle comunali un contrassegno elettorale (col nome e simbolo delle Due Torri) che nulla aveva a che fare con la simbologia e la terminologia comunista. E questo non scandalizzava nessuno perché allora era evidente a tutti che la natura del partito non era affatto messa in discussione.

Ecco perché, per non torcere per esigenze domestiche esperienze e scelte che i comunisti fanno in Europa non bisogna fare semplificazioni.

E quindi, per venire a noi ed evitare normali e sane resistenze che ci sono di fronte all’esigenza dei processi unitari (a partire da quelle che si registrano nel PRC rispetto all’esperienza della Federazione), è necessario che nel gruppo dirigente prevalga una linea chiaramente volta alla costruzione del partito e della sua natura comunista e rivoluzionaria. E non già nascondere, dietro l’esigenza “dell’unità a sinistra”, processi di diluizione e superamento dell’esperienza comunista e resistenze ad un rafforzamento dei comunisti e ad una loro ricomposizione. Temi questi che dovrebbero spingere tutti ad una maggiore chiarezza ed onestà intellettuale, piuttosto che a mischiare o confondere i piani (questione comunista e tema dell’unità e del coordinamento della forze di sinistra alternativa ed anticapitalista). È di fronte a queste ambiguità (si dice di aver sconfitto a Chianciano una linea liquidazionista e poi non si pratica una vera gestione unitaria e ci sono resistenze viscerali ed un confronto ed un percorso di riunificazione di tutti i comunisti; si dice di voler rispondere al tema dell’unità a sinistra ma poi si confondono i piani, alludendo alla necessità di un nuovo soggetto politico dei comunisti e della sinistra (Linke all’italiana); si dice di non voler metter in discussione l’autonomia del Prc ma poi lo si commissaria de facto scegliendo le modalità di presentazione della lista e dei candidati senza riunire né i gruppi dirigenti di partito, né quelli della Federazione…) che sorge il dubbio che, dietro a tutte queste semplificazioni, si nasconda invece un progetto politico chiaro (una “linke all’italiana”? Cioè un partito non più comunista ma in cui comunisti e non comunisti stiano insieme), solo che finora rimane inespresso. E la confusione dei piani (esigenze elettorali/unità della sinistra, questione comunsita) è funzionale a farlo avanzare nei fatti e senza una discussione pubblica e chiara nel merito.