«Le donne restano sempre vulnerabili»

Per la sociologa Chiara Saraceno gli ultimi episodi di cronaca – la pakistana Hina, uccisa dai familiari, ma anche Elena Lonati, che sarebbe stata assassinata da un ragazzo cingalese – sono figli di un processo di integrazione mal gestito che va completamente riformato. Ma anche una testimonianza della «vulnerabilità delle donne nella società moderna».
L’affermazione della parità sembra un progresso lento.
«Di sicuro è un avanzamento fragile. L’Onu denuncia che ogni pochi secondi una donna è picchiata o violentata. Le cose sono migliorate, molti uomini rispettano le donne e non condividono le culture che le sottomettono. Ma spesso questa accettazione è una crosta, e sotto c’è la vulnerabilità delle donne».
La situazione delle immigrate sembra assai più complicata.
«Le donne arrivate in Italia per ricongiungimenti familiari sono un buco nero nella nostra società: sono invisibili e per questo più indifese. Soprattutto per chi proviene da zone di fondamentalismo e tradizione rurale, poco evolute: le mogli e le figlie sono subalterne e sopraffatte, vengono considerate oggetti, e così accade anche in patria. Non dobbiamo dimenticare però che accadeva la stessa cosa nell’Italia degli anni ‘50 e il delitto d’onore era contemplato fino agli anni ‘70».
Perché si arriva a reazioni così violente?
«Perché quando alcune di queste riescono ad emanciparsi il nostro contesto culturale funge da detonatore: i comportamenti di mogli o figlie vengono vissuti come ancora più sfidanti nei confronti del tradizionale potere maschile. La reazione è quindi fortissima anche se ingiustificabile».
Cosa dovrebbe fare lo Stato per migliorare la situazione?
«C’è un lavoro enorme da fare con le donne immigrate. Soprattutto per quelle che arrivano in Italia per ricongiungimenti familiari e che sono considerate più fortunate perché hanno già una casa, ma invece sono le più in difficoltà perché non hanno contatti con la società, soprattutto nei paesi più piccoli. È necessario offrirle un’integrazione forte come il farle seguire corsi di lingua italiana senza che mariti e fratelli le blocchino come è accaduta anche a me in Italia quando insegnavo per i corsi di 150 ore negli anni ‘70».
Se il problema è quello di entrare in contatto con loro, come superarlo?
«I canali possono essere solo i medici: gli ospedali sono un passaggio obbligato per qualsiasi persona ed è qui che le donne vanno contattate. In più se ci sono figli c’è un grande lavoro da fare nelle scuole: un forte investimento per dare la possibilità a queste strutture di gestire consultori con frequenza obbligatoria e non, come capita spesso, dove partecipano i mariti e non le mogli. C’è poi una difficoltà nelle forze di Polizia: Hina aveva denunciato suo padre, ma i servizi sociali non sono stati attivati. Se fosse accaduto avremmo forse evitato la tragedia».
I casi di questi giorni sono entrambi in provincia di Brescia, zona sensibile al tema dell’immigrazione. Ci sono rischi sociali?
«Il rischio c’è e va tenuto sotto controllo. L’equazione mussulmano – stupratore – ammazza figlie è nelle teste di molti, specie se fomentati dalla Lega. È fondamentale il ruolo dei media: devono spiegare che questi omicidi non sono fatti in nome del Corano, che il fondamentalismo non c’entra o c’entra solo perché rende le donne totalmente subalterne. Nei piccoli centri del nord l’integrazione è più difficile perché tutti si conoscono e gli immigrati sono portati a chiudersi ancor di più». La Bossi Fini poi peggiora le cose?
«Sì, l’Italia è una nazione di immigrazione recente che però sta affrontando una accelerazione vistosa che crea problemi perché siamo una nazione con problemi interni (disoccupazione). La nuova legge sulla cittadinanza è benvenuta ma è ancora rigida: generosa con chi ha un avo italiano anche lontano e avara nei confronti di chi nasce in Italia: ai 18enni nati qui la cittadinanza va data subito».