Le donne il capitalismo e Dio

Feuerbach e Marx “cani morti”? Dal punto di vista del loro dichiarato ateismo si direbbe proprio di sì. L’ateismo va infatti annoverato tra i grandi assenti del dibattito culturale – e quindi inevitabilmente politico – di questi anni. Al contrario, una multiforme revanche religiosa si diffonde nell’Occidente capitalistico, manifestandosi non solo nelle oceaniche adunate della gioventù cristiana, ma anche e soprattutto in una rinnovata, crescente influenza del potere religioso sulle istituzioni politiche. Una influenza tale da far dubitare della tesi, pressoché indiscussa fino a pochi anni fa, secondo cui la secolarizzazione della vita civile, e la conseguente riduzione della religione ad “affare privato”, si sarebbero imposte col passare del tempo.
Molte spiegazioni sono state date del prepotente ritorno della religione nel linguaggio e nelle strategie politiche delle leadership occidentali. L’interpretazione più influente, come è noto, sottolinea la necessità, dopo gli attentati dell’11 settembre, di individuare nel cristianesimo una comune radice identitaria da contrapporre all’islam, vale a dire al collante ideologico di un insorgente mondo arabo. Per quanto efficace e suggestiva, a nostro avviso questa lettura coglie soltanto elementi superficiali dell’intera questione. Invece, come cercheremo di mostrare, dalle categorie del materialismo storico è forse possibile trarre una più adeguata e profonda chiave di interpretazione per l’apparente “fame di trascendenza” dei giorni nostri. In particolare, sosterremo che la rinnovata apertura alla religione e alle sue istituzioni riflette il tentativo di proteggere le punte più alte dello sviluppo capitalistico contemporaneo da una delle sue più acute contraddizioni interne: quella relativa al ruolo della famiglia tradizionale all’interno del processo di riproduzione sociale. Si tratta di una contraddizione che nel corso del Novecento è riuscita ad imporsi nell’arena politica solo in rare circostanze: per pochi anni dopo la rivoluzione bolscevica, e in seguito tra il ’68 e l’affermarsi del movimento femminista. Per quanto fugaci, tuttavia, quelle occasioni sono risultate più che sufficienti per segnalare il potenziale eversivo della contraddizione interna alla famiglia, la “distruzione creatrice” insita in essa. Il problema che si pone ora è di comprendere per quale motivo proprio oggi si costituiscano le condizioni per il riproporsi di quella contraddizione in termini di “problema politico”, rispetto al quale l’istituzione religiosa potrebbe candidarsi quale possibile rimedio.

Il riemergere della crisi capitalistica risponde sotto vari aspetti a questo primo interrogativo. Tra la dissoluzione sovietica e la fine degli anni ’90, un capitalismo autoreferenziale e totalizzante aveva potuto dispiegare le sue forze quasi senza incontrare ostacoli. Si è trattato di un capitalismo al massimo della sua potenza, che si reggeva sulle proprie gambe, e che quindi definiva al suo interno le condizioni di riproduzione sia della vita materiale che di quella, per così dire, spirituale. E’ stato insomma un capitalismo che non necessitava di puntelli ideologici esterni. Le sue parole d’ordine: “crescita per la crescita, competizione per la competizione”, hanno rappresentato esse stesse delle lampanti dimostrazioni di forza, di totale autosufficienza ideologica.
Più di recente, tuttavia, le contraddizioni interne sono riaffiorate alla coscienza collettiva, e la potenza riproduttiva del sistema, materiale e ideologica, è iniziata a scemare. La disoccupazione e la precarietà di massa, la crescente sperequazione della ricchezza tra le classi, e più in profondità l’alienazione di un lavoro subordinato, incosciente, sempre più assoggettato – sia nella erogazione che nella fruizione – al dominio capitalistico sulla tecnica e sui desideri, rappresentano solo alcuni dei più vistosi e irriducibili segnali della crisi dei nostri tempi. La produzione “interna” di ideologia è dunque divenuta insufficiente e la religione si è proposta, di nuovo, quale necessario fattore di stabilizzazione sociale. Con ciò naturalmente non si vuol negare il carattere intrinsecamente duale della religione, da sempre in lotta, al suo interno, tra istanze di conservazione e istanze di trasformazione del mondo (e al limite di vera e propria eversione). Al tempo stesso, però, occorre prendere atto della sempre maggiore capacità del potere religioso di assorbire, e quindi neutralizzare, le rivendicazioni sociali che disperatamente cercano nella parola di Dio un sostegno anziché un freno. Dalla censura praticata dall’Impero romano sui Vangeli, alla pretesa dell’attuale pontefice di riconoscere nel suo Dio preconciliare l’unica vera rivoluzione, fino alle procedure di delegittimazione di qualsiasi forma di radicalismo religioso in ambito sociale, gli esempi storici in tal senso abbondano. Ed è proprio a causa di questa incessante, sempre più sottile e minuziosa opera di neutralizzazione che la religione, per dirla con Marx, sembra oggi più che mai assumere i tratti del “sospiro di una creatura affranta”, dello “spirito dei tempi privi di spirito”. Insomma, dell’oppio dei popoli.
Ma è nel richiamo sempre più insistente ai valori tradizionali della famiglia, e quindi in ultima istanza al ruolo sociale della donna, che la missione conservatrice della religione pare emergere in tutta evidenza. Questo continuo rinvio alle “virtù del passato” costituisce, come è noto, uno dei sintomi più significativi della crisi di consenso della cosiddetta “modernità” capitalistica. Al di là dell’ambito religioso esso trova ampi riscontri anche in alcune frange della cultura di sinistra: tra gli ambientalisti meno avveduti, ad esempio, così come tra i fautori di improbabili forme di micro-comunitarismo economico. Tuttavia, mentre questi fenomeni culturali non appaiono assolutamente in grado di retroagire sul funzionamento effettivo del sistema, nella rinnovata pressione esercitata dal potere religioso sulla donna è invece possibile individuare un tentativo concreto di rimediare alle crescenti difficoltà di auto-riproduzione del capitalismo. Stiamo parlando, in tal caso, di riproduzione sociale nel senso più stretto del termine, vale a dire di tutte le attività finalizzate alla crescita, all’educazione e all’inserimento sociale dei figli.

Il problema è che, proprio su questa attività primaria di riproduzione, le trasformazioni recenti del capitalismo esercitano una serie di spinte contraddittorie. Da un lato, infatti, il movente del profitto incorpora la donna, al pari dell’uomo, nel processo di “astrazione” del lavoro e di valorizzazione del capitale. I dati sulla crescita della partecipazione femminile al mercato del lavoro e sulla lenta ma inesorabile riduzione dei differenziali salariali tra i sessi costituiscono tuttora le più tangibili determinanti della crisi dei valori tradizionali e delle connesse, storiche discriminazioni di genere. I tempi di vita della donna, pertanto, vengono sempre più scanditi per un verso dai ritmi di lavoro e per l’altro dal desiderio di tradurre l’ingresso nella “società che conta” in una più generale occasione di emancipazione dai vincoli sessuali e relazionali di un tempo. Queste tendenze, si badi, sono esplose in modo dirompente durante gli anni Settanta, ma dopo di allora non si sono certo esaurite. I numeri ci dicono infatti che esse proseguono nascoste, covando al di sotto del tessuto sociale. Dall’altro lato, tuttavia, le sconfitte del movimento operaio e la relativa compressione dello stato sociale hanno accresciuto lo sfruttamento, hanno abbattuto la quota di reddito destinata al lavoro subordinato e l’hanno pure resa più instabile, dal momento che oggi più che in passato il capitale può assorbire ed espellere manodopera dai processi produttivi – soprattutto donne, si badi – a seconda dell’andamento della congiuntura. La conseguenza è che l’emancipazione sociale della donna, in quanto appartenente alla classe lavoratrice, risulta più che mai soggetta alle bizzarrie del ciclo capitalistico. Inoltre, la classe lavoratrice non si trova più nelle condizioni di disporre di “tempo liberato per i bambini e per i ragazzi”, e al tempo stesso non è in grado di acquistare sul mercato ciò che prima produceva in famiglia, vale a dire “servizi” per l’infanzia e per l’adolescenza. Tali tendenze contrastanti lasciano così in sospeso la questione cruciale: chi si occupa dei figli?

Bisogna ammettere che ancora oggi questo interrogativo non ricade sui generi in modo simmetrico. Esso infatti si insinua soprattutto nel profondo psichico della donna, ingabbiata nel ruolo di responsabile storica della riproduzione sociale. La contraddizione capitalistica irrisolta cioè si tramuta, in ambito individuale, in un vissuto nevrotico e al limite schizofrenico. La religione interviene pertanto come una sorta di richiamo all’ordine, e l’appello al recupero dei valori tradizionali della famiglia si eleva al rango di “soluzione razionale”. La donna, si dice, nella piena partecipazione al lavoro sociale si rende vittima di una emancipazione solo apparente, viziata da insanabili contraddizioni e insoddisfazioni. La sua vera libertà risiederebbe invece nel ripristino dell’antico ruolo di sposa e di madre, e solo al limite di lavoratrice “a tempo parziale” (vale a dire una lavoratrice marginale e quindi ancor più subalterna). Si tratta di un ruolo che l’istituzione religiosa reputa “naturale”, ma che a ben vedere potrebbe in quest’ottica definirsi addirittura “efficiente”, in grado cioè di risolvere problemi che il mero sviluppo capitalistico finirebbe soltanto per aggravare. Siamo insomma di fronte ad un vero e proprio tentativo pianificato di chiudere i conti con i processi materiali che sono sempre stati alla base del movimento femminista. Ed è innegabile che la decantata linearità di questo tentativo, la sua apparente coerenza, esercitino oggi un notevole influsso “razionalizzante” su molte donne ed uomini, e su gran parte della classe lavoratrice.

Ma il discorso non termina qui. L’odierna connection tra potere capitalistico e religioso trova infatti giustificazioni non solo nei fallimenti della meccanica del capitale, ma pure nella stessa ansia di affermazione che muove quest’ultimo. La questione si pone ancora una volta riguardo alla riproduzione sociale della popolazione. Benché infatti non costituisca assolutamente una causa diretta di sviluppo, la crescita della popolazione rende abbondante il lavoro disponibile. Essa pertanto costituisce, nel lungo periodo, le condizioni per il contenimento delle rivendicazioni sociali e dunque, indirettamente, per la valorizzazione del capitale. Il problema è che nei paesi capitalistici avanzati la dinamica della popolazione è estremamente debole. Va tenuto presente che il rapporto di riproduzione stazionaria della popolazione corrisponde approssimativamente a due figli per donna, ed è ben noto che nell’Occidente industrializzato da tempo si fatica a mantenerlo. Si potrebbe obiettare che l’immigrazione è in grado di risolvere la questione, almeno dal punto di vista delle esigenze del capitale. Tuttavia, almeno in Europa, i tassi di immigrazione necessari a compensare la fiacca dinamica interna della popolazione tendono ad alimentare disordini e pulsioni xenofobe, ed appaiono pertanto scarsamente compatibili con gli obiettivi di stabilità e di pax sociale ai quali il capitale medesimo mira. A ciò si aggiunga che la domanda di riproduzione sociale del capitale si presenta in termini non solo quantitativi ma anche e soprattutto qualitativi. Basti in proposito ricordare i sempre più frequenti richiami alla crisi dei principi di obbedienza e disciplina in seno alle giovani generazioni, e i relativi appelli al ripristino della centralità degli antichi valori familiari al fine di rimettere un po’ d’ordine tra di esse. Si tratta di appelli che ormai si insinuano persino nella cultura borghese “illuminata”, e che trovano nelle esigenze materiali di sviluppo capitalistico il loro principale fondamento. In definitiva, l’imperativo categorico è che occorre far figli “all’interno”, ed occorre più che mai educarli alla “compatibilità”, alla non contraddittorietà con il funzionamento complessivo del sistema. Se si considera l’impegno profuso dalle istituzioni ecclesiastiche su entrambi questi versanti, si comprenderà che siamo ancora una volta di fronte ad una necessità materiale, sia nel senso quantitativo che qualitativo, dalla quale emergono in tutta evidenza ragioni ulteriori per il consolidamento di un’alleanza di lungo periodo tra potere capitalistico e potere religioso, e per la relativa crescita e istituzionalizzazione delle erogazioni monetarie dal primo al secondo.

Di fronte a queste colossali sovrapposizioni di potenza, materiale e ideologica, appaiono francamente patetici, nella loro assoluta inadeguatezza, i richiami al carattere “laico” delle istituzioni da parte di numerosi politici e opinionisti di sinistra.

Come abbiamo cercato di mostrare, l’odierna pervasività del messaggio religioso sembra poggiare su un solido fondo, materiale e razionale. Non saranno quindi dei timidi appelli alla laicità dello Stato a mutare il corso degli eventi. Il problema, del resto, è di interpretazione prima ancora che di mutamento. A questo riguardo, sarebbe forse utile tornare a gettare uno sguardo ateo, cristallino e impietoso, sulla contemporaneità. L’ateismo costituisce infatti il “corpo estraneo” per eccellenza rispetto alla connessione capitalistico-religiosa dei nostri tempi. Ed è proprio grazie alla sua estraneità, alla sua irriducibilità, che si potrebbe attraverso di esso comprendere che dietro la grandezza di quella connessione potrebbe celarsi, in fondo, un atto disperato. E’ possibile infatti che proprio nell’ambito della riproduzione sociale, e dei relativi rapporti familiari, stia montando una delle più alte e irreversibili contraddizioni capitalistiche della Storia. La ferrea volontà di tante giovani donne di conquistare a tutti i costi l’indipendenza economica, lo sviluppo impetuoso dei divorzi, delle coppie di fatto e delle cosiddette “famiglie atipiche”, le inevitabili contraddizioni economiche e organizzative cui esse danno luogo, la diffusione anche in ambito popolare di reazioni al monopolio maschile della sperimentazione sessuale e relazionale, e più in generale la crisi simbolica e di fatto delle stesse identità di genere; questi ed altri fenomeni rappresentano degli evidenti e in fondo affascinanti segnali di instabilità sociale, e soprattutto di refrattarietà al “grande balzo all’indietro”, ossia al ripristino di un ordine sociale fondato sugli antichi valori religiosi. Il tentativo del sistema di riesumare questi valori al fine di ripristinare i ruoli e le forme – pur aggiornate – del vecchio “focolare domestico” rappresenta dunque una strategia sì razionale, ma che potrebbe alla lunga rivelarsi totalmente fallimentare.

Quali potrebbero essere gli esiti di un simile fallimento? Nel manifesto del 1848 Marx ed Engels scrissero: “Abolizione della famiglia! “, nella sua accezione borghese e filistea. La loro stravolgente predizione, associata ad un orizzonte politico di trasformazione comunista della società, è stata in seguito approfondita e ulteriormente sviluppata. Grazie soprattutto al movimento femminista, molti passi avanti sono stati compiuti e molte altre analogie tra alienazione capitalistica e familiare, e negli squilibri di potere tra le classi e tra i generi, sono venute alla luce. L’ultima generazione, tuttavia, sembra aver perso memoria di questo gigantesco accumulo di conoscenza teorica e di esperienza storica. Il rigetto degli schemi di vita imposti, il rifiuto dei sentieri esistenziali preordinati dai poteri capitalistico e religioso appare tuttora ostinato, ma anche fragile, privo di sostegni. La causa di questa debolezza, ovviamente, deve essere in primo luogo ricercata nelle condizioni materiali in cui i più giovani si trovano ad operare, e in particolare nel fatto che i processi restaurativi degli ultimi decenni hanno agito principalmente su di essi, trasformandoli in vere e proprie cavie per degli esperimenti in vitro di capitalismo puro. Sarebbe ingenuo non riconoscere proprio in questo destino, apparentemente inesorabile, la causa prima del ritorno dell’afflato religioso, e di un certo conservatorismo culturale, tra le giovani generazioni. Chissà allora se, assieme all’esigenza prioritaria di riorganizzarsi collettivamente, proprio la doccia fredda e rigenerante dell’ateismo marxiano non costituisca per i piu’ giovani una condizione preliminare per superare la stasi mistica di questi anni. Occorre insomma tornare a comprendere che le forme dell’organizzazione e della riproduzione sociale, e con esse le relazioni familiari e più in generale affettive, non rappresentano assolutamente un prodotto della “Natura” o della “legge di Dio”, ma della Storia e quindi del mutamento: un prodotto delle contraddizioni capitalistiche e dei relativi meccanismi di repressione, ma anche dell’agire coordinato, delle lotte, delle forze liberate della emancipazione sociale. Rilanciare l’ateismo marxiano, dunque, per suggerire un sentiero alternativo alla connessione capitalistico-religiosa dei nostri tempi, e per riprendere fiducia nella possibilità collettiva di trasformare il mondo, di piegarlo al desiderio.