Le colpe di Gheddafi. E le nostre

Visto il coro di giudizi su Gheddafi in Italia, è probabile che il leader libico sia diventato una metafora per comprendere il Belpaese, con annesse menzogne e ideologie. Tutto è stato detto. E il suo contrario. Vale così la pena sgomberare il campo di quel che, a nostro parere, Muammar al Gheddafi non è, per sottolineare la gravità – speculare al punto di vista occidentale – delle sue affermazioni sull’immigrazione, vera chiave interpretativa della vicenda libica. E della nostra.
Gheddafi è stato accusato di essere un «integralista islamico», per avere affermato «l’Europa diventi islamica». «Deve diventare», o «dovrebbe», i tempi nella traduzione chi l’ha davvero capiti? Insomma è stato l’approccio per una islamizzazione forzata del vecchio continente o un auspicio e una constatazione. Visto che perfino Samir Khalil Samir gesuita di origini egiziane, islamologo famoso e docente al pontificio istituto orientale di Roma e alla Cattolica di Milano si dichiara pronto a prendere sul serio l’invito-previsione, visto i tassi demografici europei, i trend immigratori e l’ingresso problematico della Turchia peraltro atlantica. Quanto alla sfrontatezza di avere pronunciato il discorso a Roma «culla della cristianità», è stato proprio mons. Mogavero a non scandalizzarsi e ricordare l’importanza delle radici religiose dell’Unione europea, secondo il Trattato dell’Ue.
Un fatto è certo: Gheddafi non è un integralista islamico, anzi è considerato un baluardo contro Al Qaeda e soci. Lui gli integralisti islamici li ha o imprigionati – proprio in questi giorni ne ha liberati 33 – oppure li ha impiccati. Ma per sentire su questo il parere dell’Italia profonda, incredibilmente il Tg3 ha voluto intervistare la piazza leghista. Levati cielo, quanto a xenofobia e razzismo. Dimenticando che soltanto quattro anni fa, nel febbraio del 2006, proprio grazie alla provocazione del ministro in carica – allora come oggi – Roberto Calderoli che si scoprì la t-shirt con una vignetta anti-Maometto, scoppiò una rivolta islamica e anti-italiana a Bengasi, seconda città libica, repressa nel sangue con più di 11 morti. Una vicenda che riguarda anche gli affari, visto che l’Ocse preoccupata della turbolenza interna (con i nodi della successione di potere e l’instabilità sociale per la crisi mondiale) colloca la Libia nella sesta categoria – su sette – dei paesi a rischio investimenti. E le prediche con il Corano regalato alle hostess pagate, selezionate e spettatrici, sono miseria maschile di un padre padrone più che proselitismo: alla prima venuta Gheddafi cercava l’incontro con i giovani, gli hanno allestito il collaudato sistema del «ciarpame politico», quello del «satrapo» Berlusconi. I due modelli di sottomissione della figura femminile – criticata anche dai media arabi – si sostengono a vicenda.
A proposito di affari, raccontare come ha fatto la Repubblica che Gheddafi ha accesso alla City attraverso Berlusconi e quest’ultimo parla con Unicredit grazie al Colonnello, è pura bufala. Visto che lo sdoganamento della Libia è avvenuto ben prima e per iniziativa di Stati uniti e Gran Bretagna che da almeno sette anni fanno la fila per avere buoni piazzamenti nello sfruttamento del petrolio e delle commesse per infrastrutture. Vero è che il mercato delle armi è un nostro atavico marchio. E Finmeccanica (tra gli sponsor della Festa de l’Unità) sta lì, in prima fila, quando si tratta di Libia.
La seconda accusa a Gheddafi è del Corriere della Sera: l’avere, nientemeno, «riscritto» la storia italiana, attribuendo al macellaio-generale Rodolfo Graziani il ruolo di maestro di Hitler sui campi di sterminio. È tutto vero. Anzi, va detto che su questo Gheddafi ha recitato le pagine scritte dallo storico del colonialismo italiano Angelo Del Boca – non invitato al convegno storico all’Accademia libica – che questo dice nei suoi libri. Dove ricorda come l’Italia con il generale Graziani – diventato nel dopoguerra presidente del Msi – sia stato il primo paese europeo a praticare i campi di concentramento per deportati abbandonati a morire. Ferma restando la distinzione tra «concentramento» e «sterminio», come definire il sistema messo in piedi da colonialisti e fascisti per sterminare 120mila persone, un sesto della popolazione libica negli anni Venti-Trenta?
Ma se l’ignoranza della storia coloniale dell’Italia può essere sopportata, è insopportabile la denuncia sui diritti umani senza mai indicare colpe e responsabilità. Come se la crudeltà dei campi di detenzione dei migranti, disperati in fuga dalla miseria, dalle oppressioni politiche e dalle guerre della grande Africa dell’interno appartenesse solo ai diktat del regime libico e non anche alla cultura di governo dei paesi occidentali. Ricordiamo che il Trattato storico, che tanto premeva a Tripoli come riconoscimento del genocidio del popolo libico, ha avuto il «risarcimento» della litoranea di 1.700 km, con un investimento di 5 miliardi di dollari spalmati in cinque anni. Che altro non è che una partita di giro di soldi italiani verso imprese italiane, per un costo che equivale a un decimo di quello medio di un’autostrada in Italia. Quale contropartita dalla Libia per tutto questo? Quella del contenimento della immigrazione «non gradita», dice il colonnello Gheddafi, vale a dire «clandestina», cioè illegale e criminale per il governo Berlusconi e i ministri Roberto Maroni e Franco Frattini. Ecco il gioco sporco che va denunciato. Ahimé, cominciato ben prima dal governo Prodi già nel 2007, con la richiesta dei pattugliamenti a mare e dell’accettazione dei respingimenti in Libia.
Un «gioco» che ha visto un momento significativo nel discorso provocatorio e ricattatorio, ma paradossalmente veritiero di Gheddafi poco prima del volteggiar virile di cavalli e sciabole nella caserma dei carabinieri. Giacché quel discorso, oltre all’evidente chiamata di correo dell’Europa che, vale la pena ripeterlo, tratta gli immigrati quasi esattamente come fa l’Italia, ha voluto gridare a Berlusconi e ai rappresentati del governo italiano presenti, che l’accordo per quel che riguarda gli immigrati non può bastare e non va bene. La prova è stato l’annuncio fatto a metà luglio da Tripoli della sospensione-chiusura del sistema di campi di detenzione messi in piedi in Libia. A ridosso della vicenda dei richiedenti asilo eritrei e delle denunce degli organismi internazionali dei diritti umani sui maltrattamenti e le torture della polizia libica impegnata a reprimere arrivi, sbarchi e movimenti dell’immenso popolo di «poveri» – anche Gheddafi alla fine li ha definiti così nel suo discorso a Tor di Quinto. Avviando una sorta di amnistia a tempo, una libertà condizionata di tre mesi, il tempo di trovare alternative – dove, se non in Italia? -, ai rinchiusi eritrei del campo di Braq e a tutti gli altri. Le domande e i timori hanno dunque senso. Che fine hanno fatto questi disperati e che fine faranno, mentre i tre mesi vanno a terminare? Se i campi di detenzione non funzionano, che altro? È vero che Finmeccanica ha in progetto un bell’affare, una mega-frontiera artificiale anti-immigranti a sud del Sahara?
Le domande acquistano maggiore valore se si valuta che il «modello libico» è stato esportato dall’Italia già in Tunisia e Algeria, dove sono sorti nuovi campi di detenzione. E si avvia la stessa proposta anche a Grecia, Turchia e Albania, viste anche le nuove rotte continentali dei migranti. La colpa di Gheddafi è di riproporsi tragicamente come gendarme anche verso l’Europa: fermare la disperazione dei migranti è come «fare una guerra», ha detto, allora «pagate l’esercito». L’Unione europea, chiamata in causa da Gheddafi, davvero non ne sa niente? E a parte le belle parole, come ha risposto finora al dramma delle migliaia di migranti richiedenti asilo in fuga dalle guerre irachena e afghana, nonché dal nostro depauperamento da business della ricca Africa? Si svolge un dramma sotto i nostri occhi. Per prevenire la profezia «allarmante» dell’arrivo dei dannati della terra, l’Occidente illuminato prepara un sistema concentrazionario di «campi» già nei luoghi di partenza, vale a dire nella periferia del Terzo e Quarto mondo. A difesa della democrazia del privilegio. E grazie alla disponibilità dei nuovi gendarmi-ascari del mondo dimentichi – accusa Angelo Del Boca – che questi nuovi campi di concetramento assomigliano troppo ai «campi» di coloniale memoria.