«Le carceri scoppiano»

Sovraffollate fino allo stremo da una popolazione sostanzialmente malata e tossicodipendente. In una parola, patogene. Senza risorse e in condizioni igienico-sanitarie spaventose. Di conseguenza, in continua violazione della dignità e dei diritti dell’uomo. E’ questa la fotografia delle carceri italiane, «hotel a cinque stelle» nella memorabile definizione del ministro della giustizia Roberto Castelli. I dati vengono forniti direttamente dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) in occasione del convegno nazionale «La salute in carcere: parliamone senza censure», tenutosi ieri a Roma. Ed è lo stesso Sebastiano Ardita, direttore generale detenuti del Dap, a snocciolare i dati: nelle 207 carceri italiane ci sono 59.523 detenuti (per una capienza massima di 43 mila posti), di cui 2.804 (4,7%) sono donne, 19.836 (33,3%) extracomunitari, 16.185 ( 27%) tossicodipendenti, 11.800 (19,83%) affetti da patologie del sistema nervoso e da disturbi mentali.

Una popolazione in continuo aumento: nel 1991 erano 35.469; nel 2001 erano 55.275. La maggior parte delle persone sconta pene per reati minori: sono solo 600, infatti, i detenuti in base all’articolo 41 bis per i reati di mafia, 7 mila quelli in regime di «alta sicurezza», ossia per omicidi e grandi reati, come ha sottolineato Franco Corleone. E le cose non potranno che peggiorare con l’applicazione della legge ex Cirielli, che punisce i recidivi, e la legge Fini-Giovanardi sulle droghe, da ieri in Gazzetta ufficiale. Nel 2005 ci sono stati 57 suicidi, un numero «terribilmente stabile negli anni», secondo il garante per i detenuti del comune di Roma Luigi Manconi (Ds). «Una situazione di grave, perdurante, quanto involontaria e inevitabile divergenza dalle regole», ha ammesso lo stesso Ardita, che ha evidenziato la violazione delle norme vigenti «a cominciare dagli spazi pro-capite, che dovrebbero essere pari a 9 metri quadrati». «Le risorse per la salute dei detenuti sono sempre meno – continua Ardita – perché vengono stabilite senza tenere conto, appunto, del raddoppio del numero dei detenuti negli ultimi 20 anni. Dai corrispondenti 1.846 euro spesi nel 1995 per l’assistenza sanitaria di ciascun detenuto, si è passati agli attuali 1.607 euro, contro i 1.557 destinati attualmente a ciascun cittadino libero, mentre nel 1991 un detenuto poteva contare su risorse che erano più del doppio di quelle stanziate per il cittadino».

Inevitabile quindi che le condizioni igienico-sanitarie siano insostenibili e che il carcere stesso sia portatore di malattie. E’ malato il 13% dei detenuti (circa 7.800 persone), contro il 7% della popolazione libera. Il problema più grave è quello della tossicodipendenza, che riguarda circa 25 mila detenuti (il 21,54%, contro il 2,10% dei cittadini liberi). Un detenuto su cinque soffre di malattie psichiche (il 19,83%, contro il 9,9% della popolazione libera), il 6,64% di malattie infettive (contro l’1,1% nella società), il 2,08% (contro lo 0,2%) di malattie da Hiv. «Solo un terzo delle persone che entrano in carcere si sottopone al test dell’Hiv – dice Ardita – cosicché i malati ufficiali sono 1.625, ma di fatto sono circa il triplo». In questa condizione sono 50 i bambini al di sotto dei 3 anni che vivono in cella con le madri, come ha ricordato Anna Finocchiaro (Ds), che ha anche sottolineato l’effetto disastroso che avrà la legge sulla droga. «Una legge che – ha detto invece lo stesso Giovanardi – aiuterà a svuotare le carceri». Il ministro ha anche ipotizzato un quantitativo di cannabis che le tabelle fisseranno come limite tra le sanzioni amministrative e penali: «Fino a 20 spinelli si potrebbe parlare di consumo personale». «La persona trovata con un numero di spinelli superiore», secondo il ministro, «dovrà dimostrare di non essere uno spacciatore». Tra le tante durissime reazioni, Luigi Manconi ha definito «un’enormità» questa «inversione dell’onere della prova» sostenuta dal ministro. «L’unico modo di svuotare le carceri – ha commentato Corleone – sarà riempire le comunità terapeutiche private». E ha esortato (applaudito) «i direttori e la polizia penitenziaria a difendere l’esecuzione penale dello stato», che questo governo sta cercando di delegare ai privati.