Le carceri della Cia chiuse dalla rivolta delle spie

Anche la Cia ha un’anima. Certo, per tirarla fuori c’è bisogno di situazioni estreme, per esempio lavorare per un’amministrazione ancora più spregiudicata e cinica di te che ti spinge continuamente a varcare i limiti della legalità. Perché anche per loro, gli 007 più celebri del pianeta, esiste un limite. Secondo il quotidiano britannico Financial Times, le prigioni segrete allestite e gestite dalla Cia fuori dal territorio statunitense, sarebbero infatti state chiuse da una «rivolta» degli stessi uomini che conducevano gli interrogatori. I quali si sarebbero rifiutati di continuare a lavorare in una cornice giuridica incerta, impiegando tecniche palesemente illegali e più volte denunciate dall’opinione pubblica planetaria. Oltre al complesso dell’aguzzino, pare che gli agenti avessero timore di finire nel mirino di qualche magistrato particolarmente scupoloso come ogni tanto accade anche alle famiglie più protette.
«Terrorizzare i terroristi», tuonava George. W Bush dopo gli attacchi alle Torri gemelle, trasferendo la filosofia vendicativa della destra repubblicana nella campagna contro il terrorismo; per almeno un quinquennio, tutto il carrozzone bellico-repressivo ha funzionato a pieno regime. Al di là dei fallimenti militari e dei nuovi focolai di conflitto che nascevano in Iraq e in Afghanistan, malgrado le polemiche sugli abusi dei marines nel carcere iracheno di Abu Ghraib, sul lager di Guantanamo, la barca faceva acqua in più punti, ma in qualche modo l’equipaggio viaggiava unito. Poi qualcosa si è rotto e ha iniziato a scricchiolare. Il segnale che proviene dalla rivolta degli agenti Cia è in tal senso assai significativo.

In questo quinquennio lotta al terrore, di caccia ai suoi fantasmi globali la Cia si è pian piano trasformata in qualcosa di diverso. Un passaggio costituito da lotte politiche intestine, scandito dal siluramento dell’ex direttore George Tenet, dalle dimissioni del successore Porter Goss dopo soli due anni di mandato, fino alla nomina del generale Michael Hayden, fedelissimo dell’entourage del Presidente. Sullo sfondo della “guerra infinita” l’agenzia è infatti diventata una sorta di braccio armato del governo e del Pentagono, rinunciando quasi del tutto al lavoro di intelligence (necessario per afferrare un nemico invisibile e mimetico come il terrorismo), dedicandosi alla costruzione di patacche da spy story su commissione (vedi la vicenda del falso scambio di uranio “yellow cake” tra il Niger e l’Iraq di Saddam Hussein o l’imbarazzante dossier delle “provette” irachene presentato all’Onu dal Colin Powell ndr). Ma soprattutto specializzandosi nell’edificante pratica degli interrogatori ai “combattenti nemici”, uno dei pilastri della politica anti-terrore messa a punto dai falchi presidenziali.

Il consigliere legale del Dipartimento di Stato, John Bellinger, pur difendendo la legittimità del suo operato, ha precisato in un’intervista sempre pubblicata dal Financial Times che la Cia ha interrotto le sue attività carcerarie dallo scorso dicembre, data in cui le prigioni segrete sono state svuotate degli ultimi prigionieri.

L’inattesa “diserzione” degli agenti ha spinto la Casa Bianca ad accelerare il trasferimento dei detenuti nel campo di Guantanamo, tra questi anche Khalid Sheikh Mohammed, sospettato dagli Usa di essere il regista operativo degli attentati dell’11 settemvre. In tal senso, quando il presidente Bush pochi giorni prima delle commemorazioni dell’11-9, ha ammesso, per la prima volta, la presenza di prigioni segrete in paesi stranieri destinate ad ospitare i nemici degli Stati Uniti annunciandone la chiusura, non ha ceduto alle pressioni esterne, non ha ammiccato all’elettorato moderato in vista del voto di “mid term”, ma si è semplicemente adeguato a una rivolta interna.

Le denunce degli organismi internazionali, di alcuni governi europei, del Parlamento di Strasburgo, ma anche la sentenza della Corte suprema che lo scorso giugno ha imposto l’applicazione della Convenzione di Ginevra ai prigionieri di guerra americani, hanno senz’altro disturbato i piani dell’amministrazione obbligandola a edulcorare o dissimulare le sue “tecniche di lotta”. Ma l’elemento decisivo per la chiusura delle prigioni segrete non è stato il quadro giuridico, ma il disfunzionamento di una delle principali articolazioni politiche dello Stato. La declamata riforma dei servizi che l’amministrazione Bush vorrebbe completare prima della fine del mandato presidenziale allo scopo di rifondare l’agenzia secondo le esigenze delle nuove campagne globali, sembra dunque incontrare resistenze più forti del previsto. Guerre di potere certo, ma anche piccoli segnali di disobbedienza interna alle politiche “embedded” del dopo 11 settembre.