Le acrobazie di Bush e quelle della stampa

Il sospetto che il nuovo presidente degli Stati Uniti, George Bush junior, ignori, in fatto di relazioni internazionali, non soltanto il nome del presidente del Pakistan, come ebbe a suggerire in tempi di campagna elettorale uno degli esperti incaricati di dargli ripetizioni, e un numero di cose anche più grandi in altri campi, sta ricevendo un forte impulso dagli sviluppi della vicenda dell’aereo-spia intercettato nello spazio aereo cinese. In poche ore, Bush junior è diventato motivo di grande imbarazzo per collaboratori, alleati e semplici conoscenti. Non che egli sia il primo presidente americano implicato in una vicenda di aerei-spia, e neppure il primo che, colto con le mani nel sacco, si metta a gridare: da questo siamo molto lontani. Vengono in mente il generale Eisenhower, che pure aveva un bagaglio di conoscenze sufficiente per vincere (non da solo, ovviamente) la guerra in Europa, e dell’U-2, un aereo-spia abbattuto dai sovietici sugli Urali il 1° maggio del ’60, il cui pilota, Gary Powers, illeso e prigioniero era in grado di smentire il suo presidente. Ma costui, piuttosto che adempiere all’elementare dovere di scusarsi, preferì far saltare il vertice con Khrusciov, a Parigi. Un episodio analogo aveva coinvolto due anni prima gli Stati Uniti e l’Indonesia di Sukarno nel cielo dell’isola indonesiana di Amboina, nelle Molucche. Quella volta, non si trattava di spionaggio, ma di un vero e proprio atto di guerra: l’aereo, un bombardiere pilotato dal tenente Allen Pope, aveva appena sganciato il suo carico a sostegno dei ribelli ed era stato catturato con tutti i suoi documenti. Sostenendo che Pope era un “soldato di ventura” Eisenhower non fece che esporsi al ridicolo. Ma che dire del giovane Bush, che aveva mandato un aereo-spia ultramoderno, con impianti ultrasegreti e ben ventiquattro uomini di equipaggio e, ora che tutto è nelle mani dei cinesi, non trova di meglio che prorompere nel classico “Guai a voi se guardate i miei segreti”, e spiegare che l’aereo è “parte del territorio americano”, porgendo a Jang Zemin su un piatto d’argento una risposta piena di humour. Non sappiamo se alla Casa bianca sia sempre in vigore la pratica di registrare su nastro le conversazioni, come ai tempi di Nixon. Se sì, un eventuale “Chinagate” potrebbe rivelare domani scambi di battute tragicomici, del tipo: «Presidente (mostrando al segretario alla difesa un documento trovato sul tavolo): Che cosa è questo, Daniel? /Segretario: E’ il trattato Abm, signore… /Presidente: Davvero?… E a che cosa serve? / Segretario: Oh, è solo un pezzo di carta, signore… /Presidente: Allora lo stracci». E’ soltanto uno scherzo, naturalmente. Sappiamo che gli aerei-spia e lo spionaggio in generale sono fatti della vita, a volte seri, a volte autopromozionali. Un po’ come le invettive contro Milosevic o contro Saddam Hussein, che servono a cullare l’opinione pubblica nell’illusione che al mondo esistano solo questi due diavoli e che, eliminati loro, resterebbero solo angioletti-chirurghi dediti a operazioni di polizia all’uranio impoverito. Nel caso Stati Uniti contro Cina, che cosa c’è di preoccupante? Non poco, ci sembra. La rapidità e la facilità con cui Bush e i suoi, gente di destra che non ha mai nemmeno finto di accettare ipotesi costruttive – né la continuità dell’Abm, né il dialogo per Taiwan, né la distensione tra le due Coree e la prospettiva di una convivenza senza missili nucleari al nord e senza soldati americani nel sud – sono passati dalla “attenzione” per la Cina e dal rilancio della priorità asiatica ai preparativi, o ai segnali, di qualcosa di diverso: la liquidazione, per dirla con il Corriere, della “grande riconciliazione” di trent’anni fa. E, sulla stampa italiana di ieri, un altrettanto sollecita operazione trasformistica. Ieri l’altro, titoli ed editoriali preoccupati, che trasudavano dissenso, ieri il ritorno a un inammissibile pareggio. Le spie sono diventate “soldati”, lo spionaggio quasi un diritto-dovere, è la Cina che lancia una “sfida”. In questo esercizio ginnico, si dimentica perfino di rilevare che se Pechino ha respinto – e chi non lo avrebbe fatto? – la logica dell’intimidazione, la sua reazione è, nel complesso, moderata, perfino gentile. Ognuno fa il suo mestiere, si dirà. Ma l’osservazione non equivale certo a un riconoscimento onorevole. Questo candore reazionario, che a volte, per il suo modo di manifestarsi, fa perfino sorridere, è, nella sua sostanza, tutt’altro che candido: è la vecchia arroganza di potere che si ripresenta, senza neppure cercare, come ieri faceva, giustificazioni; è, insieme, l’aggressività di Eisenhower, uno dei presidenti più interventisti della storia americana, che aveva, in ogni caso, consenso, sommata a quella di un presidente che non ne ha e non sente nemmeno il bisogno di fingere rispetto per l’eguaglianza delle nazioni.