Lavoro, in cinque anni i laureati hanno perso il 15% del salario

“Studia che ti servirà per trovare lavoro”: quanti genitori hanno detto questa frase ai loro figli? Eppure, il mito del “pezzo di carta” è sempre più vacillante sotto i colpi del nuovo mercato del lavoro che per i giovani under 30 diventa una strada in crescente salita.
Secondo una ricerca della OD&M (Organization design and managment), «azienda leader nel mercato delle indagini retributive» come recita l’home page del sito internet, tra il 2001 e il 2005 gli studenti che sono usciti dall’università e hanno trovato lavoro da almeno 3 o 4 anni hanno perso, in termini reali, quasi il 15% del salario che guadagnavano al momento dell’assunzione, passando da una media di 26.803 euro a una di 25.473. Paradossalmente quindi va meglio per i neo-assunti (anche se di poco, visto che un leggero incremento nella busta paga lo hanno visto solo nell’ultimo anno) che per coloro che li hanno preceduti. Questa involuzione interessa soprattutto i laureati: chi non ha finito l’università infatti e lavora da 3 o 5 anni ha visto sfumare il 7,5% del suo stipendio, coloro che invece lavorano da 1 o 2 anni se la sono cavata con un -2, 7%.

Tempi diversi anche per quanto riguarda la durata del rapporto di lavoro: a Milano, per esempio, i contratti a tempo indeterminato sono calati del 6, 5% e di conseguenza è aumentato, arrivando a 100mila, il numero degli assunti a tempo determinato. Ma anche per questi ultimi il presente è peggiore del passato, dato che la durata del contratto, in un solo anno, è scesa da 82,3 giorni a 53,2 giorni. Nella capitale il dato è ancora più impressionante: fra gli under 35 i contratti a tempo indeterminato sono stati 25mila, mentre gli atipici superano il 60% del totale. E purtroppo, il più delle volte, il tutto è accompagnato dalla totale assenza di qualsiasi politica di inserimento e di avviamento per i giovani neo-assunti.

Non c’è soltanto lo scarto generazionale a dividere i nuovi lavoratori. A fare la differenza è anche l’area geografica. La perdita più ingente di euro in busta paga l’hanno infatti patita i giovani laureati del Sud e delle isole, con un -22,5% in 5 anni, pari a 5.393 euro, mentre quelli del Nord la flessione è stata del 9, 7%, ossia 2.438 euro. Al Nord ovest la cifra è del -12, 8% (3.533 euro) al Centro -13, 3%, pari a 3.507 euro. I dati infine evidenziano come queste dinamiche al ribasso di occupazione e salari per i giovani interessino soprattutto le grandi città, come effetto della globalizzazione.

Altri dati, gli ennesimi, che vanno a fotografare il cambiamento, in peggio, del mercato del lavoro, dove formazione e sicurezza hanno lasciato il campo a precarietà e paura per il futuro come parole chiave fra le nuove leve di lavoratori. Da qua, e non dal “chiacchiericcio”, dovrebbe partire una seria riflessione sul pacchetto Treu, sulla legge 30 e su tutti gli altri interventi politici che in questi anni sono intervenuti a regolamentare i rapporti di lavoro fra imprese e lavoratori. Adesso ci sarà un nuovo governo e «il programma su cui l’Unione ha vinto le elezioni parla chiaro: dà un giudizio negativo sulla legge 30 e propone il suo superamento in un quadro di lotta alla precarietà. – taglia corto Paolo Ferrero, responsabile economia del Prc – Quindi le polemiche che si trascinano da giorni mi paiono francamente fuori luogo».