Lavoro: diritto al futuro

La deriva neo-liberistica che ha caratterizzato le politiche degli ultimi anni ha mostrato i suoi effetti più devastanti sul lavoro.
La crescente precarizzazione dei rapporti lavorativi, l’erosione dello stato sociale, le delocalizzazioni e le esternalizzazioni hanno determinato un aumento esponenziale dell’insicurezza sociale privando fasce sempre più consistenti di cittadini, soprattutto tra i giovani, di un diritto imprescindibile: il futuro.
La prospettiva di una vita serena, di una casa propria, di una socialità gratificante, è stata liquidata sull’altare di una falsa competitività, facendo dei diritti costituzionali dei cittadini niente altro che carta straccia.
E’ un gioco sporco condotto con le armi della parcellizzazione del mondo del lavoro e della gestione , troppo spesso strumentale, dell’insicurezza che ne deriva.
La risultante più preoccupante di questo percorso di destrutturazione sociale è l’ingresso a pieno titolo delle nuove generazioni tra le fila delle fasce più deboli della società.
Quello che sovente consideriamo soltanto come l’inevitabile effetto di una crisi congiunturale è in realtà un cambiamento epocale i cui riflessi andrebbero indagati non soltanto con le strumentazioni economicistiche ma anche con quelle sociologiche.
Il panorama di soggettività che, da decenni, eravamo abituati ad identificare come “deboli”, e cioè la disoccupazione endemica di grande parte del mezzogiorno, i migranti, gli anziani e tutta quella parte di socialità che per diverse ragioni vive ai margini della comune quotidianità e che spesso ci è invisibile, si è “arricchito” di un nuovo protagonista: i giovani.
Proprio coloro che in un sistema per lo meno normale dovrebbero alimentare il ciclo virtuoso della crescita grazie alla loro preparazione, al loro entusiasmo e alla loro energia sono paradossalmente i più colpiti dall’assenza quasi totale di garanzie e di prospettive, indipendentemente dal livello di scolarizzazione.
E’ infatti crollato anche l’ultimo paradigma socio-culturale, quello che ha spinto molti di noi a conquistare il famoso “pezzo di carta” che in ogni caso ti avrebbe assicurato un inserimento tutto sommato agevole nel mondo del lavoro.
Chi termina il proprio percorso di studi, sia esso di scuola media superiore o universitario, si trova dinanzi ad un mercato del lavoro che gli offre una curiosa molteplicità di impieghi precari che lo pongono alla mercè di scelte aziendali sulle quali non ha la minima possibilità di intervenire.
Le stesse scelte aziendali (delocalizzazione, decontrattualizzazione), che, unite alla crisi del settore industriale, hanno minato fortemente anche le prospettive e la valenza economica di un’altra figura storica del nostro sistema occupazionale: quella dell’operaio specializzato.
Per la prima volta dal dopoguerra ad oggi il futuro dei figli appare economicamente più incerto di quello che è stato per i loro padri.
E dal momento che i processi generazionali non viaggiano in compartimenti stagni i riflessi di questa situazione seguono la via di una ridefinizione implacabile delle prerogative sociali di quella che un tempo si sarebbe definita come “middle class”.
L’acquisto di una casa, o più modestamente di un’automobile, le rate di un mutuo o le mensilità di un affitto necessitano sempre più spesso della copertura finanziaria da parte dei genitori e, fatto ancor più grave, questo “aiuto” sta diventando sempre meno occasionale e sempre più strutturale.
Ad una erosione costante dei risparmi di gran parte delle famiglie italiane non fa fronte la costruzione del futuro professionale, personale e civile delle nuove generazioni, bensì soltanto il loro sostentamento.
Per troppo tempo abbiamo ignorato questo fenomeno, nascondendone la pervasività dietro a semplicistiche teorie che tendevano ad attribuire la mancata emancipazione dei giovani ad un loro vizio antropologico.
Per tentare di invertire la rotta non è però sufficiente arginare i processi di precarizzazione del lavoro, ma a questo si deve associare una politica forte di aumento reale delle retribuzioni.
E’ la realtà e non l’autoreferenzialità di un atteggiamento ideologico a chiedere il coraggio delle scelte.
Per queste ragioni dobbiamo rinnovare il nostro impegno per una piena e stabile occupazione, per il ripristino delle garanzie sociali dei lavoratori, per una nuova scala mobile e per una politica pubblica di programmazione economica.

* Responsabile Lavoro PRC Forlì