Lavoro contato

L’Istat ha pubblicato ieri i dati in tema di forze di lavoro, raccolti nella settimana tra l’8 e il 14 gennaio del 2001 in oltre duecentomila interviste svolte in 1.400 comuni di tutte le province italiane. Risulta un aumento di 80 mila persone occupate, sia pure al netto dei fattori stagionali che rendono in dicembre impossibili taluni lavori (per esempio all’aperto) che invece sono abituali in ottobre. I dati destagionalizzati di gennaio sono significativi: 23.808 mila le forze di lavoro, 21.454 le persone occupate, 2.354 mila quelle in cerca di occupazione. Ciò significa che per la prima volta dopo molti anni le persone in cerca di lavoro (i disoccupati) sono meno di un decimo delle forze di lavoro.
Questo risultato, il 9,9%, viene considerato un traguardo importante sul quale, senza tanto badare al come e al perché si sviluppa un dibattito che ha per oggetto un po’ il benessere dei cittadini e molto di più i propri meriti e l’inattendibilità degli avversari politici: “C’è chi fa chiacchiere e manifesti. Noi abbiamo dato lavoro, e lavoro vero” afferma per esempio il ministro del lavoro Cesare Salvi che poi continua toccando il tema spinoso della flessibilità: “E’ una discussione un po’ curiosa. (Gli stessi che) dicono di volere più flessibilità, quando arrivano nuovi posti di lavoro dicono che sono troppi quelli flessibili”.
A ben vedere, tra gennaio 2000 e gennaio 2001 gli aumenti di occupazione sono ammontati a 656 mila che si dividono tra lavori dipendenti (498 mila) e indipendenti (157 mila). Possiamo riferire, con una forzatura, al lavoro dipendente i 39 mila posti di lavoro a tempo determinato in più e i 125 mila posti di lavoro a tempo parziale in più. Ciò significa che almeno un terzo di milione (334 mila) sono i posti di lavoro a tempo indeterminato in più. Non è molto, ma neppure da buttare via.
Si può notare poi che tempo parziale e determinato in complesso diminuiscono per i maschi (da 737 a 708 mila) e aumentano per le femmine (da 666 a 735 mila). Queste ultime hanno dunque superato i maschi nel corso dell’anno. La superiorità femminile nei lavori a tempo parziale si è ancora accentuata. Per i maschi i lavori a tempo parziale diminuiscono tra gennaio 00 e gennaio 01 da 314 a 310 mila, mentre le femmine aumentano in quel particolare ambito da 922 mila a 1.051 mila: insomma sono oltre un milione.
L’attuale governo ha indicato un tasso di attività del 65% da raggiungere nel corso della prossima legislatura. Tra gennaio 00 e gennaio 01 il tasso di attività è passato in complesso da 59,1 a 60,1 con una disoccupazione calata da 11,4 a 10,1%. Nel nord il dato è prossimo alle indicazioni del governo, essendo passsato dal 63,5 al 64,7% con un tasso di disoccupazione disceso dal 5,2 al 4,2% (ciò che probabilmente in Confindustria si considera un segnale di pericoloso surriscaldamento). Al centro Italia si passa da 60,5 a 61,9% come tasso di attività, con una disoccupazione discesa da 9,1 all’8%. E’ nel Mezzogiorno che le cose sono un po’ più complicate: il tasso di attività cresce di poco nell’anno, da 52,9 a 53,5%. La disoccupazione scende parecchio, da 22,1 al 20,3% (quella femminile scende dal 29,4 al 21,7%). Non basta sperare che le cose vadano meglio e in fretta. Occorrono politiche attive, cioè investimenti veri, non ponti sospesi, dove tra l’altro le donne non troverebbero neppure da lavorare.