Lavoratori migranti in Italia: versano tanti contributi, ricevono poche pensioni

Una fotografia del lavoro immigrato regolare», così Franco Pittau (Migrantes) presenta l’indagine sui lavoratori immigrati non comunitari, sui dati Inps del 2002, quando l’istituto di previdenza contava sui contributi di poco meno di 1 milione 500mila lavoratori immigrati non comunitari. Si tratta di una popolazione giovane, che per il momento, e negli anni a venire, continuerà a pagare senza ricevere pensioni, vista l’età.
Nel 2002, infatti, tra gli immigrati – d’ora in poi si tratterà di migranti extracomunitari – in media 1 su 170 riscuoteva la pensione contributiva.

La maggioranza dei lavoratori (69,5%) ha un contratto come dipendente, e il 24,4% è impiegato in collaborazioni familiari (come le badanti), settore in forte crescita, quasi decuplicato dal 1991. I rimanenti lavorano nell’agricoltura (3,3%) o come autonomi (2,8%). Sono donne il 34,3%.

Maggioranza al Nord. Nelle Regioni del Nord il 60% della manodopera straniera. La Lombardia dà lavoro a 314mila cittadini non comunitari, il 22% del totale. Nelle Regioni del Centro il 23,9%, nel Sud e nelle Isole solo il 12,1%. Su 10 lavoratori immigrati 6 lavorano in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte, Lazio o Toscana, 1 su 5 a Roma o Milano. Dei 990mila lavoratori dipendenti molti sono impiegati nel commercio (34,5%), nell’edilizia (9,3%), nella metallurgia e meccanica (18,6%). Lavoratori agricoli 46.178 non comunitari, il 4% del totale, quasi tutti (98,9%) a tempo determinato.

Donne. I collaboratori familiari nel 2002 erano 348.968, il 24,4% del totale, più che raddoppiati rispetto al 2001. Il 42% lavora nel Lazio o in Lombardia, 1 su 5 a Roma. Alla categoria il primato delle presenze femminili: l’84%. Sono donne invece il 26% dei 38.945 lavoratori autonomi non comunitari, in maggioranza artigiani (60,6%), ma anche commercianti (37,1%) e coltivatori diretti (2,3%).

8mila euro a migrante. Il monte retributivo complessivo dichiarato nel 2002 è ammontato a 9,7miliardi di euro. Rapportato a 1.224.751 soggetti assicurati per almeno una settimana indica una retribuzione media annua di 7.940 euro pro-capite. Dato da correggere al rialzo considerato che molti lavoratori sono stati assicurati solo per periodi brevi e quindi non hanno denunciato redditi con continuità nei dodici mesi. Il 90% del monte retributivo è andato ai lavoratori dipendenti, che rappresentano come si è detto il 69,5% del totale. Il restante 10% è suddiviso tra domestici (5%), autonomi (4,9%) e agricoli (0,1%). Anche le donne lavoratrici straniere, come le colleghe italiane, sono sottopagate: guadagnano il 40% in meno degli uomini.

Lavoro nero. Significativa la ripartizione geografica del monte retributivo per Regioni, che indica un reddito maggiore per il Nord. Si va dai 9500 euro del Nord Est ai 6.200 euro del Sud. A Sud va l’8,5% del monte retributivo, sebbene a Sud viva il 12,1% dei lavoratori immigrati. Per Francesco Di Maggio (Inps) il dato indica una concentrazione meridionale del lavoro sommerso. «Occorre estendere i margini della legalità – ha dichiarato Di Maggio – per garantire parità di trattamento ai lavoratori italiani e stranieri». La percentuale dei lavoratori stranieri sul totale dei lavoratori italiani era nel 2002 del 6,5%, ma nei 147.469 controlli che l’Inps ha effettuato nello stesso anno, il 15% dei lavoratori irregolari erano stranieri. Per Franco Pittau (Migrantes) è la conseguenza della gestione italiana dell’immigrazione: «Gli immigrati sprovvisti di permesso sono costretti a rifugiarsi nel sommerso».

Poche pensioni. A fronte di 1.426.391 lavoratori immigrati regolari nel 2002, l’Inps ha erogato nello stesso anno a cittadini non comunitari 89.501 pensioni contributive di invalidità e di vecchiaia. A sostegno del reddito garantite 125.738 prestazioni di cassa integrazione e indennità di disoccupazione. Nello stesso periodo erogate agli immigrati 6.489 prestazioni assistenziali, ripartite tra pensioni di invalidità civile (5mila) e pensioni sociali (1.489). Le pensioni di invalidità a seguito di infortunio sul lavoro sono state 8.733.

Significativa anche la ripartizione continentale dei fruitori, che vede ai primi posti l’Europa (41,3%), seguita dall’Africa (29,6%), dall’Asia (15,8%) e dall’America (9,3%). Apolidi il 3,8%.

In media nel 2002 sono titolari di pensione contributiva tra gli immigrati 1 ogni 170 residenti in Italia. Per i marocchini 1 ogni 1000, 1 ogni 500 per albanesi, cinesi e senegalesi, 1 ogni 100 per rumeni, filippini e polacchi. Per gli italiani il dato è di 30 pensionati ogni 100 residenti.

Immigrati sfruttati? No, secondo gli autori della ricerca Inps-Caritas. I dati rispecchiano la popolazione immigrata in Italia, relativamente giovane e in salute, che pagando i contributi di oggi si prepara a riscuotere una pensione tra dieci o venti anni.

I benefici previdenziali dipendono tuttavia dall’inserimento lavorativo, l’area geografica di provenienza e la durata del soggiorno in Italia.

Senza diritti. L’erogazione delle prestazioni assistenziali, come l’assegno sociale e l’invalidità civile, avviene solo se l’immigrato risiede in Italia ed è in possesso della carta di soggiorno. Per la pensione contributiva i lavoratori non comunitari soggiornanti in Italia sono pienamente equiparati nei diritti. Per i lavoratori non comunitari che invece non sono più residenti in Italia, valgono le convenzioni bilaterali di sicurezza sociale.

Bossi-Fini sbagliata. Una legge sbagliata come la Bossi-Fini ha trovato conferma nei dati segnalati quest’oggi dall’Inps sui lavoratori immigrati: lo sostiene Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil, secondo il quale la ricerca «sottolinea il peso degli immigrati nel lavoro sommerso, una presenza che la legge in vigore incentiva il sommerso, con un meccanismo che impedisce all’immigrato che lavora in nero di denunciare la sua situazione, pena la sua espulsione in quanto irregolare».

«Anche il governo parla molto di immigrazione – continua Fammoni – ma sempre in termini di sicurezza, mai una parola contro chi sfrutta a scopo di lucro le attività svolta da queste persone».

Quanto ai dati resi noti dall’Inps sugli iscritti immigrati, Fammoni afferma che «raramente gli immigrati usufruiscono dei contributi versati e che la legislazione corrente impedisce anche la restituzione di quanto versato, nel caso di rientro del lavoratore immigrato nel Paese d’origine». «Si tratta – conclude – di un nuovo, documentato caso delle politiche di accoglienza del governo Berlusconi: niente diritti e tanto sfruttamento».