Lavorare di più, col beneplacito della sinistra moderata

La direttiva europea sugli orari di lavoro

Quarantotto ore alla settimana per quarantotto settimane all’anno. Questo è l’orario massimo dei lavoratori europei secondo la direttiva in preparazione, sulla quale ha votato pochi giorni fa il parlamento. Sono ben 2304 ore all’anno di lavoro, una cifra da far invidia alla Cina. Ma non basta. Queste ore possono essere svolte in maniera “flessibile” per un massimo di dodici mesi. Cioè per metà dell’anno si possono lavorare 76 ore alla settimana e per l’altra metà 20. I lavoratori poi possono sottoscrivere impegni personali in deroga all’orario settimanale massimo, per lavorare fino a 65 e persino 78 ore settimanali. Questo però, grazie al voto del parlamento europeo, solo per tre anni dal varo della nuova direttiva sugli orari. Infine le ore di attesa lavoro all’interno del tempo di lavoro, ad esempio i periodi in cui un medico di guardia attende il paziente, potranno essere retribuite in misura inferiore e incideranno diversamente sull’orario annuo.
Queste sono le linee guida della direttiva sull’orario anche dopo il voto del parlamento europeo che, secondo valutazioni assolutamente incomprensibili, le forze della sinistra moderata e il sindacalismo confederale interpretano come un successo dell’Europa sociale.

E’ vero, le forze di destra, Forza Italia, volevano ancora di più. Il Giornale ha titolato contro la burocrazia europea che limita la libertà di lavorare di più. Però, se andiamo alla sostanza questa legislazione sull’orario è una vera schifezza, che permetterà, purtroppo, in tutta Europa di aumentare gli orari di lavoro, la flessibilità selvaggia e di pagare i lavoratori di meno per più fatica.

Perché allora tanta gioia nelle sinistre moderate e nelle confederazioni sindacali? Perché ancora una volta si è giocata una partita tutta in difesa, tutta nella metà campo dei diritti, con il liberismo sempre all’attacco. Così prendere tre invece che cinque goal può sembrare un successo.

La vicenda dell’orario è emblematica di come l’Unione europea stia affrontando il rapporto tra mercato e diritti sociali.

Da tempo in Europa è in vigore una direttiva che flessibilizza gli orari a danno dei lavoratori. Anche recentemente essa è stata aggiornata. Perché allora questo nuovo intervento? Perché i giudici europei, la Corte di giustizia, hanno cominciato ad emettere sentenze a favore dei diritti dei lavoratori e contro l’eccessiva flessibilità degli orari. Dopo alcune di queste sentenze, accade in Europa quello che capita da noi. Le forze dell’impresa si arrabbiano con la magistratura che viola la libertà del mercato e chiedono l’intervento della politica. Così la Commissione europea ha predisposto una nuova direttiva che, sostanzialmente, raccoglieva tutti i desideri dei padroni, rendendo possibile sugli orari di lavoro praticamente qualsiasi cosa. In più, la Commissione stabiliva che ove la contrattazione sindacale non concedesse alle aziende quello che volevano, gli Stati potevano intervenire legiferando sulla flessbilità. La contrattazione con la pistola puntata alla tempia, come hanno scritto molti giuristi italiani a proposito della legislazione sul lavoro del governo Berlusconi.

Di fronte a tutto questo le sinistre moderate del parlamento europeo, la Ces, Cgil Cisl e Uil hanno prima lanciato proclami di fuoco poi alla fine si sono accontentati di qualche modifica di facciata, che però non incrina la sostanza della direttiva. La solita scelta a favore del liberismo temperato, che alla fine invece tempera solo le possibilità della politica di intervenire a favore dei diritti.
Si è così di nuovo affermato il principio che sui diritti sociali l’Europa oggi legifera solo partendo dai livelli più bassi possibili. Per i diritti del capitale e delle imprese non è così. Quando si tratta di affermare sacri principi della libera concorrenza, l’Europa sceglie legislazioni più “avanzate”, quelle più favorevoli alla libertà di mercato. Quando invece si tratta dei diritti del lavoro, allora l’Europa parte dai livelli più bassi, quelli che stanno stretti persino ai paesi dell’est appena entrati nell’Unione. Insomma, l’Europa che si sta costruendo usa due pesi e due misure, a seconda che si tratti degli interessi del capitale o di quelli del lavoro. Per questo bisogna continuare la lotta affinché la direttiva sugli orari, altrettanto disastrosa, ma meno conosciuta della Bolkestain, venga fermata. Ed è per queste ragioni che la grande maggioranza degli operai francesi voterà no, tra poco, al referendum sul trattato costituzionale europeo. Lo faranno in rappresentanza di tutti gli operai del continente, perché si sta costruendo l’Unione europea contro di loro.