L’Australia torna all’ottocento

Come in una qualsiasi dittatura da banana repubblic. Stiamo parlando però della proposta del premier conservatore dell’Australia, John Howard, di liberalizzare i licenziamenti e rendere illegale lo sciopero. E l’Australia è considerata una «democrazia» a tutti gli effetti. L’argomentazione è quella solita: «dobbiamo rendere il nostro paese più competitivo». Ma la soluzione individuata è davvero «hard» e riporta le relazioni industriali direttamente all’Ottocento. Howard vorrebbe infatti permettere alle imprese con fino a 100 dipendenti di licenziare «senza giusta causa» e senza dover pagare alcuna buonuscita; permettere alle grandi imprese di trascinare in tribunale i sindacati citandoli per danni conseguenti a uno sciopero; consentire la stipulazione di «contratti individuali» che comprendano anche ferie, festività, orari di lavoro; impedire ai sindacati di entrare in quelle aziende dove non siano stati firmati contratti collettivi; sottoporre ogni eventuale dichiarazione di sciopero a una votazione a scrutinio segreto controllata dalla Commissione elettorale nazionale; affidare al ministro del lavoro il potere di vietare lo sciopero nel settore automobilistico, nei trasporti, nelle miniere, nelle costruzioni e nei casi che lui consideri «dannosi per l’economia nazionale».

Il leader dei laburisti, Kim Beasley, ha ovviamente dichiarato che «si batterà fino alla fine per salvaguardare i diritti dei lavoratori». Quello dei Verdi, Bob Brown, ha accusato Howard di voler mettere i lavoratori sotto la minaccia di «un martello da fabbro». Il segretario dell’Actu, il primo sindacato australiano, Greg Combet, ha sottolineato che queste misure «fanno diventare la salvaguardi dei lavoratori una pura illusione». Il portavoce dei Democratici, Andrew Murray, ha evidenziato come Howard «si sia rifiutato di garantire che nessun lavoratore starà peggio per l’applicazione di queste misure, perché sa che tutti staranno peggio». Al contrario, Per Peter Hendy, presidente dell Camera di commercio e industria, «queste riforme non sono abbastanza coraggiose». I giornali del paese fanno anche notare che negli ultimi anni, nel paese, gli scioperi hanno toccato il livello più basso della storia. Insomma: non c’è neppure un’«emergenza» da fronteggiare.

Proprio questa debolezza del conflitto sindacale in Australia, si potrebbe dire, ha incoraggiato i conservatori a presentare una «riforma» che nella maggior parte dei paesi occidentali equivarrebbe a un suicidio politico. Howard evidentemente conta sul fatto cje le elezioni si terranno alla fine del 2007, e che per allora la questione sarà «superata».

Ma non si può evitare di notare che la mossa australiana metta nero su bianco quel che, nei circoli economici ultraliberisti, è ormai una «tentazione» a malapena repressa. Il tema della competitività in un mercato globale, infatti, mette fianco a finaco sullo scaffale merci prodotte in paesi avanzati (con elevati salari e standard di sicurezza sociale) e merci fabbricate nei «paesi emergenti» da manodopera senza diritti e con salari da fame, o addirittura da bambini. Energia, materie prime e macchinari hanno costi ormai uguali per tutti; le infrastrutture (porti, aeroporti, ferrovie) vanno sviluppandosi anche là dove prima non esistevano; i margini di profitto si vanno perciò a cercare quasi esclusivamente sui differenziali di costo del lavoro. Da questo punto di vista tutto l’occidente capitalistico è «poco competitivo» rispetto al terzo mondo in via di industrializzazione. Né sembra trovare conferma la favoletta «post-industrialista» che giudica «obsoleta» la produzione manifatturiera, sostituita ormai dai servizi o dalle produzioni ad alto contenuto tecnologico. Anche su questi terreni, infatti, cresce il peso di numerosi paesi asiatici (Cina, India, Taiwan, Singapore, Thailandia, ecc), cha hanno praticamente reso anti-economico produrre informatica in occidente. Fino al paradosso: la Cina sta per mettere in campo un piano quinquennale per «ridurre le disparità» dopo lo sviluppo forsennato dell’ultimo ventennio; e l’Australia fa invece da avanguardia estremista all’impoverimento della propria popolazione.