L’attivista e l’arrotino (polemica)

Possibile che le analisi critiche sulle basi e sui propositi del movimento sorto a Seattle e consolidatosi a Porto Alegre debbano sistematicamente condurre a diatribe scorbutiche tra attivisti da un lato e teorici dall’altro? Possibile che il dibattito resti così spesso ingabbiato in uno schema che costringe i partecipanti a schierarsi su fronti la cui esistenza è essa stessa sintomo di fragilità politica?
Il confronto avviato dalla “provocazione” sul “popolo di Seattle” di Luigi Cavallaro (il manifesto, 4 agosto) non merita un simile destino. E’ nell’interesse stesso del movimento, infatti, che a certe domande si forniscano risposte nette, possibilmente mutuate da un’efficace “tecnica del pensiero”.
Riporto in tal senso solo alcuni esempi di impiego “concreto” della “tecnica”. Per cominciare, credo sia utile per tutti sapere che una significativa espansione del commercio equo e solidale richiederebbe, per dirla in termini analitici, che nella struttura delle preferenze dei consumatori le caratteristiche “etiche e qualitative” dei processi produttivi assumano un peso tale da rendere la domanda delle merci pressoché refrattaria ai differenziali di prezzo. Credo inoltre sia opportuno precisare che i tanto auspicati avvicinamenti tra produzione e consumo corrisponderebbero, in generale, a un impoverimento della struttura input-output del sistema economico, e quindi alla perdita di molti dei vantaggi derivanti dalla divisione del lavoro. Credo poi sia doveroso ribadire che la legittima contestazione del Pil quale misura di benessere, rende per definizione contraddittorio il tentativo di presentarlo quale indice di malessere, al fine magari di promuovere generici “abbattimenti della crescita economica”. E ancora, credo occorrerebbe interrogarsi sulla pericolosa abitudine, da parte del movimento, di trascurare l’analisi delle determinanti dei prezzi relativi del sistema, e di sopravvalutare conseguenzialmente il potenziale delle misure di redistribuzione (la mutagenesi della tassa Tobin è un esempio emblematico, in tal senso). Infine, credo non vada dimenticato che sulla controversia tra protezionismo e liberoscambismo è possibile trarre dall’analisi economica una ricetta piuttosto chiara, in base alla quale i paesi avanzati debbono essere liberoscambisti mentre quelli arretrati possono, se lo vogliono! Ricetta chiara, in un certo senso intuitiva, che tuttavia taglia le gambe a molte discutibili apologie sulla globalizzazione dei diritti, così di moda negli ultimi tempi.
Tutto questo legittima i cosiddetti teorici a guardare con cinico scetticismo alle iniziative del movimento? Ne dubito. Il teorico è soltanto un arrotino in cerca di occupazione: può semplicemente sperare che l’attivista, di tanto in tanto, gli conceda il privilegio di affilare le lance dello scontro politico. Un privilegio che però andrebbe concesso: con le lance spuntate non si va molto lontano.