L’attesa fatalista nei campi dell’82

I 12 morti del ponte di Rmeile sono un trauma che Sidone non riesce proprio a superare. «Sono stati uccisi come bestie mentre cercavano di mettersi in salvo a Beirut. Era gente con masserizie che aveva abbandonato i villaggi del sud per sfuggire ai bombardamenti. Gli israeliani li hanno colpiti senza pietà», racconta il dottor Adel dell’ospedale Junub della città portuale, la più importante del Libano meridionale.
Il pronto soccorso dell’ospedale è in piena attività dal 13 luglio, giorno di inizio dell’offensiva aerea e navale israeliana. Non c’è un attimo di sosta. «La gente teme soprattutto le navi da guerra (israeliane) – spiega il medico – sono lontane dalla costa, ma con i loro missili possono colpire la città in ogni punto».
Il massacro del 17 luglio a Rmeile è tra gli atti più cruenti della distruzione sistematica delle vie di comunicazione libanesi. La superstrada Beirut-Sidone, costruita negli anni ’90, è ridotta in macerie in più punti: una prima interruzione è a Dammur, dove l’esercito ha cercato nei giorni scorsi di riparare in parte i danni. La seconda, più importante, è appunto a Rmeile, dove in due punti è stato distrutto il ponte sul fiume Awali. Fino a qualche settimana fa da Beirut, in una quarantina di minuti, si raggiungeva Sidone.
Ora invece ci vogliono almeno tre ore: si percorre la strada di montagna, si procede verso sud e una volta giunti a Jezzin finalmente si può andare fino alla antica città fenicia, famosa per il Castello del Mare e il caravanserraglio Khan al-Franj, ma anche perché qui la potente famiglia Hariri ha dato inizio al suo impero. Nei giorni amari della guerra civile e della invasione israeliana del 1982, Fabrizio De André dedicò una canzone a questa città contesa, ora divenuta il punto di transito dei feriti che dal sud vengono trasferiti al nuovissimo ospedale di Beirut e delle tante famiglie che fuggono dalla temutissima rioccupazione israeliana delle regioni medionali del paese.
Non ci sono agenti libanesi all’ingresso del campo profughi di Ein al-Hilwe e percorrendo lo stradone centrale non si vedono in giro neppure i giovani combattenti che, armati di M-16 e kalashinkov, con la loro presenza ricordano a tutti che qui sono i palestinesi ad avere il controllo. «Si sono messi al sicuro, gli elicotteri israeliani non fanno eccezioni e sparano contro qualsiasi persona armata», dice Jamal Zatut, un attivista del Fronte popolare di liberazione, l’organizzazione fondata da Abul Abbas, arrestato dagli americani in Iraq e morto in carcere.
«Ma state certi che sono pronti a lottare per difendere Ein Al-Hilwe. Se gli israeliani proveranno ad entrare nel nostro campo non avranno vita facile», aggiunge Zatut, originario, proprio come Abul Abbas, di Tirat Haifa, un villaggio arabo alle porte di Haifa al quale le autorità israeliane, dopo il 1948, hanno dato un nuovo nome: Tirat Al-Carmel.
A uno degli uffici di Al-Fatah, che cade a pezzi, ci spiegano che per ragioni di sicurezza non è possibile incontrare il comandante locale Munir Maqdah. «Ci sono troppe spie in giro, Israele vuole ucciderlo», afferma un giovane di una ventina d’anni, seduto sull’unica sedia disponibile, con le spalle appoggiate alla parete dove domina un poster con l’immagine di Abu Jihad. I giornalisti stranieri, ci fa capire con uno sguardo, non sono immuni da sospetti. L’attentato che due mesi fa ha ucciso i fratelli Mahmud e Nidal Majzub, del Jihad islami, ha accresciuto le misure di sicurezza.
Nelle viuzze e nei vicoli che separano le poverissime abitazioni di Ein al-Hilwe, l’atmosfera non è diversa da quella dei giorni «normali». I bambini rincorrono un pallone alzando una nuvola di polvere e i più anziani riposano accanto all’uscio. In fondo allo stradone gli ambulanti vendono frutta e ortaggi, pentole e utensili, quaderni e penne con il marchio delle Nazioni Unite. Alcune donne velate trascinano, sotto il sole cocente del pomeriggio, sacchi di riso e farina donati da una organizzazione umanitaria islamica.
Non si avverte tensione. Eppure la possibilità che Israele possa rioccupare il Libano e spingersi fino a Beirut preoccupa non poco la popolazione, anche se il campo profughi palestinese più minacciato al momento è quello di Rashidie, vicino la città di Tiro, presa di mira dalle forze armate israeliane.
I più giovani, che oggi formano la maggioranza dei 70mila abitanti di Ein al-Hilwe, non hanno vissuto i giorni dell’invasione israeliana del 1982, ma sanno cosa accadde dai racconti di genitori e nonni. Quelli che invece hanno più di 40 anni ricordano bene cosa avvenne. «Gli israeliani volevano farla finita con i palestinesi, così come oggi dicono di voler spazzare via la resistenza di Hezbollah – ci dice Mahmud Rabbani, 53 anni, senza una occupazione fissa – non ero un combattente ma quando gli israeliani arrivano alle porte del campo ognuno di noi stringeva tra le mani un kalashinkov. Io allora stavo con Al-Fatah. Gli scontri a fuoco furono intensi, alcuni di noi vennero uccisi. Poi i combattenti più esperti e i loro comandanti decisero di lasciare il campo e andarono più a nord per evitare che gli israeliani aprissero il fuoco con i carri armati contro le case».
Rabbani non è più un giovane coraggioso come allora, ma il fucile, ci tiene a precisare, è ancora pronto ad usarlo per difendere la sua famiglia e il campo. Il figlio Anwar, 19 anni, si dice ugualmente disposto a combattere. Non nei ranghi di Fatah come fece suo padre 24 anni fa. «Lo farò nel nome di Allah», dice alzando verso l’alto l’indice della mano destra per sottolineare la sua fede nell’unicità di Dio.
Negli ultimi anni l’islamismo radicale ha conquistato molti consensi tra gli abitanti di Ein al-Hilwe, dove peraltro hanno trovato rifugio ricercati legati a gruppi salafiti. Qualche settimana fa raffiche di mitra sono ripetutamente echeggiate nel campo dopo che gli altoparlanti delle moschee avevano annunciato il «martirio» in Iraq di Saleh Qilawi morto, si dice, assieme ad Abu Musab al-Zarqawi.
Il gruppo islamico Isbat Al-Ansar, insediato nella vicina Sidone, ha tra i suoi quadri diversi giovani di Ein al-Hilwe. «In passato credevamo che (il presidente egiziano) Gamal Abdel Nasser, Arafat e i nazionalisti (l’Olp) e i sovietici ci avrebbero dato giustizia e riportato ai nostri villaggi, alle nostre case in Palestina, ma alla fine hanno sempre vinto l’America e i sionisti (Israele) che ora minacciano di nuovo il nostro campo. Solo Allah ci può salvare», spiega Mahmud Rabbani puntando, come il figlio, l’indice verso il cielo.