”L’attacco agli Usa serve alla guerra, non ai palestinesi”

BEIRUT

“Accusare di un atto di questo tipo i gruppi palestinesi che portano avanti l’Intifada popolare e armata nei Territori occupati è non solo sbagliato ma anche moralmente offensivo. Sbagliato perché nessun gruppo palestinese, anche il più radicale ha le capacità per portare avanti una operazione così complessa – e se le avesse le userebbe contro l’esercito israeliano – e offensivo perché abbiamo chiarito più volte che il nostro obiettivo sono le truppe di occupazione israeliane e i coloni nei territori occupati. Persino i gruppi islamisti più estremi hanno accettato comunque di limitare le loro azioni, pur discutibili sotto più punti di vista, all’area della Palestina. Detto questo e ribadito che atti di questo tipo possono avere origini ben diverse da quelle del Medioriente, – una guerra devastante sarebbe una manna per l’economia americana in difficoltà – è chiaro che gli Usa dovrebbero rivedere la loro politica mediorentale. Non possono pensare di umiliare milioni di arabi e musulmani, e non solo loro, di distruggere un paese come l’Iraq con bombe potentissime, di far morire di fame un milione e mezzo di cittadini innocenti, di sostenere una politica come quella di Israele che nega i diritti fondamentali dei palestinesi, di accettare l’occupazione israeliana di Gerusalemme est con i luoghi santi, senza pensare che vi siano delle reazioni. In altri termini che la disperazione in alcuni non si trasformi in atti di lucida follia o di fanatismo. Pensare di dare risposte militari a problemi così complessi è altrettanto folle. Se si vuole porre fine alla violenza occorre tornare alla legalità internazionale, alle risoluzioni dell’Onu, al riconoscimento dei diritti fondamentali dei popoli e, per quanto ci riguarda, dei palestinesi che sono al centro del conflitto mediorentale. Non ci può essere sicurezza senza giustizia”.

Suheil al Natour, esponente del Fronte democratico per la liberazione della Palestina, nella sua lisa poltrona nel campo profughi dei Mar Elias a Beirut, scuote la testa preoccupato e torna di nuovo sia sul diritto del Palestinesi alla resistenza sia sul suo carattere unitario e di massa. Fuori, per i vicoli, tra le casupole del piccolo e misero campo vicino al lungomare di Beirut, gruppi di ragazzi, in modo assai meno problematico, inneggiano invece all’attentato di New York. Da una piccola folla riunita davanti ad un piccolo televisore sistemato in un minuscolo bar un anziano grida: “Per una volta, per un giorno solo, gli americani hanno provato il terrore di essere sotto le bombe. Quel terrore che noi proviamo dal 1948, per non parlare dei tre mesi di bombardamenti qui a Beirut del 1982 (con oltre 30.000 morti) o della guerra del Golfo che non è mai finita. O di quel che avviene ogni notte da un anno in Palestina”.
Tutti sono usciti per le strade maleodoranti, con al centro il canaletto dove scorrono le acque putride delle fogne, e guardano con gli occhi sbarrati a quel che non avevano neppure potuto immaginare. Il piccolo negozietto all’angolo distribuisce ai passanti dei dolci e dei bambini, quasi fosse il giorno di Halloween li portano di casa in casa. Anziani religiosi – in realtà la maggioranza del campo è cristiana – con le braccia al cielo gridano “Allah è grande e ha punito il male. Ha schiacciato la testa del serpente”.
Ancora più dure, se possibile, le reazioni per le strade di Chatila, invase da centinaia di giovani, che si abbracciano e sparavano in segno di giubilo raffiche di mitra in aria, verso i bordi del campo dove centinaia di famiglie vivono ancora tra gli anfratti e nelle rovine delle case distrutte nel 1982 durante i bombardamenti e l’occupazione israeliana. Occupazione culminata nel massacro nel quale oltre 2.000 profughi palestinesi, in massima parte donne anziani e bambini, furono fatti letteralmente a pezzi per le stradine del campo dalle milizie filoisraeliane delle destre libanesi mandate da Sharon a “ripulire Chatila dai terroristi” (a tale proposito l’anniversario dell’eccidio cade la prossima settimana, il 17, e non come hanno sostenuto ieri alcuni Tg italiani il 13 settembre). E da allora chi non ha alternative vive così, sotto i teloni stesi tra un muro crollato e l’altro o in case nelle quali le pareti cadute sono sono sostituite da teli di plastica attraverso i quali si può assistere alla vita di tutti i giorni dei loro poveri abitanti.
“Ci stanno uccidendo lentamente giorno dopo giorno – sostiene Abed, venti anni occhialetti da intellettuale in un buon inglese – e ormai il numero di giovani senza speranza cresce sempre di più”. “Tutti sono in bilico tra l’emigrazione, se ci riescono e se si hanno i soldi per farlo – sostiene dopo averci invitato nella sua casa dalle pareti e dal soffitto ammuffiti dove in due stanze vive con i suoi sei fratelli e sorelle e la madre malata – e il sacrificare la propria vita per il nostro paese. Non è fanatismo ma disperazione. Loro hanno armi potentissime, noi i nostri corpi. La politica degli Usa e di Israele, non sta lasciando a milioni di palestinesi, di arabi e di musulmani altra alternativa che una lotta senza quartiere. Di fare, in parte e su scala assai più ridotta, quel che loro in realtà hanno sempre fatto”. “Quello che ha buttato l’aereo contro le torri gemelle – sostiene poco dopo uno dei suoi fratelli, laureato in ingegneria ma costretto a vendere polli in un girarrosto ambulante – non è certo più colpevole dei piloti americani che hanno sganciato le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki o di Sharon che è arrivato a bruciare vivi con le bombe al fosforo tanti abitanti dei campi o di Beirut. Purtroppo il giudizio morale sulle bombe sembra dipendere solo dal fatto se uno ci sta sotto o sopra. Non se debbano essere usate o meno come dovrebbe essere. Questo è il mondo che hanno voluto gli Usa e che hanno ottenuto. E per capirlo bisogna guardarlo anche dalla parte dei poveri polli, non solo da quella dell’oste”.