L’Asean si piega al gigante cinese

Quando fu creata nel 1967, nei propositi dei suoi fondatori – Thailandia, Filippine, Malaysia, Singapore e l’Indonesia post–Sukarno – avrebbe dovuto essere un’alleanza economica, ma anche politica, per far blocco contro la Cina comunista. Trentacinque anni dopo, i Paesi delle Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (Asean) – diventati dieci con le adesioni di Brunei, Birmania, Vietnam, Laos e Cambogia – sono costretti ad aprire le porte al vecchio nemico. Un nemico che oggi, nei fatti, non è più comunista; ma che paradossalmente, nella nuova economia della globalizzazione fa ancora più paura. Meglio quindi venire a patti. I patti che pongono le premesse per l’area di libero scambio più grande del mondo (ci vivono circa 1,7 miliardi di persone) sono stati siglati a Phnom Penh, in Cambogia, dove3 ieri si è concluso il vertice dei primi ministri dei 10 Paesi dell’Asean più i tre premier di Corea, Cina e Giappone.
In base all’accordo, Pechino e le nazioni Asean si impegnano a creare una zona commerciale integrata entro dieci anni. Il piano i cui dettagli sono ancora vaghi, prevede l’abbattimento graduale delle barriere tariffarie e la promozione di investimenti reciproci. <>.
Ma al di là delle parole rassicuranti di Zhu, quello che potrebbe passare alla storia delle relazioni asiatiche come l’”Accordo di Phnom Penh” nella realtà non ha suscitato entusiasmi. Non certamente quello delle nazioni più avanzate, come Indonesia, Thailandia e Malaysia, che dopo essere state per decenni le Tigri su cui il mondo intero indirizzava gli investimenti, oggi mal digeriscono il fatto che i quattrini stranieri facciano rotta sempre più verso la Cina. E nemmeno quello dei Paesi più poveri, come Laos, Vietnam e Cambogia, per i quali gli accordi rischiano di essere una scommessa a perdere: <> spiega un’autorevole fonte cambogiana.
Anche Giappone e Corea hanno accusato il colpo. Per anni, Tokio e Seul hanno cercato di prendere il controllo politico dell’’sean. Il Giappone non ha badato a spese, elargendo negli anni miliardi di dollari di donazioni ai Paesi più poveri della regione. Solo quattro anni fa, quando fu lanciato il piano Miyazawa per sostenere le nazioni asiatiche alle prese con la grande crisi del ’97, sembrava l’unico paese del Far East in grado di giocare un ruolo egemone. Si era parlato di adottare lo yen come unica valuta per la nascente area economicamente integrata. Ma poi, complice anche la profonda crisi nipponica, questo piano ambizioso era rimasto nel cassetto.
Ora l’avvento ha preso in contropiede Tokio. Anche se il primo ministro Junichiro Koizumi non ha voluto ammetterlo:<> ha detto al termine del meeting. In effetti il Giappone sembra aver scelto una strada diversa da quella imboccata da Pechino. Anziché puntare ad un ampio accordo multilaterale con l’Asean, che avrebbe richiesto negoziazioni e tempi di realizzazione lunghissimi, ha preferito intavolare trattative bilaterali con i singoli Paesi del Sud-est asiatico.
Il meeting ha anche emesso una dichiarazione congiunta anti-terrorismo. Dopo il massacro di Bali e i precedenti raid nelle Filippine, la minaccia di nuovi attentati rischia di penalizzare il business dell’intera area, soprattutto quello del turismo che per molti Paesi è uno dei pilastri dell’economia. Per questa ragione, i dieci membri dell’Asean hanno invitato la comunità internazionale a sostenerli nella lotta al terrorismo e a non disertare la Regione.