L’ascesa della Cina: significato e implicazioni

Ormai il fenomeno del “miracolo economico” cinese e del peso crescente assunto da Pechino nella vita internazionale conseguente al boom si è imposto come un elemento ineludibile per la riflessione sull’attuale stato delle relazioni internazionali. In modo analogo si fa sempre più pressante una pervasiva campagna propagandistica anticinese che si nutre di tutto: dal semplice razzismo, alla paura del pericolo giallo tinta di pulsioni protezioniste, alla strumentalizzazione del sacrosanto principio della difesa dei diritti umani, che si traduce sovente nell’appoggio plateale ai “dissidenti” del regime. Tra i due fenomeni vi è ovviamente una stretta correlazione, più il primo fattore (l’ascesa della Cina) si confermerà una tendenza significativa sul medio periodo, più è dato attendersi che il fenomeno della campagna anticinese si farà sentire con effetti forse deleteri per la stabilità delle nostre relazioni con il gigante asiatico.

Ma per comprendere appieno il significato, le implicazioni e la portata dell’ascesa cinese e di cosa essa significhi occorre tenere presente il contesto internazionale nel quale essa si colloca.
Attualmente ci troviamo al crocevia tra tre dinamiche, poste ciascuna su un piano differente del tempo storico ma strettamente intrecciate tra loro:

Sul lungo periodo ci troviamo di fronte ad una inversione dei poli economicamente centrali del globo. Ad un sistema economico centrato sull’area atlantica sembrerebbe subentrare come centro economico mondiale l’Asia orientale. Più che di un’ascesa dal nulla si tratterebbe in realtà di un ritorno dell’Asia orientale, poiché l’area atlantica si era imposta come centro dei traffici (ed in gran parte dell’accumulazione di potenza) solo nel XVII secolo, ben dopo la scoperta del Nuovo Mondo. Occorre ricordare che in precedenza i traffici avevano come centro l’Estremo oriente, si sviluppavano lungo la mitica “via della seta” e si dirigevano verso l’area mediterranea;
Sul medio periodo assistiamo probabilmente alla fine della parentesi storica costituita dalla primazia dell’Europa e successivamente dell’Occidente sulle altre civiltà del pianeta. Tale parentesi si era aperta nel XVI secolo con le grandi esplorazioni geografiche e con l’imposizione al resto del mondo della dominazione europea, prima tramite il colonialismo verso le Americhe e successivamente alla rivoluzione industriale e capitalistica tramite la spartizione dell’intero pianeta all’epoca dell’imperialismo. Tale fenomeno sarebbe suggellato dall’ascesa di nuove Potenze emergenti del Sud del mondo (come la Cina);
Sul breve periodo si assiste alla complessa interferenza tra il tentativo di egemonia statunitense, che succede ad una lunga serie di analoghi tentativi fatti in passato da altre Potenze, e l’ascesa di nuove Potenze che intrecciano tra loro relazioni politiche e diplomatiche volte a scongiurare l’egemonia ed a traghettare il sistema internazionale verso un nuovo equilibrio di potenza multipolare.

Nelle pagine seguenti cercheremo di contestualizzare l’ascesa della Cina facendo riferimento alla riflessione abbozzata su questi tre binari.

– Il contesto e la sua origine

Di uno slittamento del centro propulsivo economico e finanziario del pianeta si era cominciato a parlare nel corso degli anni Ottanta del secolo scorso. All’epoca il boom delle cosiddette “tigri asiatiche” e l’importante scalata del Giappone all’interno della Triade dei paesi capitalistici più avanzati avevano fatto sbilanciare numerosi osservatori, i quali avevano pronosticato un prossimo avvicendamento tra Stati Uniti e Giappone a livello dei centri di potere economico-finanziari. Ma analisti più lucidi avevano notato come ad un trasferimento di ricchezza, che poteva preludere all’esaurimento del ciclo egemonico statunitense, non faceva riscontro l’emergere di una potenza che potesse guidare il nuovo ordine essendo il Giappone un nano militare e non potendo godere di una piena sovranità dal 1945, quando la sconfitta nella guerra relegò il Sol Levante nella posizione di satellite americano, sostanzialmente subordinato alla volontà di Washington. In un suo brillante saggio il grande sociologo e storico dell’economia Giovanni Arrighi aveva per tanto delineato una difficile transizione dalla centralità economica e finanziaria statunitense ad un nuovo ciclo; il viaggio pareva però orientato verso una destinazione sconosciuta [1]. Solo successivamente, in un’altra opera [2], aveva delineato un quadro piuttosto aperto nel quale l’ascesa dell’Asia orientale con al suo centro la Cina pareva la destinazione della transizione. La Cina ha in effetti tutti i requisiti per essere considerata, in prospettiva, una Grande Potenza, dalla sovranità in poi.
Dal Seicento il sistema economico prima europeo e poi mondiale ha avuto un paese perno che ha rappresentato il centro del commercio e delle finanze: prima l’Olanda, poi l’Inghilterra, successivamente e fino ad oggi gli Stati Uniti. In futuro il loro posto verrà preso dalla Cina? Se sarà così dovremo aspettarci un mondo molto diverso da quello al quale eravamo abituati pensare e raffigurare. Non si tratterebbe infatti solo di uno spostamento del baricentro geografico del sistema ma bensì di un mutamento assai più profondo della vita internazionale.

Per la prima volta da quando con l’età moderna è iniziato il fenomeno della globalizzazione delle relazioni internazionali il centro propulsivo del sistema economico non risiederebbe più in Occidente. Grazie alla propria superiorità nel campo tecnologico e degli armamenti gli europei erano riusciti ad unificare il mondo integrandolo al loro sistema in forma subordinata. Il culmine di questo processo si è avuto durante l’età dell’imperialismo, quando le Grandi Potenze europee si spartirono gli altri continenti in una gara forsennata. Paradossalmente fu proprio il collasso dell’Impero cinese sotto l’urto occidentale ad imprimere un salto di qualità a questo processo [3]. Se durante l’età moderna i principali paesi dell’area atlantica europea (Portogallo e Spagna prima, Olanda, Francia e Inghilterra poi) avevano iniziato un’opera di penetrazione negli altri continenti (come in Asia ed Africa) od avevano iniziato l’attività di colonizzazione di territori oltremare (come nelle Americhe) avevano del pari sempre mostrato un certo riverente rispetto nei confronti della grandi civiltà asiatiche. Imperi millenari come la Cina o la Persia, che godevano di un’amministrazione ritenuta abile ed esperta e che vantavano un’attività economica pari se non superiore a quella delle stesse Grandi Potenze europee, non potevano certo essere paragonata agli indios od alle civiltà precolombiane appena uscite dall’età della pietra. E nemmeno agli schiavi “negri”, crudelmente deportati nelle stive delle navi verso le piantagioni del Nuovo Mondo per essere sfruttati come animali. Un riflesso di questo atteggiamento è facile ravvedere nell’abbondante letteratura colta che ancora nel Settecento guardava con ammirazione alle civiltà orientali, spesso utilizzate artificiosamente come metro di paragone per mostrare le carenze delle società europee. Sullo slancio della rivoluzione industriale compiuta dagli europei le cose cambiarono radicalmente. Le potenzialità aperte dal vapore e dall’acciaio, dallo sviluppo della medicina e dei trasporti, degli armamenti e delle tecniche organizzative aumentarono esponenzialmente le capacità di proiezione della potenza dei principali stati del sistema europeo e, da allora, non vi fu più alcun rispetto nei confronti delle antiche civiltà asiatiche, che cominciarono a venir tratteggiate come esotici anacronismi che dovevano lasciar posto alla modernità. E vi erano pochi dubbi sul fatto che con questa “modernità” o con questa “civiltà” si intendesse semplicemente la sottomissione all’imperialismo.

Come è noto la Cina venne sopraffatta nel corso delle guerre dell’oppio e le vennero imposti “iniqui trattati”sulla base dei quali il suo territorio veniva aperto all’influenza straniera, non solo tramite la concessione di porti alle Potenze europee ma anche tramite il riconoscimento del diritto degli europei di tenervi guarnigioni, basi militari ed esercitarvi la giurisdizione in luogo di Pechino. In poco tempo il paese collassò e sprofondò nell’anarchia. Il collasso della Cina aprì un vuoto che risucchiò sulla scena della politica mondiale altre due Potenze, questa volta extraeuropee, preoccupate per la penetrazione inglese, francese e tedesca in Cina: il Giappone e gli Stati Uniti. Da allora questi due nuovi attori si unirono de facto alla gara imperialistica. Gli Stati Uniti, che avevano sottomesso l’intero loro emisfero, si affacciarono sul Pacifico alla ricerca di una nuova frontiera e cercarono di imporre il principio per cui la Cina non dovesse essere spartita in aree di influenza preferenziali ma che nei suoi confronti si dovesse applicare la politica della “porta aperta”, trasformandola in un’obesa semicolonia dei paesi ricchi. Il Giappone per contro vi cercò il proprio terreno preferenziale di caccia, tentando nel corso degli anni Trenta del Novecento di colonizzarla direttamente con il proposito di sterminarne la popolazione o ridurla in schiavitù.
Non è nostro interesse sottolineare in queste righe che i cinesi non accettarono certo passivamente la sorte di schiavi e prostitute oppiomani a loro riservata dalla civiltà occidentale. Alle prime sporadiche rivolte (Taiping e Boxers) seguirono ben presto movimenti politici più organizzati come la cospirazione repubblicana, il Kuomintang di Sun Yat-sen e, più tardi, il Partito comunista cinese.
Solo al termine di un lungo, sanguinoso e tortuoso percorso la Cina tornò a riconquistare la propria indipendenza e sovranità, sconfiggendo i suoi nemici stranieri ed i loro manutengoli locali.

La Cina popolare dovette ricostruirsi su basi nuove con un’eredità particolarmente difficile e sotto la costante ed implacabile pressione dell’imperialismo. Gli Stati Uniti, che si rifiutarono fino al 1971 di riconoscere la Repubblica Popolare di Cina, elaborarono piani di destabilizzazione e di aggressione militare (anche nucleare) contro Pechino. La guerra di Corea, combattuta tra il 1950 ed il 1953 alle frontiere nord-orientali del grande paese asiatico, rappresentò una fase particolarmente calda del confronto con gli Usa. Altri elementi di forte tensione furono costituiti dalla guerra combattuta dagli americani in Vietnam e dalla proliferazione di basi militari statunitensi in tutta l’Asia orientale, dal Giappone all’Australia. La Cina dovette crescere all’ombra di un sistema mondiale tendenzialmente bipolare nel quale, oltre allo scontro di sistema e a quello di potenza tra Usa ed Urss, si registravano due tendenze principali: da un lato il processo di decolonizzazione (di cui la stessa rivoluzione cinese era stato un fulgido tassello) che rimetteva in discussione il dominio imperialista sul resto del mondo e dall’altro l’assunzione da parte degli Stati Uniti di una leadership indiscutibile sull’intero campo dei paesi a capitalismo avanzato, trasformati in una sorta di satelliti di Washington. Per la prima volta il mondo capitalistico avanzato di trovava sotto lo scettro di una sola Potenza, nonostante alcune serie spinte autonomiste da parte della Francia gollista (che non a caso fu il primo paese occidentale a riconoscere la Repubblica popolare cinese).

– Le due tendenze contraddittorie della nostra epoca

Durante la fase terminale della guerra fredda giunsero a nostro avviso a maturazione le due tendenze che maggiormente influenzano lo stato attuale delle relazioni internazionali. Da un lato la dissoluzione del campo socialista e della stessa Unione Sovietica hanno lasciato aperta la strada al tentativo americano di trasformare l’egemonia degli Stati Uniti in un “dominio a pieno spettro” su tutto il globo. Washington vi si è gettata a capofitto con la prima guerra del Golfo, con l’ingerenza nella tragedia jugoslava e ridisegnando i confini e le linee d’influenza nell’est europeo, spingendo la Nato fin verso le frontiere della Russia. Questo tentativo si sostanzia di una illimitata corsa alle spese militari e di una finanziarizzazione crescente dell’economia. Sempre più spesso i tentacoli finanziari dell’imperialismo (FMI e Banca Mondiale) divengono lo strumento per ingerirsi nelle vicende dei paesi in via di sviluppo per farne saltare la sovranità. Di pari passo procede uno strisciante processo di americanizzazione delle società europee e viene elaborato il disegno di fagocitare l’intero continente americano in uno spazio economico integrato sottoposto agli Usa (il Nafta prima e l’Alca poi).
D’altro lato si assiste al successo sempre più consistente del modello di sviluppo imboccato dalla Cina che ne fa una grande potenza economica, industriale e commerciale a partire dalla realtà di un continente povero ed ampiamente sottosviluppato.
Lo stesso processo di finanziarizzazione dell’economia statunitense rappresenterebbe per alcuni il manifestarsi di uno stadio terminale del ciclo economico capitalistico guidato dagli Stati Uniti, in analogia con il tramonto della centralità economica dell’Olanda nel XVIII secolo e della Gran Bretagna nel XIX-XX secolo [4]. Sicuramente se questo processo sul breve/medio periodo ha consentito agli Usa di irrorare le loro casse con finanziamenti provenienti da tutto il mondo, d’altro canto rappresenta la spia di una decrescita produttiva preoccupante per una Grande Potenza. In chiaro contrasto con questa tendenza la Cina si presenta sempre più come la nuova officina del mondo, un fatto questo che col tempo dovrebbe avere serie ricadute sulla distribuzione del potere globale.

L’immediato successo politico degli Usa è stato così minacciato sempre più seriamente sul medio/lungo periodo dal sisma economico prodotto dall’emergere dell’Asia orientale con al proprio centro la Cina come area di forte crescita economica. Al periodo di forte avanzata dei piani di Washington, che possiamo circoscrivere al primo decennio successivo alla caduta del muro di Berlino fino alla guerra per ottenere il controllo del Kosovo (1989-1999), è subentrata una fase più fluida.
I progetti statunitensi sono stati posti in prospettiva in seria discussione. Le realtà emergenti si sono profilate all’orizzonte annunciando uno spostamento complessivo degli equilibri di potere a livello mondiale. Tra queste in primis la Cina, appunto, ma anche l’India, il Brasile (nello stesso emisfero degli Usa) ed altri paesi la cui influenza si limita a scacchiere regionali, ma notevolmente importanti per l’equazione globale delle forze, cioè tali da influenzare seriamente il corso della partita (Turchia, Iran, Venezuela, Sudafrica, Vietnam…). A questa lista va aggiunto il ritorno sulle scene della Russia, con molte ammaccature ereditate dal passato ma con molte risorse e potenzialità per costruire il futuro.

Di fronte a tali complicazioni è stata forte la tentazione di ricorrere alla propria superiorità militare per mettere in salvo i propri sogni di dominio mondiale da parte dei circoli di potere statunitensi. In questo quadro si collocano le scelte strategiche adottate dalle due amministrazione Bush Jr. La guerre scatenata contro l’Afghanistan e l’invasione di un Iraq prostrato da più di un decennio di embargo avevano l’obiettivo di raddrizzare il corso della partita garantendo agli Usa la penetrazione in profondità della massa eurasiatica ed il controllo delle risorse energetiche poste tra il Medio oriente e l’Asia centrale. Ma lungi dal risolvere il problema le avventure belliche lo hanno reso più acuto. Nessuno degli obiettivi reali delle due spedizioni è stato stabilmente raggiunto. La conquista di detti paesi è continuamente contestata dagli insorti locali e la stabilizzazione di un potere politico tributario a Washington sembra continuamente bisognosa della protezione militare statunitense. In Asia centrale in particolare non si è affatto registrata al momento quell’estensione dell’influenza americana che i fautori dell’intervento avevano preconizzato, anzi. In 10 anni gli Stati Uniti hanno perso molta influenza sugli stati ex-sovietici ed hanno dovuto registrare il ritorno della Russia e l’ingresso della Cina nel nuovo Grande gioco. La loro gestione della disputa indo-pakistana, altro nodo strettamente intrecciato con il caos afghano, è parimenti difficile. Sul versante mediorientale l’inaspettata resistenza della Siria e delle forze patriottiche libanesi da un alto e l’inversione geopolitica attuata dalla Turchia dall’altro, hanno al momento sabotato i piani di addomesticare definitivamente la regione. Le guerre condotte dagli Usa contro l’Iraq ed i talebani hanno tolto di scena due nemici implacabili degli ayatollah con il risultato di togliere qualsiasi argine al crescente ruolo dell’Iran nella regione. Secondariamente la sovraesposizione imperiale in numerosi teatri ha rappresentato e continua a rappresentare uno stillicidio impressionante per le casse federali, aggravando così la situazione economica complessiva degli Stati Uniti e mostrando loro lo spauracchio rappresentato dalla “legge” di Kennedy [5] sul declino delle Grandi Potenze. La crisi finanziaria ed economica ha impattato fortemente con un quadro così compromesso ed anche se si è poi allargata a macchia d’olio investendo tutto il mondo, è innegabile che il suo primo risultato sia stato proprio quello di confermare e rafforzare le tendenze in atto sul lungo periodo che spingono all’emersione di un nuovo ordine multipolare.
Il cambiamento dell’amministrazione prodotto dall’insediamento di Obama alla Casa Bianca ha consentito agli Usa di recuperare il loro rapporto con l’Europa, ricucendo in parte lo strappo atlantico consumatosi a seguito dell’unilaterale decisione di invadere l’Iraq nel 2003. Ma il successo per ora resta limitato ad un’operazione di cosmesi presso l’opinione pubblica occidentale e, forse, presso alcune élites occidentalizzate del resto del mondo. Nonostante l’impegno degli Usa, la ruota della storia continua a girare contro il progetto egemonico statunitense.

Questi dati non devono però indurre ad una valutazione affrettata delle tendenze insite nelle attuali dinamiche internazionali. La risultante dell’incontro tra le due tendenze (tentativo di egemonia americano ed emersione dell’Asia orientale con la suo centro la Cina) non pare affatto scontata. Gli Usa hanno ancora molti mezzi per cercare di fermare la loro deriva anche se il fattore tempo gioca loro contro e il raggiungimento del loro obiettivo di dominio mondiale pare sempre più compromesso. E’ questo che rende la nostra epoca “interessante”, come sostengono i dirigenti cinesi.

Se questo è il contesto, quale è allora l’impatto dell’ascesa della Cina sul quadro qui velocemente delineato?

– L’effetto dell’ascesa della Cina e l’emergere degli scambi Sud-Sud

Innanzitutto la Cina si presenta come un elemento d’equilibrio nella vita internazionale in rapporto alla superpotenza statunitense. Pechino svolge un ruolo antiegemonico e tutta la sua politica estera è orientata in tal senso, ovvero a favorire l’emergere di un mondo multipolare più equo e rispettoso della sovranità dei diversi paesi. Questo è il dato più rilevante, visto che la battaglia più significativa della nostra epoca è caratterizzata dalla difesa della sovranità (senza la quale nessuno sviluppo della democrazia e della partecipazione popolare é possibile) dall’invadenza dell’imperialismo e del modello neoliberista di cui è portatore.
Secondariamente le relazioni che la Cina ha stabilito con molti paesi in via di sviluppo dimostrano chiaramente il ruolo di supporto che Pechino intende svolgere nei confronti del moto di emancipazione del sud del mondo. Questo è un aspetto troppo spesso negletto presso l’opinione pubblica occidentale, incline a bersi le tesi ufficiali dell’apparato mediatico dominante (che risponde all’apparato politico ed economico dominante) anche quando ama dipingersi come “alternativa” od “antagonista” al sistema nel quale vive (e che subisce più di quanto essa stessa possa credere).
Infatti, anche se la Cina è cambiata moltissimo dall’epoca di Mao resta pur sempre il dato di fatto del suo saldo ancoraggio ai principi stabiliti alla Conferenza afro-asiatica di Bandung del 1955 nel concepire le relazioni internazionali. Oggi i cinesi non si presentano più armati di un apparato propagandistico che dipinge in modo barricadiero l’imperialismo come una tigre di carta e non brandiscono più “libretti rossi”. Oggi i cinesi si presentano con le loro valigette ben fornite e parlano di affari, proponendo lauti investimenti, trattando i propri partner con il dovuto rispetto e, ovviamente, pretendendo di essere contraccambiati con la stessa moneta. Ciò che brandiscono ora è un’arma assai più efficace: quella della cooperazione economica. Se un tempo erano pronti a sfoggiare ad ogni crisi internazionale la minaccia, per lo più retorica in verità, della “guerra di popolo” oggi buttano acqua sul fuoco e spronano le parti impegnate in pericolosi bracci di ferro (come quello attualmente in corso sulla questione coreana) alla ragionevolezza ed al dialogo mentre, nel contempo, sfruttano il loro nuovo potenziale industriale per cercare di colmare il gap tecnologico con gli Stati Uniti dal punto di vista militare. Concretamente, con la sua azione internazionale, la Cina toglie spazio alla capacità dell’imperialismo di ricattare i paesi del sud del mondo tenendoli a guinzaglio. Si pensi agli aiuti dati a Cuba o ai rapporti di partnership stabiliti con molti paesi africani e latinoamericani [6].

La Cina ha in questi anni moltiplicato i propri investimenti nelle economie africane, tanto che il fenomeno è venuto alla ribalta anche presso un pubblico più vasto e che i media hanno iniziato il fuoco di fila contro il pericolo giallo. E’ stato curioso sentire le vecchie Potenze europee responsabili di secoli di schiavitù, razzismo e saccheggio nei confronti del continente nero preoccuparsi per lo sfruttamento cinese delle risorse africane. In verità Pechino ha annullato il debito che molti paesi africani avevano con la Cina ed ha tolto i dazi doganali su diversi prodotti africani diretti verso il mercato cinese. Due decisioni che in decenni di “beneficenze” e chiacchiere europei ed americani non hanno mai assunto. Ovviamente la Cina è interessata soprattutto ad importare le materie prime africane di cui necessita la sua economia. Ma ciò non deve oscurare il dato fondamentale nella reciprocità sino-africana: se un tempo i paesi africani (ma possiamo allargare il ragionamento a tutto il sud del mondo) per ricevere dei prestiti dovevano presentarsi con il cappello in mano al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale e dovevano accettare le dolorose e spesso fallimentari ricette a base di privatizzazioni e neoliberismo, cioè in un parola erano costrette a lasciarsi saccheggiare, ora possono contare su una sponda alternativa. La Cina ha fornito dei capitali necessari moltissimi paesi senza chiedere nulla in cambio.
Attingendo alle proprie disponibilità di capitali ha così tolto una grossa arma di ricatto dalle mani delle Potenze del Nord del mondo, in primo luogo da quelle degli Stati Uniti. Oggi i paesi del Sud non si trovano più obbligati ad accettare i diktat del “Washigton consensus”: cioè rinunciare ai propri propositi e rientrare nei ranghi dello sfruttamento neocoloniale pur di avere accesso al credito. Oggi possono bussare alle porte della Città proibita. Non è un caso se il “Washington consensus”, cioè l’adozione ovunque e comunque delle terapie shock del neoliberismo, sia improvvisamente morto dopo che tutti i media ne avevano decantato le lodi e l’immortalità quando cadde il muro di Berlino. Oggi si può iniziare a parlare di un “Beijing consensus” cioè del crescente grado di attrazione verso formule differenziate di sviluppo basate comunque su un più significativo ruolo dell’intervento governativo nell’economia e poggiante su un più equilibrato rapporto sud-sud all’ombra della difesa della sovranità nazionale e delle specificità locali. “Beijing consensus” significa “l’emergenza, guidata dalla Cina, di ‘un percorso per altre nazioni nel mondo’ non semplicemente verso lo sviluppo ma anche ‘per inserirsi nell’ordine internazionale in modo da consentir loro di essere davvero indipendenti, di proteggere il proprio modo di vita e le proprie scelte politiche’[…] Il Washington consensus… ha lasciato una scia di economie distrutte e risentimenti in tutto il globo. Il nuovo approccio allo sviluppo della Cina è… abbastanza flessibile da essere a mala pena classificabile come una dottrina. Non crede in soluzioni uniformi per ogni situazione. È definito… da una vivace difesa dei confini e degli interessi nazionali, e da una ponderata accumulazione di strumenti per la proiezione di potenza asimmetrica… Mentre gli Stati uniti stanno perseguendo politiche unilaterali per proteggere i propri interessi, la Cina sta mettendo assieme le risorse per eclissare gli Usa in molte aree chiave degli affari internazionali, costruendo un contesto che renderà l’azione egemonica statunitense più difficile… La via cinese allo sviluppo e al potere è, naturalmente, irripetibile da altri paesi. Essa rimane piena di contraddizioni, tensioni e pericoli imprevisti. Tuttavia, molti elementi della crescita del paese hanno suscitato l’interesse del mondo in via di sviluppo” [7].

Anche in questo caso l’ultima crisi finanziaria ed economica mondiale ha funto da potente acceleratore. Ha diminuito il flusso di investimenti dal Sud al Nord del mondo ed ha spinto i paesi del Sud ad aumentare le proprie riserve valutarie per dotarsi degli strumenti con cui agire economicamente e ad investire presso altri paesi in via di sviluppo.
Il commercio Sud-Sud acquisisce via via un peso crescente nell’odierna realtà dell’economia mondiale. Sempre più paesi in via di sviluppo investono in altri paesi in via di sviluppo. La Cina guida questa nuova tendenza, che in futuro può delineare nuovi scenari, ma la tendenza stessa non si limita agli scambi con la Cina ma acquista una sua traiettoria indipendente tramite gli scambi Brasile-Sudafrica, negli scambi inter-latinoamericani, negli scambi Venezuela-Iran, etc…

“Nonostante i suoi massicci acquisti di buoni del tesoro Usa, la Cina ha giocato un ruolo guida sia nel riorientare il surplus del Sud verso destinazioni del Sud, sia nel fornire a paesi del Sud vicini e distanti alternative appetibili al commercio, l’investimento e l’assistenza dei paesi e delle istituzioni finanziarie del Nord. […] La Cina ha battuto le agenzie del Nord, offrendo ai paesi del Sud termini più generosi per l’accesso alle loro risorse naturali; prestiti più ingenti con meno vincoli politici, e senza costosi compensi per i consulenti finanziari; e grandi e complessi progetti infrastrutturali in aree remote, a un costo inferiore fino alla metà rispetto ai concorrenti del Nord. A complemento e rinforzo di queste iniziative cinesi, i paesi produttori di petrolio hanno reindirizzato i loro surplus verso il Sud. È stato di grande significato politico e simbolico l’uso da parte del Venezuela dei profitti straordinari dovuti all’alto prezzo del petrolio per assumere il ruolo di nuovo “prestatore di ultima istanza” per i paesi dell’America latina, con ciò riducendo l’influenza di Washington, storicamente enorme, sulle politiche economiche nella regione70. Di eguale importanza e potenzialmente più distruttivo per il predominio finanziario del Nord è stato l’interesse che i paesi dell’Asia occidentale hanno recentemente mostrato nel reindirizzare almeno parte dei loro surplus dagli Stati uniti e dall’Europa all’Asia meridionale e orientale” [8].

Di particolare significato risulta la nuova tendenza dei paesi produttori di petrolio ad investire non più in Occidente. L’allocazione di investimenti da parte dei paesi del Golfo persico in Asia orientale e nel Sudest asiatico suona come un campanello d’allarme per gli attuali assetti dell’economia e della finanza mondiali. Il volume degli scambi tra l’area del Golfo e la Cina segna una crescita vertiginosa [9] e in un prossimo futuro può preludere ad un terremoto geopolitico in una regione che gli Usa hanno sempre ritenuto, almeno a partire dal 1943, di loro influenza.
Il volume degli scambi Sud-Sud cresce e le modalità di questi scambi con mutuo beneficio si iniziano ad imporre, erodendo progressivamente la tirannia che le Potenze imperialiste esercitavano negli scambi internazionali. Ora, ironia della sorte, è il FMI a trovarsi a corto di liquidità!
“Il portafoglio prestiti del Fondo è sceso da 150 miliardi di dollari nel 2003 a 17 miliardi nel 2007, il suo livello più basso dagli anni Ottanta” [10] […] “Con un’ironia che ha fatto sghignazzare molti ministri delle finanze [del Sud], l’agenzia che ha per lungo tempo predicato lo stringere la cinghia, deve adesso praticarlo essa stessa” [11].

Il ruolo della Cina in questa dinamica non è affatto irrilevante. Una certa sinistra occidentale, un pò romantica e molto disorientata, può pure snobbare il fenomeno, ma esso è assai più efficace della propaganda contro la tigre di carta degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso.
Analogamente la Cina promuove, per quanto le è possibile, la crescita di nuovi poli di aggregazione a livello regionale, dall’America latina al Sud-est asiatico, con il chiaro intento di favorire l’emergere di altri contrappesi all’egemonia americana.

– Conseguenze: chi ha paura della Cina?

Ciò significa che dobbiamo attenderci un prossimo showdown tra gli Usa e la Cina e che la crescita cinese sta nutrendo una nuova minaccia per la pace?
In realtà la crescita cinese per il momento resta ancorata alla necessità della pace e le cose non sono destinata a cambiare per un lunghissimo periodo. Nonostante il clamoroso progresso economico e sociale registrato negli ultimi 30 anni la Cina deve ancora colmare diverse lacune e consolidare quanto è stata in grado di realizzare. I dirigenti cinesi sembrano i primi ad essere coscienti dei molti limiti del “miracolo” e a procedere con piedi di piombo sulla strada della modernizzazione all’insegna di quello che chiamano “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”.
Del resto non bisogna proiettare sic et simpliciter le categorie cui siamo abituati noi europei sull’ascesa della Cina. Non dobbiamo cioè dar per scontato che sia la Potenza emergente a minacciare la stabilità internazionale. Tempo addietro Kissinger aveva sottolineato che nel corso della sua storia millenaria la Cina non aveva mai avuto una vocazione espansionista e che i suoi confini sono rimasti sempre più o meno gli stessi per secoli. Del resto l’attuale trend sembrerebbe indicare che il tempo lavora a favore della crescita cinese e non si vede per quale ragione il dragone scarlatto dovrebbe rinunciare alla tradizionale pazienza asiatica nell’affrontare le più rilevanti questioni. Come ha notato un grande osservatore della politica asiatica, Kishore Mahbubani, non è detto che gli asiatici si sentano in dovere di ripagare l’Occidente con la stessa moneta, nel momento in cui il loro peso specifico sarà eventualmente maggiore, tra diversi decenni [12].
La Cina appare dunque una Potenza pacifica, tanto che nelle sedi internazionali tenta scrupolosamente di inserirsi e di utilizzare le istituzioni e gli strumenti forgiati da altri (Banca mondiale, WTO, etc…) anche se per imprimere agli stessi un’altra politica, più rispettosa nei confronti del Sud del mondo [13].

Il fatto che la Cina sia ben lontana dall’essere una Potenza imperialista o che necessiti di un progresso armonico e pacifico non esclude però di per sé il pericolo di pericolose crisi internazionali. Il futuro della Cina non si deciderà solo a Pechino e la stessa cosa vale per ogni realtà inserita in un sistema più vasto. Le mosse degli altri attori avranno ricadute sull’elaborazione delle sue politiche.
In particolare occorre chiedersi come vivono e vivranno l’ascesa cinese gli Stati Uniti.
La risposta appare scontata. Obama ha sostenuto che non accetterà mai che gli Usa smettano i panni della superpotenza per accettare un ridimensionamento che, come si mostrava prima, sarebbe nel corso naturale delle cose. Ovviamente non è solo il suo pensiero. Ecco perché i toni anticinesi montano e non solo quelli. Sono in corso ben più preoccupanti manovre per cercare di isolare Pechino e di tessere patti regionali per accerchiare la Cina. Con la scusa della supposta minaccia nord-coreana Washington cerca di promuovere una vera e propria alleanza tra Corea del Sud, Giappone, Taiwan, Australia e forse altri paesi col malcelato proposito di guastare i rapporti dei cinesi con i loro vicini. Del pari sono già in corso da anni tentativi di arruolare l’India in funzione anticinese. Lo sforzo per mantenere un’assoluta superiorità strategica rispetto a Russia e Cina rappresenta uno degli impegni fondamentali degli Usa, che di anno in anno aumentano le spese militari, trainando la corsa agli armamenti a livello mondiale ed innescando una spirale per la quale sempre più paesi saranno presto costretti (se non lo sono già) ad alimentare sempre più generosamente i loro bilanci per la difesa, distraendo così preziose risorse da destinare ad altri settori (sanità, istruzione, cultura etc…). In questo quadro rientrano i progetti di scudo antimissile o di armamento dello spazio ai quali, non a caso, Russia e Cina si oppongono congiuntamente.
Sui mari si profila un’altra minaccia: la dipendenza cinese dai traffici commerciali impone al paese, visto il clima sempre più avvelenato che caratterizza le relazioni internazionali, di dotarsi presto di una marina militare che sia all’altezza della situazione. Una Grande Potenza talassocratica come gli Usa potrebbe infatti essere tentata, in caso di crisi, di minacciare l’interruzione dei flussi commerciali nell’Oceano Indiano e/o Pacifico. Questo nuovo focolaio di tensione comincia già a profilarsi all’orizzonte e promette di rendere più difficile la transizione che si annuncia verso un nuovo assetto delle relazioni internazionali.
Ecco perché questa prima metà del XXI secolo si annuncia non solo “interessante”, ma anche potenzialmente pericolosa.

– Conclusioni

L’esito del braccio di ferro tra il nuovo equilibrio multipolare che sembra maturare tra le pieghe del vecchio assetto americanocentrico da una parte ed i sogni unipolari di Washington dall’altra non è affatto scontato. Una questione può sembrare pertinente: se dovesse uscire vittoriosa la naturale tendenza evolutiva verso un nuovo assetto delle relazioni internazionali con una centralità economico-finanziaria della Cina l’umanità si troverebbe tra le braccia di un nuovo padrone o si aprirebbe una fase diversa nella storia? Alcuni elementi lasciano presagire che dopo il fallimento statunitense non si stabilirebbe affatto una nuova egemonia ma piuttosto un equilibrio multipolare nel quale nessuna Potenza potrebbe anche solo lontanamente pensare di prevalere sulle altre. La differenza più rilevante sarebbe piuttosto costituita dall’emergere progressivo del Sud del mondo e dal progressivo rattrappirsi della presa dell’imperialismo. La crisi dell’egemonia statunitense potrebbe tradursi in una crisi dell’imperialismo tout-court. Si aprirebbe allora una fase completamente nuova nella vita internazionale, segnata probabilmente da un grande processo di emancipazione. Per questo, specie per coloro che sono soliti guardare a queste dinamiche come ad un semplice conflitto “tra lor signori” lontano dalla vita di tutti i giorni, è più utile porre un altro, ben più pressante quesito: siamo sicuri che questi epocali cambiamenti non finiranno con l’esercitare, seppur indirettamente, una qualche influenza sui rapporti tra le classi sociali in Europa?

NOTE

1. G. Arrighi, B. J. Silver, Caos e governo del mondo; Milano, Mondadori 2003
2. G. Arrighi, Adam Smith a Pechino: genealogie del ventunesimo secolo; Milano, Feltrinelli 2008
3. A. Colombo, La disunità del mondo: dopo il secolo globale; Milano, Feltrinelli 2010, p. 184 e seguenti
4. Vedi G. Arrighi, Adam Smith, op. cit.
5. Si veda P. Kennedy, Ascesa e declino delle Grandi Potenze; Milano, Garzanti 1999
6. Per una trattazione più esaustiva delle politica cinese verso l’Africa e l’America latina si veda: S. Ricaldone, S. Puttini, La politica internazionale della Cina; in: AA.VV., Cina, Russia, America Latina: note di analisi politico economica sulle realtà emergenti; Milano, Aurora 2008, pp. 55-85
7. J.C. Ramo, The Beijing Consensus: Notes on the New Physics of Chinese Power; cit. in: G. Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale; Roma, manifestolibri 2010, pp. 206-207
8. G. Arrighi, Capitalismo; op. cit., pp. 208-209
9. S. Ricaldone, S. Puttini, La politica internazionale della Cina; op. cit., pp. 69-70
10. “International Herald Tribune”, 19 Ottobre 2007; cit. in: G. Arrighi, Capitalismo, op. cit.; nota 66 p.208
11. “The Wall Street Journal”, 21 Aprile 2006; cit. in: Ibidem
12. K. Mahbubani, Regards asiatiques sur la gouvernance globale ; in : Esprit, Octobre 2010, pp.85-98
13. Ibidem