L’arroganza di Montezemolo e il riformismo menpeggista

Il presidente della Confindustria con la sua proposta di patto per la produttività, ha ben chiarito cosa intende per ritorno della concertazione: un accordo che sanzioni un nuovo peggioramento della condizione di lavoro. Del resto è sempre stato così. La concertazione in Italia non è stata alternativa all’estensione della precarietà e della flessibilità, ma il veicolo attraverso il quale queste sono state normate e diffuse. Ora un nuovo patto dovrebbe mettere in discussione il contratto nazionale e il sistema degli orari. Il presidente della Confindustria, infatti, vuole che l’orario di lavoro aumenti di cento ore all’anno, che si lavori, senza discutere, il sabato, la domenica, la notte, quando serve all’azienda e che il salario sia sempre più variabile, in modo da poterlo diminuire quando l’azienda vuole risparmiare. Insomma si vuole una forza lavoro meno pagata e totalmente a disposizione dell’impresa. Sono queste le stesse pretese che la Federmeccanica oppose nel contratto dei metalmeccanici, pretese che allora furono respinte da un grande movimento di lotta. Oggi il padronato torna alla carica e assieme alla sua piattaforma verso il lavoro conduce una vasta offensiva liberista verso la politica. Che viene diffidata dal mettere mano sull’economia e a cui si chiede invece di agire a senso unico a favore delle imprese, tagliando la spesa sociale e dirottando fondi e finanziamenti pubblici verso il privato. E cosa offre l’impresa in cambio di tutto questo? La crescita dei suoi profitti. Ecco la grande novità che ci propone il presidente di Confindustria: la centralità dell’impresa e del profitto come unica leva per la crescita.
Questi discorsi potevano essere fatti, e sono stati fatti, allo stesso modo quindici anni fa. Se c’è qualcosa che fa davvero arrabbiare oggi, è proprio che il dibattito sullo sviluppo economico e sociale del paese sia così regredito. Si parla e si discute come se, dall’inizio degli anni Novanta, patti e concertazioni varie non avessero prodotto la più drastica redistribuzione della ricchezza ai danni del lavoro assieme a uno dei più alti livelli di precarietà e flessibilità. E, nello stesso tempo, si ragiona come se questo disastro sociale non avesse accompagnato la caduta di competitività complessiva del sistema delle imprese. Non avevamo mai creduto alla sincerità dell’autocritica con cui Luca di Montezemolo era diventato presidente degli industriali, ora però non si finge neanche più. Si chiede semplicemente di ragionare come se uscissimo ancora dalle conquiste sindacali degli anni Settanta. Ma il presidente della Confindustria può agire così anche perché c’è un clima culturale e politico che dà forza alle sue rivendicazioni. Il segretario del partito dei Democratici di Sinistra si è subito affrettato a dichiarare il suo consenso alla proposta di Montezemolo.

Importanti leader del centrosinistra spiegano che bisogna ancora elevare l’età pensionabile, come se il lavoro oggi non fosse usurato e spremuto ben prima dell’età formale del pensionamento. Si ignora la realtà della spesa sociale che ci allontana dai paesi più avanzati dell’Europa e si continua a inseguire il modello americano. A sua volta, Eugenio Scalfari ci ha spiegato su Repubblica che sì c’è la precarietà, ma viviamo comunque nel migliore mondo possibile e ad esso bisogna adattarsi. A Scalfari ha già ben risposto il direttore di Liberazione, qui io voglio solo sottolineare che tutto questo oggi si chiama “riformismo”. Un riformismo che, a differenza di quello del passato che voleva migliorare le condizioni dei più deboli senza fare la rivoluzione, oggi si propone semplicemente di contenere il peggioramento, evitando il conflitto sociale. Una volta erano miglioristi, ora sono menpeggisti.
Chiarisce tutto il ministro dell’Economia, il quale sostiene che ci sono due modi per arrivare allo stesso obiettivo: quello brutale, adottato in Gran Bretagna dalla signora Tatcher e in Italia da Berlusconi, e quello della concertazione, che può essere più complesso, ma alla fine porta agli stessi risultati. Che sono il pieno dispiegamento della flessibilità, del liberismo, del mercato.

Celebrando su Il Corriere della Sera i tre anni della Legge 30, Pietro Ichino ripropone la sua teoria secondo la quale quella legge ha migliorato e non peggiorato la situazione esistente. Anzi, facendo riferimento alla vicenda Atesia fa capire che forse bisognerebbe essere un poco più elastici nella sua applicazione. Non è così: la Legge 30 ha simbolicamente e normativamente legittimato la precarietà estrema. La più chiara prova di questo sta proprio nelle posizioni della Confindustria, che, mentre rivendica la produttività esige il mantenimento della Legge 30. Gli industriali sono sempre stati pragmatici. Per essi la precarietà è un mezzo e non un fine. E così pure la Legge 30, che serve ad avere una forza lavoro disponibile, meno pagata, da gettar via quando non serve. Quando questo obiettivo sarà definitivamente consolidato con la totale flessibilità in azienda e il drastico ridimensionamento della funzione del contratto nazionale, allora qualcosa si potrà anche cambiare nella legislazione. Perché l’obiettivo di fondo sarà stato già raggiunto.

Ma qual è il fine di tutto questo? Qui i nostri riformisti e neoconcertatori si fermano. Infatti per discutere davvero dei fini, bisognerebbe poter fare un bilancio del passato, bisognerebbe accettare il fatto che in Italia privatizzazioni e flessibilità hanno prodotto disastri sociali e fallimenti economici. Bisognerebbe darsi l’obiettivo di un altro sviluppo. Siccome però questo non lo si vuol fare o non lo si ritiene possibile, allora si finisce sempre per ragionare come se in Italia fossimo ancora a vent’anni fa.

Le stesse prime risposte di Cgil, Cisl e Uil alla Confindustra, sono sembrate deboli e arretrate. Anche qui c’è una sorta di coazione a ripetere per cui, come quando venne cancellata la scala mobile, si sostiene che in fondo ci si guadagna. Si spiega che il patto si può fare, a condizione che si recuperi in azienda il salario che si riduce a livello nazionale, oppure che si riduca la precarietà in cambio di maggiore flessibilità. Pare proprio che questi anni di arretramento concertato non abbiano insegnato nulla.

Il problema principale del nostro paese non è quello del calendario di fabbrica, ma del calendario vero e proprio. Fino a che il confronto politico e sociale non si collocherà nel 2006 invece che nel 1989 o nel 1992, si produrranno solo nuove ingiustizie spesso prive anche di efficacia economica. Al presidente della Confindustria e a un certo riformismo consiglierei di dare un’occhiata all’orologio.