L’Arabia Saudita saluta Re Fahd ma non chiude per lutto

Gli austeri funerali del monarca wahabita, omaggiato da decine di capi di Stato stranieri

Il funerale di Re Fahd Ibn Abdul Aziz è stato al tempo stesso scarno e spettacolare, austero ma con una obiettiva pompa magna rappresentata dal gran numero di capi di Stato e di governo stranieri che si sono recati a rendergli l’ultimo omaggio. Una dicotomia che esprime in modo efficace da un lato il ruolo e il peso svolto a livello non solo regionale dall’Arabia Saudita e dalla dinastia che ne tiene le redini fin dalla sua fondazione, 73 anni fa, e dall’altro le contraddizioni interne e internazionali che rendono la fase attuale la più delicata, complessa e dunque rischiosa di tutta la sua esistenza.
Re Fahd, la cui figura e la cui politica hanno segnato in modo indelebile la vita del suo regno e lo scenario geopolitico del Medio oriente, se ne è andato infatti proprio quando tutte le certezze e gli assunti su cui si sono fondati 70 anni di storia appaiono messi in discussione in modo forse definitivo. Nella scarna iconografia del funerale, ne costituiva eloquente testimonianza la presenza contemporanea di leader come il siriano El Assad e l’iracheno Jaafari, l’egiziano Mubarak e il pakistano Musharraf, il libanese Lahoud e l’afghano Karkzai, il giordano re Abdallah e il palestinese Abu Mazen, per non parlare del vice presidente americano Cheney: tutti i conflitti che lacerano e insanguinano la regione – proiettandosi anche in Occidente – erano rappresentati fisicamente ieri a Rijad; e si tratta di conflitti dei quali l’Arabia degli Al Saud è a sua volta protagonista in vario modo e a vario titolo.

Difficile pensare dunque che il funerale non sia stato anche l’occasione per incontri, colloqui, contatti di cui certamente non sapremo nulla, o comunque molto poco, ma che faranno sentire le loro ripercussioni nelle prossime settimane e mesi. Il tutto, dicevamo, all’ombra di un protocollo in linea con il rigore e il puritanesimo della ideologia wahabita che la famiglia saudita ha posto alla base del suo edificio di potere e nel cui nome ha creato dalle sabbie del deserto il suo regno. Niente lutto nazionale né bandiere a mezz’asta, perché la morte viene da Dio e sarebbe blasfemo lamentarsene ostentatamente in pubblico, e dunque nemmeno manifestazioni di cordoglio popolare. La salma, avvolta in un semplice panno marrone, è stata trasferita dall’ospedale al cimitero a bordo di un’autoambulanza, senza scorta militare, per essere sepolta in una fossa scavata nella nuda terra, senza altri segni distintivi che una anonima pietra e alla presenza dei soli membri della famiglia reale; lungo il percorso, c’è stata una sosta nella grande moschea dell’Imam Turki Ben Abdullah, dove si sono tenute le preghiere guidate dal Gran Mufti e dove una parte delle personalità straniere, in particolare quelle arabe e musulmane, ha presentato le condoglianze al nuovo re Abdullah, mentre gli altri ospiti sono stati successivamente ricevuti a Corte; il tutto sotto l’occhio vigile di centinaia di uomini degli apparati di sicurezza. Nel sottofondo c’era infatti la presenza invisibile ma non meno reale di quel fondamentalismo islamico che ha nel saudita Osama Bin Laden il suo vate e che contesta radicalmente la dinastia regnante proprio in nome della purezza degli ideali del wahabismo.

Ecco il nodo apparentemente inestricabile che il nuovo re Abdullah e il nuovo principe ereditario Sultan (ministro della Difesa) si trovano a dover sciogliere; e non è certo impresa facile, visto che i due sono protagonisti – anche se non in modo palese o piuttosto ufficiale – di due linee divergenti, almeno in modo relativo. Anche qui non senza contraddizioni: Abdullah si è da sempre mostrato più sensibile alle ragioni degli islamici radicali (politicamente parlando), nel 1990 si è opposto alla presenza delle truppe occidentali sul suolo saudita e nel 2003 ha negato a Bush jr l’uso della principale base aerea per l’attacco all’Iraq, ma sul piano interno ha promosso caute aperture modernizzatrici come le recenti parziali elezioni comunali, le prime nella storia del regno; Sultan è molto più legato all’occidente, si potrebbe dire che è di casa negli Usa, ma è al tempo stesso più rigido sul piano religioso e delle strutture tradizionali, e dunque meno “riformatore” se così vogliamo. Certamente queste due linee esistevano già negli ultimi dieci anni, durante i quali con re Fahd gravemente malato la direzione dello Stato era già passata nelle mani di Abdullah, ed hanno per così dire coesistito senza scosse e senza traumi. Ciò è avvenuto certamente per la necessità di serrare i ranghi davanti all’attacco frontale di Bin Laden, ma anche perché sia pure dal suo letto di malato la figura del re era sempre sullo sfondo, a svolgere obiettivamente un ruolo di freno se non di esplicito controllo. Ora tutto è cambiato.

La parola d’ordine del momento è stabilità nella continuità, né potrebbe essere altrimenti alla luce del quadro regionale e della strategia di Bush per un “nuovo Medio oriente”. Resta il fatto che per tutto il ‘900 la vulgata medio orientale si fondava su una duplice costante: la stabilità del regno saudita, contrapposta alle turbolenze di altri paesi soprattutto arabi della Regione, e il “patto di ferro” tra gli Usa e Rijad, fondato su uno scambio tanto semplice quanto solido, vale a dire sostegno politico e militare, e all’occorrenza protezione agli Al Saud contro l’accesso libero alle risorse del primo produttore mondiale di petrolio e la garanzia di un punto di controllo strategico della regione. Oggi entrambi i presupposti si sono rotti: il regime è minacciato da elementi di crisi all’interno sia per la “sfida” di Bin Laden sia per il carattere obsoleto delle strutture sociali e politiche, l’America di Bush non si fida più come prima del suo alleato-protetto e quanto al petrolio i suoi alti e bassi sono un ulteriore fattore di instabilità.

Per una amara ironia del destino, proprio la “storica” decisione di re Fahd di aprire la “sacra terra dell’Islam” alle truppe “infedeli” ha messo in moto, o comunque accelerato, quel meccanismo perverso. Andandosene adesso egli ha dunque lasciato al suo paese e al suo successore una eredità caratterizzata da un enorme punto interrogativo.