L’apprendista stregone che agita la Storia

Vaglielo a spiegare a Francis Fukujama, l’inventore della «fine della storia». Non solo la storia non è finita, ma ricomincia daccapo. A Mosca, il 9 maggio, è tornata addirittura indietro, con Stalin che arriva alla Stazione di Bielorussia e si installa – in effige – sulla Piazza Rossa, mentre il texano scaraventa a terra Yalta tutta intera, prendendosela con Roosevelt e Churchill. Quello che colpisce, nell’imperatore, è la sua totale disinvoltura. Non abbiamo ancora digerito la guerra irachena (per la verità nemmeno lui) , stavamo ancora pensando che il prossimo obiettivo fosse l’Iran, e già lui ci porta la guerra in Europa.

E ora prendiamo in esame la successione degli eventi, un piccolo riassunto-promemoria, e vedremo il quadro come lo si vede dalla Piazza Rossa. 2001, Afghanistan. 2002 Uzbekistan, Kirghizia, e Tagikistan. Ma anche Georgia, dove con le rose se ne va Shavardnadze e arriva Saakashvili. Poi l’Iraq. Poi l’Ucraina. Poi la Kirghizia. Poi le elezioni irachene del 30 gennaio che commuovono perfino Fassino.

E’ la democrazia americana in marcia planetaria.

In primavera Condoleezza arriva a Vilnius per annunciare che il prossimo bersaglio – «l’ultimo dittatore d’Europa», dice – sarà Lukashenko di Bielorussia. E poiché Vladimir Putin, in fatto di democrazia, è un Lukashenko al cubo, la minaccia è anche per lui.

Il rullo compressore dell’Impero procede instancabile e ad alta velocità. Presa l’Ucraina la si candida subito a entrare nella Nato, secondo il modello già applicato con successo in tutto l’est europeo. Alla Georgia è già stato promesso e oggi Bush sarà accolto da un milione di persone a Tbilisi. Quegli stessi che votarono il demente Gamsakhurdia con l’80% dei suffragi. Si aspettano dall’imperatore che cacci le truppe russe dall’Abkhazia e ripristini l’unità del paese. Altro sangue scorrerà.

Gli Stati uniti prendono possesso, poi arrivano gli europei, come truppe di complemento.

Ecco perchè Stalin è arrivato sulla Piazza Rossa nel 2005. Perché Putin ha smesso di ritirarsi e vuole che si sappia. Ha smesso anche perchè non saprebbe più dove ritirarsi. Il Caucaso ondeggia sotto le ambizioni di una Turchia che si appresta a entrare in Europa. La Siberia si appresta a diventare pacificamente cinese entro una quindicina d’anni. Dove può ancora ritirarsi Putin, lui che si è fatto presidente per interpretare una Russia grande e di nuovo rispettata e temuta nel mondo? Lui che progettava di riunire di nuovo il nucleo essenziale dell’antica Rus, slava e ortodossa, con Ucraina, Bielorussia e Kazakhstan?

Putin ha solo questo da spendere: un’idea e un orgoglio nazionale tutt’altro che spenti e che, senz’altra ideologia a sostenerli, si stanno trasformando in un potente motore nazionalista e anti-occidentale. Ai quali si aggiunge la tecnologia sovietica, ancora capace di produrre armi sofisticate come quelle americane.

Niente di più pericoloso. L’imperatore apprendista stregone arriva sgomitando, provoca, impartisce lezioni, quelle stesse che non hanno funzionato. La democrazia americana i russi l’hanno già sperimentata e non gli è piaciuta. Neanche il capitalismo selvaggio gli è piaciuto.

Eppure erano, in grande maggioranza, in attesa entusiastica dell’arrivo del capitalismo (o di quello che pensavano fosse il capitalismo) quando Gorbaciov crollò nel 1991. A quattordici anni di distanza hanno cambiato opinione. E si sentono meglio rappresentati da Putin. Come Lukashenko, a quanto pare, rappresenta meglio le masse bielorusse di quanto solitamente ci venga raccontato dai mass media dei paesi confinanti. Non è democrazia rispettare la volontà della maggioranza?

Il fatto è che l’Imperatore ha un’idea tutta sua della democrazia. Ed è la sua democrazia quella che intende esportare. Lui non ha letto Gramsci, e neanche Max Weber, e sicuramente neanche Alexis de Tocqueville. Non sa che quella democrazia, di cui parlavano quei grandi non si può esportare «per la contraddition che nol consente». Per il solo fatto, cioè, che esportarla significa imporla, e imporla significa trasformarla nel suo contrario.

Questo conferma due cose: in primo luogo che Bush è un rivoluzionario e, come tutti i rivoluzionari che si rispettino, vuole strattonare la storia, trasformare gli uomini in tabule rase, sulle quali scrivere le nuove regole della felicità di turno. Con il piccolo dettaglio che su quelletabule rase si può scrivere solo con il sangue.

In secondo luogo questa idea della storia implica, necessariamente, per essere realizzata, che la storia si lasci strattonare e che gli altri siano disposti a farsi trasformare in tabule rase.

Vladimir Putin, e la sua Russia infelice, hanno detto all’imperatore che non intendono sottostare al suo disegno. La questione è di sapere se hanno ancora la forza di fermarlo, mentre è già chiaro che vi si opporranno. Cioè che ricomincia una nuova guerra fredda, più fredda della precedente. Come finirà non sappiamo. L’unica cosa certa è che, quando toccherà alla Cina, sarà dura.