L’apocalisse irachena. Tre anni, 655 mila morti

L’invasione dell’Iraq è costata la vita a quasi 655.000 persone, cioé più del totale dei morti e feriti nella Guerra Civile americana. Sono cifre contenute in uno studio della Johns Hopkins University, che il presidente Bush contesta.
La ricerca è stata condotta dal professor Gilbert Burnham, della Bloomberg School of Public Health, in collaborazione con l’università Al Mustansiriya di Baghdad. Non si tratta di una conta dei corpi, ma di uno studio epidemiologico, compilato con criteri statistici simili a quelli dei sondaggi. Burnham e i suoi colleghi hanno scelto 47 località sparse in tutto il paese, e sono andati a trovare 1.849 famiglie in cui vivono 12.801 iracheni. Quindi hanno raccolto i dati su quante persone sono morte, e come, dal 18 marzo 2003 ad oggi, e li hanno confrontati con i livelli di mortalità precedenti alla guerra. Hanno scoperto che nei gruppi selezionati sono avvenuti 629 decessi, che rappresentano un aumento di circa due volte e mezzo rispetto al passato.
Gli studiosi hanno poi proiettato i dati raccolti a livello nazionale, e sono arrivati a stimare che dall’inizio della guerra ad oggi hanno perso la vita 654.965 iracheni. Prima del conflitto il tasso di mortalità era del 5,5%, e ora è salito al 13,3%. C’è stato un aumento dei decessi anche per malattia e altre cause, ma circa 600.000 persone sono morte per atti di violenza. Il 56% è stato vittima di colpi di arma da fuoco, e il 13-14% di bombe ed esplosioni varie. Il 59% dei deceduti aveva tra 15 e 44 anni, cioé troppo giovani per morire di cause naturali, ma in età da servizio militare. Gli intervistati hanno attribuito il 31% delle vittime a violenze commesse dai soldati della coalizione internazionale, e quindi la maggioranza è caduta negli attentati e negli scontri fra le varie fazioni etniche in lotta per il controllo del paese.
Sono dati molto gravi, non solo per la tragedia umana dei morti, ma anche per il significato politico. Se fossero confermati, infatti, la guerra avrebbe avuto un impatto molto più disastroso di quanto ammesso finora da Washington, sicuramente superiore al numero delle persone che negli ultimi tre anni avrebbero rischiato la vita sotto il regime di Saddam. L’impatto sull’opinione pubblica dell’intera regione araba e musulmana, poi, sarebbe devastante.
Per questo il presidente Bush ha subito smentito la ricerca, definendola «non credibile». In passato il capo della Casa Bianca aveva stimato che la guerra era costata la vita a circa 30.000 iracheni. Ieri non ha fatto nuovi numeri, limitandosi a dire che «ci sono state molte perdite civili», ma ha aggiunto che le cifre di Burnham non sono vere.
Il sospetto dei repubblicani è che si tratti di una manovra politica, orchestrata apposta per metterli in difficoltà alla viglia delle elezioni parlamentari del 7 novembre, in cui l’Iraq è il punto debole principale della maggioranza. Lo stesso gruppo della Johns Hopkins University, infatti, aveva pubblicato una ricerca simile prima delle presidenziali del 2004, e uno dei membri, Les Roberts, si è poi candidato con il Partito democratico. Però esperti del settore, come John Zogby, hanno dichiarato che «la tecnica utilizzata per lo studio è corretta e molto più precisa di quella impiegata per i sondaggi politici».
Un numero ufficiale dei morti in Iraq non esiste, a parte quello del Pentagono, che aggiorna sempre l’elenco dei suoi caduti. In realtà il dipartimento alla Difesa americano ha tenuto una banca dati, secondo cui dal maggio 2005 al giugno 2006 ci sono stati 117 decessi di civili al giorno. Le autorità irachene e l’Onu tengono un altro conto, basato sulle informazioni ricevute dagli obitori, dagli ospedali e dai commissariati di polizia. L’organizzazione Iraq Body Count, invece, aggiorna il suo totale usando i dati pubblicati dai media, e ritiene che finora le vittime civili sono state fra 43.850 e 48.693.
Tutte le stime sono più basse di quella della Johns Hopkins, ma la differenza dipende dalla metodologia. Infatti il professor Burnham risponde così a chi lo accusa di aver teso un agguato politico all’amministrazione Bush: «La discrepanza fra i nostri numeri e quelli raccolti attraverso la sorveglianza passiva (cioé la conta dei cadaveri, ndr) non è inattesa. Raramente i dati ricavati con questo metodo sono completi, anche in circostanze stabili, e ancora meno lo sono durante i conflitti, quando le possibilità di accesso sono limitate ed eventi fatali possono essere intenzionalmente nascosti. A parte la Bosnia, non esiste un solo caso in cui la sorveglianza passiva abbia registrato più del 20% dei decessi appurati con sistemi di misurazione basati sulla popolazione». Se ha ragione lui, l’invasione ha già fatto più morti civili iracheni di tutti i soldati americani caduti nella Seconda Guerra Mondiale.