L’antagonismo navale tra la Cina e gli Stati Uniti

La crescita economica di questi ultimi decenni ha spinto la Cina a guardare il mare che lambisce le sue coste in modo nuovo . L’aumento esponenziale delle merci che ogni giorno arrivano e partono dai porti cinesi impone al paese la necessità di proteggere le vulnerabili arterie commerciali che si snodano sui mari, lungo l’Oceano Pacifico verso le Americhe, e lungo l’Oceano Indiano, verso il Golfo Persico e le coste dell’Africa orientale, fin verso l’Europa.
L’ipotesi che in un prossimo futuro una Grande Potenza marittima possa esercitare un’azione coercitiva sulle rotte commerciali dalle quali l’economia cinese dipende sempre più (a partire dall’importazione degli idrocarburi e delle materie prime necessarie a sostenere la propria crescita) non può certo essere scartata. Anzi, i dirigenti cinesi prendono terribilmente sul serio questa possibilità. Tenendo presente questo scenario il pensiero corre inevitabilmente agli Stati Uniti, che sono la maggior potenza navale. Sin dalla loro ascesa alla fine del XIX secolo, sulla scorta degli insegnamenti di Alfred Mahan, gli Usa hanno sempre ritenuto prioritario lo sviluppo di una marina militare per controllare le principali rotte commerciali e per proiettare la loro potenza distruttiva in teatri lontani.
Nonostante gli strettissimi legami commerciali ed economici che intercorrono tra gli Usa e la Cina la relazione tra i due paesi è in effetti di natura antagonistica. Gli Stati Uniti sono impegnati con determinazione ad imporre la propria egemonia al resto del mondo costruendo un Nuovo Ordine Mondiale unipolare centrato su Washington. A tal fine giocano tutte le carte a loro disposizione per svuotare la sovranità delle altre nazioni del pianeta. La Cina viceversa promuove un ordine mondiale multipolare, che mira a scongiurare il dominio statunitense e, a dispetto di tanti cambiamenti, in politica estera rimane saldamente ancorata ai principi stabiliti alla Conferenza afro-asiatica di Bandung del 1955, basati sul rispetto della sovranità nazionale come precondizione per la convivenza e la pace tra i popoli.
L’ascesa della Cina (che continua ad erodere velocemente il vantaggio acquisito dai paesi a capitalismo avanzato nei due secoli precedenti) ed il conseguente svilupparsi degli scambi economici Sud-Sud con mutuo beneficio contribuiscono inoltre ad indebolire la presa statunitense sui paesi in via di sviluppo, con grave nocumento per gli interessi americani1.
Gli attriti tra i due giganti sembrano destinati a crescere e in futuro uno showdown tra gli Usa e la Cina non può dunque essere escluso a priori. La storia ha dimostrato che una stretta interdipendenza economica e commerciale non esclude automaticamente uno scontro tra Grandi Potenze qualora gli interessi più complessivamente strategici finiscano per collidere pericolosamente.
Washington continua a studiare l’ipotesi di un primo strike nucleare contro la Cina mentre insegue il sogno dello scudo stellare che renderebbe immuni gli Stati Uniti da una rappresaglia. Proprio nel corso di quest anno il Comando Spaziale Statunitense ha svolto un war game per testare quale sarà la capacità degli Usa di colpire la Cina in un prossimo futuro (2016) distruggendone qualsiasi capacità di risposta strategica.
I dirigenti cinesi ne sono coscienti, così come sanno che le principali scelte operate dagli Stati Uniti negli ultimi 20 anni hanno il solo obiettivo di fornire a Washington un potere militare a pieno spettro ed il controllo diretto delle principali riserve di idrocarburi. Le scuse ufficiali che vengono date in pasto all’opinione pubblica per giustificare le scorrerie americane in giro per il mondo sono solo cibo per i gonzi.
Gli Usa spendono già per i sistemi d’arma quanto il resto del mondo messo assieme (guerre ed operazioni di destabilizzazione escluse). Ecco perché Pechino, analogamente a quanto hanno fatto altri paesi, si è vista costretta ad aumentare le proprie spese militari onde cercare di colmare i suoi svantaggi nel settore. Nel 2009 i cinesi avevano annunciato un aumento delle spese per la difesa di circa il 15% rispetto all’anno precedente. Vale a dire meno di un ottavo di quelle americane. Nonostante questo gli Usa hanno sostenuto che la Cina guida la corsa agli armamenti (un’accusa che la signora Clinton ha rivolto persino al Brasile!) e si sono detti preoccupati.
Nonostante l’amplissimo divario militare che ancora separa la Cina dagli Usa le preoccupazioni statunitensi sono però reali. Perché la potenza industriale della Cina (specie nel campo dell’acciaio, della siderurgia, della meccanica e della cantieristica navale, oltre ai giganteschi progressi realizzati nell’ambito di alcune nuove tecnologie o dell’aerospaziale) comincia a proiettare la sua lunga ombra sulle ambizioni statunitensi di dominare il mondo.

In questo contesto l’antagonismo navale sino-statunitense si profila sempre più minacciosamente all’orizzonte. Per mettere al sicuro il proprio commercio marittimo la Cina ha deciso di dotarsi di una poderosa marina militare. Lo sforzo, appena cominciato, occuperà diversi decenni ma i progressi realizzati sono significativi. Basti pensare che nel 2005 sono stati avviati i lavori per la costruzione di un cantiere navale a Changxing, vicino a Shanghai, che dovrebbe diventare il più grande del mondo a partire dal 2015. In attesa di poter disporre di una flotta di alto mare competitiva l’attenzione è stata indirizzata a sviluppare una maggior capacità di proiezione nell’Oceano Indiano tramite la costruzione di una serie di scali in paesi tradizionalmente vicini a Pechino (dalla Birmania al Pakistan, passando per il Bangladesh e lo Sri Lanka) sulla base della strategia nota come “filo di perle”. L’Oceano Indiano rappresenta una scacchiera delicata, visto che è in quest’area che transita parte rilevante del commercio cinese, in special modo l’import di materie prime dal Golfo e dall’Africa. Per giungere alle coste cinesi da questo oceano è di fatto obbligatorio il passaggio dallo stretto di Malacca, alla fine dell’omonima penisola di fronte a Singapore, vero e proprio collo di bottiglia la cui possibile interruzione da parte di una Potenza marittima ostile potrebbe portare un colpo durissimo alla Cina. Il “filo di perle” serve appunto a disporre di attracchi prima della strozzatura, nonché di basi per un eventuale pronto intervento in caso di crisi. La “perla” più preziosa è rappresentata dal porto pakistano di Gwadar, all’imbocco del Golfo Persico. Qui la Cina ha investito somme considerevoli per la costruzione di moli multi-ruolo (civile-militare), terminal petroliferi, raffinerie e ambiziosi progetti di infrastrutture che dovrebbero collegare il porto allo Xinjiang attraverso tutto il territorio del Pakistan.
Gli strateghi statunitensi tengono gli occhi incollati sui progressi realizzati dalla Cina popolare nell’organizzazione della propria marina militare. Benché oggi la Cina non possa disporre di una flotta minimamente paragonabile all’US Navy, i rapidi progressi cinesi inquietano gli strateghi statunitensi, che in prospettiva sentono minacciata la loro egemonia marittima da una forza, non certo equivalente alla loro, ma comunque assai temibile e tale da costituire in prospettiva un deterrente. Il Defense’s Annual Report del Congresso Usa del 2006, dedicato all’analisi delle capacità militari della Repubblica Popolare Cinese, sosteneva che la marina militare cinese (PLA Navy) disponeva di 70 unità principali da combattimento di superficie (25 cacciatorpediniere e 45 fregate), di 55 sottomarini (50 diesel e 5 nucleari) e di una cinquantina di mezzi anfibi di medio tonnellaggio2. Nel 2007 le navi di superficie erano già salite di due unità ed i sottomarini di tre3. Si calcola che tra il 2002 ed il 2004 siano stati varati ben 13 sottomarini e che oramai il PLA Navy disponga di circa 600 mezzi da sbarco di diverse dimensioni atti a proiettare, in caso di necessità, l’esercito sulle isole circonvicine, prima fra tutte Formosa. Ma il cambiamento più rilevante non risiede tanto nel rafforzamento quantitativo, bensì nel significativo ammodernamento qualitativo dei sistemi d’arma a disposizione della PLA Navy. Ciò che in prospettiva incute più timore a Washington è probabilmente il fatto che la Cina inizia a sviluppare autonomamente sistemi d’arma sofisticati che, per quanto ispirati a modelli stranieri, mostrano come il dragone sia sempre meno dipendente da altri. Così, ad esempio, le nuove cacciatorpediniere Lyuang-II pur rappresentando un miglioramento della classe precedente ispirata in gran parte alle navi da battaglia russe (specie per quanto riguarda preziosi accessori come il radar multifunzione in 3d “oltre l’orizzonte”) sono state prodotte interamente dai cinesi con sistemi concepiti da loro. Anche nella contraerea i cinesi hanno fatto sostanziali progressi: pare che il loro sistema HQ-9 abbia performance ispirate all’ottimo sistema DCA russo S-300. I nuovi incrociatori saranno così forniti di una protezione più efficace per fronteggiare attacchi dal cielo. Tra i progressi che dovrebbero mettere in grado la marina cinese di sostenere un combattimento informatizzato occorre segnalare: le nuove tecnologie stealth utilizzate per aumentare la furtività delle nuove unità; i nuovi radar ed i nuovi sonar subacquei che sono stati adottati; i miglioramenti per quanto concerne la navigazione, il controllo, la comunicazione, l’intelligence elettronica ed altri vitali servizi. Per utilizzare in modo più efficace le armi di nuova generazione la marina può ora contare sui giganteschi passi avanti realizzati nel campo spaziale.
Ma è in riferimento ai possibili scenari bellici nel braccio di mare che corre tra la Cina continentale e Taiwan che le preoccupazioni statunitensi riguardo all’ascesa della Repubblica Popolare trovano una maggiore consistenza. Uno degli incubi maggiori dell’US Navy sarebbe costituito infatti dai missili antinave derivati da quello a medio raggio a propellente solido Dong Feng-21 che potrebbero trasformare l’intera area degli stretti in una potenziale trappola mortale. La loro gittata (attorno ai 1700 km) potrebbe infatti neutralizzare i gruppi di portaerei americane che da sempre rappresentano il più solido veicolo della proiezione della potenza bellica Usa.
Finora Taiwan rappresenta per la sua posizione geopolitica il nodo più importante della rete di basi con la quale gli americani presidiano l’Estremo oriente per accerchiare la Cina e tenerla sotto tiro. Il nuovo possibile utilizzo di letali missili antinave da parte cinese potrebbe pregiudicare seriamente gli eventuali piani statunitensi nella regione e potrebbe riportare una sorta di equilibrio.
Gli Usa hanno impostato una strategia di avvicinamento nei confronti dell’India per utilizzare la collaudata tecnica del divide et impera nel tentativo di giocare una contro l’altra le grandi nazioni asiatiche. La collaborazione stabilita in campo nucleare alle spalle del Trattato di Non Proliferazione ha rappresentato un ottimo aggancio a tal fine. Alcuni settori dell’establishment indiano sono sensibili alle sirene di Washington e ritengono che la collaborazione con gli anglo-americani, e forse anche con Israele, potrebbe portare a Delhi numerosi vantaggi, contribuendo a isolare il nemico pakistano e riuscendo a contenere la crescita del vicino cinese. Alcuni sono preoccupati della crescente presenza cinese nelle acque dell’Oceano Indiano a seguito della strategia del “filo di perle” cui si accennava. Gli analisti statunitensi hanno colto bene questo aspetto delle valutazioni indiane, tanto da parlare di una vera e propria rivalità nascente nell’Oceano Indiano. Secondo Robert Kaplan l’Oceano Indiano si troverà al centro della sfida tra le Potenze nel XXI secolo4. Kaplan richiama pertanto gli Usa a prestare particolare attenzione agli equilibri regionali, integrando la visione strategica statunitense del sea-power, tradizionalmente incentrata su Atlantico e Pacifico. Così l’India pare ora più lontana dal triangolo strategico che Putin (e prima ancora Primakov) avrebbero voluto saldare tra Russia, Cina ed India in funzione antiegemonica. La collocazione indiana non è ancora scontata e molto dipenderà da come si intersecheranno le reciprocità della politica internazionale con la rivalità regionale indo-pakistana, in special modo avrà un peso determinante l’atteggiamento statunitense nell’affrontare il nodo delle relazioni indo-pakistane, data la difficoltà di tenere entrambi i paesi nella stessa muta. L’evoluzione del tentativo Usa di arruolare l’India nella sua politica di accerchiamento della Cina e l’antagonismo navale tra Cina ed Usa rappresenteranno due elementi di fondamentale importanza nel delineare gli equilibri globali nei prossimi decenni5.

1 Si veda: S. Ricaldone, S. Puttini, La politica internazionale della Cina; in: AA.VV., Cina, Russia, America Latina: note di analisi politico economica sulle realtà emergenti; Milano, Aurora 2008, pp. 55-85

2 Si veda: www.globalsecurity.org/military/world/china/plan-mod.html

3 Ibidem

4 R. D. Kaplan, Center Stage for the Twenty-First Century: Power Plays in the Indian Ocean; in: “Foreign Affairs”, marzo-aprile 2009, pp.16-32

5 Per un’analisi più esaustiva si veda: S.A. Puttini, La Cina, il mare e gli Stati Uniti; in: “Eurasia”, n.3, 2010