L’angoscia è il nemico della ripresa

Il senso di irrealtà e angoscia di fronte al verificarsi reale del mai accaduto prima è la sensazione più netta, che supera anche la pietà per le migliaia di vittime e l’esecrazione per gli autori del crimine orrendo. Altri, prima e meglio di chi scrive, hanno già sviscerato questo tema: un’intera umanità che sperimenta il senso del salto nel buio. A me interessa analizzare solo i risvolti economici di questo senso di angoscia.

Diciamo innanzitutto che, per loro fortuna, gli esseri umani imparano a convivere con tutto. L’adattamento, tuttavia, richiede tempo e la modifica talvolta anche sostanziale dei comportamenti.
Diciamo anche che, una cessazione veramente definitiva dei motivi che hanno indotto lo stato di angoscia induce la gente a tornare gradualmente ai comportamenti precedenti al verificarsi dell’allarme. Anzi, se il cessato allarme è improvviso e credibile, la reazione individuale e collettiva può essere un tentativo altrettanto violento e subitaneo di tornare allo stato precedente il trauma.
Chi mi legge sa che odio il ricorso agli psicologismi da strapazzo, nello spiegare i fenomeni economici. In questo caso, tuttavia, anche chi è abituato a misurarsi con fenomeni oggettivi e reali deve piegarsi alla necessità di partire dalla psicologia di massa. Il motivo è semplice: il vile attacco ha colpito la società americana in un momento delicatissimo, profondamente diverso dai precedenti che si possono citare. A partire dal 1995, l’economia americana si è lanciata in un boom senza pari, alimentato da capitali provenienti da tutto il mondo e intermediati dal cuore finanziario mondiale, che è l’obiettivo che i terroristi hanno fisicamente colpito.
Il grande boom ha dato vita a una gigantesca ondata di investimenti in capitale fisso, specie nei settori della nuova economia, ma anche in edifici di uso sia industriale che civile, e ad una ancor più grandiosa ondata di consumi. Entrambe le ondate si sono alimentate non solo coi capitali ma anche con i prodotti di tutto il mondo, dando vita ad un episodio di integrazione della economia mondiale simile a quella che, anche se in scala inferiore, si era già verificata nei quindici anni precedenti la prima guerra mondiale, e fu bruscamente interrotta dall’attentato di Serajevo.
L’intervento della banca centrale americana, che temeva i risvolti inflazionistici del boom degli investimenti, ha raffreddato rapidamente e bruscamente le esplosive quotazioni di borsa e poco dopo gli stessi investimenti fissi. Il repentino declino di Dow Jones e Nasdaq, il rattrappirsi improvviso della nuova economia hanno indotto allora la Federal Reserve a invertire la rotta, cercando di governare la caduta dei settori interessati. Non riuscendoci immediatamente, la Fed si è accorta che il ridursi dei tassi che induceva con la sua azione, stimolava invece il settore immobiliare e soprattutto i consumi.
Qualche accorto osservatore aveva a suo tempo segnalato il divaricarsi, negli ultimi anni, delle curve dei consumi necessari da quelle dei consumi voluttuari. Quelle, nel boom americano, crescevano con moderazione, queste si impennavano in una crescita vorticosa che portava i beni voluttuari a rappresentare una quota sempre maggiore nel totale dei consumi.
È proprio questo l’aspetto più pericoloso della situazione innescata dagli eventi dell’undici settembre. I consumi voluttuari, per loro natura, non sono dettati da alcuna vera necessità. Dipendono in maniera essenziale dalla situazione psicologica di ottimismo e di soddisfazione di chi li effettua. Ed è proprio questa che i terroristi hanno colpito. Immaginate un cittadino benestante, negli Stati Uniti (ma anche altrove) che fosse riuscito a vendere le proprie azioni al momento giusto, realizzando cospicui guadagni di capitale, e le cui proprietà immobiliari avessero anch’esse registrato un notevole aumento di valore. Di questi vincitori del boom degli anni novanta ne esistono, in America, molti milioni. La distribuzione del reddito e della ricchezza si è sensibilmente spostata in loro favore. Essi sono stati, insieme agli operatori finanziari e ai gestori della nuova economia, i protagonisti della vita economica e sociale americana degli ultimi anni.
Nelle loro mani è ora il futuro immediato dell’economia americana e di quella mondiale. Si chiede loro di continuare a comprare grossi fuoristrada, vestiti italiani, vacanze costose in tutto il mondo, di rinnovare i mobili delle proprie case, di cercar di mandare i propri figli nelle università di maggior prestigio e costo. Proprio come hanno continuato a fare, tra la meraviglia degli economisti, mentre investimenti e borse crollavano, negli ultimi due anni.
Ma come evitare che l’angoscia che li ha aggrediti l’undici settembre continui ad ossessionarli, specie quando si profila una battaglia lunga e con enorme dispiegamento di mezzi, alla caccia dei terroristi e dei loro fiancheggiatori, con modalità che non possono essere quelle della guerra normale? Per questo i confronti con altri episodi di guerra servono a poco. Questa è la prima guerra su suolo americano dal 1866, e non vede eserciti contrapposti, ma un nemico invisibile e pronto all’estremo sacrificio di se stesso. Per questo sembra veramente difficile che le legioni di benestanti americani, in queste condizioni, che minacciano, a detta degli stessi leaders americani, di durare a lungo, mantengano immutate le proprie clamorose, chiassose, ma indispensabili all’economia mondiale, abitudini di consumo opulento. Da questo dubbio nascono le ipotesi più pessimiste sul futuro prossimo della economia americana. È vero infatti che il governo federale sta già cospicuamente aumentando le spese per la difesa, per far fronte alla minaccia che gli è comparsa in casa. Ma la domanda di difesa si materializza in beni e servizi assai diversi da quelli richiesti per i consumi opulenti. Li producono, questi beni e servizi, le imprese di un ben definito settore, che infatti hanno visto i corsi delle loro azioni salire dopo la tragedia, così come sono cresciute le azioni di tutto ciò che ha a che fare con la sicurezza. Se dura lo stato di angoscia, è prevedibile pure che la gente reagisca in maniera atavica, accumulando scorte alimentari.
Ma non c’è bisogno di costruire scenari millenaristici per prevedere una brusca caduta del Pil degli Stati Uniti. Basta che continui per ancora qualche mese l’angoscia che tutti ci pervade da due settimane e che probabilmente indurrà i benestanti americani (e del resto del mondo) a modificare bruscamente le proprie abitudini di consumo degli anni della spensieratezza. Lo stavano già cominciando a fare prima dell’undici settembre, come la Fed aveva prontamente rilevato. Dopo la tragedia la velocità di adattamento alla nuova situazione è aumentata esponenzialmente.
I leaders politici ed economici degli Stati Uniti si trovano dunque di fronte ad una situazione senza precedenti non solo dal punto di vista militare. Anche il quadro economico è del tutto nuovo. Non è mai successo che i consumi opulenti e le abitazioni tenessero in piedi il ciclo del più grande paese del mondo e quindi, visto il livello di integrazione dell’economia mondiale, anche quello del resto del mondo.
La dirigenza americana sa benissimo che far durare a lungo questo stato di incertezza e angoscia significa dare il colpo di grazia all’economia che si è evoluta nell’ultimo decennio. Solo assicurando le bande di terroristi alla giustizia o distruggendole sul campo si può liberare i cittadini dalla angoscia che li pervade. Se questo accade, anche tenendo conto delle enormi iniezioni di liquidità che le banche centrali stanno effettuando da due settimane per reggere i mercati e delle nuove spese militari, è prevedibile una reazione di euforia, che spingerà in alto i consumi e gli indici finanziari e potrà persino far ripartire gli investimenti.
Se questo non accade, e l’emergenza dura nel tempo, non resterà che cambiare la struttura dell’economia. Tornando ai sussidi statali per interi settori che altrimenti rischiano di crollare e ad una rete di interventi dirigistici dei quali si è, in questi decenni, perduta anche la memoria, ma che la gente della mia età, se vuole, può ricordare benissimo, anche negli Stati Uniti. Gli americani credono che limitare la libertà economica conduca anche a limitare quella politica. Speriamo, innanzitutto, che non ce ne sia bisogno, e che, se invece la situazione lo richiede, succeda come l’altra volta, emerga cioè un nuovo Roosvelt.