L’analisi di Fidel Castro: è la crisi peggiore per i governi ma i popoli si ribelleranno

I dirigenti cubani non si mostrano sorpresi per la crisi finanziaria mondiale. Nei commenti ufficiali, ricorre sovente l’argomento che si tratti sostanzialmente di un naturale sviluppo di un sistema, di cui improvvisamente appare svelata l’irrazionalità che Marx ed i marxisti denunciano da tempo. Traspare a volte quasi la soddisfazione di trovare nei fatti la conferma delle proprie convinzioni. Una volta tanto, l’isola caraibica non sente su di sé il peso dell’accerchiamento ideologico.
Il «lider maximo» Fidel Castro la settimana scorsa era stato lapidario: «La stampa internazionale parla dell’uragano economico che sconvolge il mondo. Molti lo presentano come un fenomeno nuovo. Per noi non è così. Era previsto». Ieri Fidel è tornato più diffusamente sul tema in una «riflessione» pubblicata sull’edizione online di Granma, il giornale del partito comunista cubano. Il titolo, «la legge della jungla», fa riferimento alle «differenze a volte abissali tra nazioni ricche o povere», prodotte dal «sistema capitalista sviluppato». Oggi questo sistema si trova «in piena crisi», non quella ciclica che si ripete «ogni certo numero d’anni» e nemmeno quella già «traumatica degli anni trenta». Per Fidel essa è «la peggiore da quando il mondo si è messo a seguire questo modello di crescita». Una crisi in qualche modo salutare però, perché, da un lato «i mezzi brutali che il governo degli Stati Uniti userà per tirarsene fuori, porteranno più inflazione, più svalutazione delle monete nazionali, più disuguaglianze commerciali», ma dall’altro i popoli ne usciranno con «maggiore conoscenza della verità, maggiore consapevolezza, maggiore spirito di ribellione».
Per Jorge Gomez Barata, Lenin aveva già previsto tutto quando studiò «la concentrazione del capitale finanziario e il carattere parassitario di questa nuova classe di capitalisti di denaro che ammassano enormi fortune distanziandosi sempre più dal lavoro e dalla gestione economica concreta». Abituato forse a incassare accuse di dogmatismo e di astrattezza, Barata conclude l’articolo intitolato «Strumenti per capire la crisi» con una nota ironica: «A quanto pare, Lenin non era poi così fuori strada come ho sentito dire».
Meno interessata a trovare nel disastro creditizio globale conferme alle analisi lette sui sacri testi è Nidia Diaz, che analizza piuttosto l’impatto che il caos finanziario avrà sull’America latina nel suo insieme. E spiega come la parte sud del nuovo continente abbia prodotto adeguati anticorpi per resistere al marasma originatosi al nord. «La debacle noeliberista -scrive Diaz- avviene quando, già da un certo numero di anni, alcuni Paesi hanno intrapreso nuove strategie e hanno cominciato a distaccarsi da quello che Hugo Chavez descrive come sistema internazionale perverso».
Diaz cita Brasile, Argentina, Ecuador, Cile, come esempi di Paesi che possono a ragione sentirsi «fiduciosi di mantenere la solida crescita economica degli anni recenti». E questo proprio perché hanno compiuto scelte «contro i dettami di Washington e le prescrizioni delle agenzie di credito che operano sotto la sua protezione». I governi sudamericani «prendendo le distanze dalla disastrosa via neoliberista che il potente vicino del Nord aveva imposto loro» hanno salvato se stessi, e sono oggi «un esempio per altri meno sviluppati Paesi nella regione e nel Terzo mondo». L’analista cita con gusto il capo di Stato brasiliano Lula, che nota «con tristezza quante importantissime banche che ci dicevano cosa fare e cosa non fare, e consigliavano gli investitori sull’affidabilità o meno del Brasile, ora vanno in bancarotta». E riporta pure il giudizio della presidente argentina Cristina Fernandez: «Stiamo assistendo al più robusto intervento statale in economia da quando gli Usa ci dissero che lo Stato non era necessario».