”L’America non vuole farsi legare le mani dall’Onu”

di Umberto De Giovannangeli

«Non credo proprio che in questo momento gli Stati Uniti intendano farsi legare le mani dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove è pronto a scattare il diritto di veto della Cina. Vi sono ragioni squisitamente militari, prim’ancora che valutazioni di carattere politico-diplomatico, che possono spiegare il perché, con ogni probabilità, Washington, almeno in questa prima fase, non intenda riportare in sede Onu la rappresaglia ai sanguinosi attentati terroristici alle Torri Gemelle e al Pentagono». Inizia con questa valutazione di fase il nostro colloquio con l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, un’autorità in campo diplomatico e profondo conoscitore del Palazzo di Vetro: l’ambasciatore Fulci è stato infatti il capo della rappresentanza diplomatica italiana alle Nazioni Unite per sette anni, di cui 2 anni nel Consiglio di Sicurezza e due mesi come presidente del massimo organismo decisione dell’Onu. «E fu proprio sotto la presidenza italiana – ricorda Fulci – che fu eletto nuovo segretario generale Kofi Annan, un accadimento che da più parti si riteneva impossibile».

Da più parti si chiede che la risposta all’attacco terroristico contro gli Usa sia discussa e decisa in sede Onu. Ritiene questo scenario realistico?

«Nell’immediato direi proprio di no. Gli Usa non intendono farsi legare le mani in anticipo, sottoponendosi a probabili veti, soprattutto da parte cinese, o facendosi ingabbiare dagli ostacoli sicuramente posti dagli Stati che Washington definisce “canaglia”. Prim’ancora che considerazioni politico-diplomatiche sono ragioni squisitamente militari a guidare il comportamento americano».

Considerazioni militari?

«Certamente. Vede, se gli americani, come sembra, decideranno di compiere azioni militari mirate contro le roccaforti del fanatismo integralista armato, fondamentale sarà il fattore-sorpresa e la segretezza dei piani di attacco. Che verrebbe meno se quei piani fossero passati al vaglio del Consiglio di Sicurezza. Ripeto: si tratta di una questione essenzialmente militare ma tanto più significativa visto il nemico particolare che si ha di fronte».

Dopo l’annunciata reazione americana c’è chi sostiene che si stia delineando una sorta di «alleanze capovolte», con gli Europei più tiepidi e la Russia decisamente schierata per una reazione dura.

«Francamente mi sembrano scenari suggestivi quanto poco probabili. Certo, Mosca sembra interessata a sfruttare il momento per avere via libera ad una resa dei conti finale con la guerriglia islamica cecena. Ma la Russia non può dimenticare che al suo interno e in diversi Paesi dell’ex Urss vivono consistenti popolazioni islamiche che non possono essere sacrificate nel nome di una “guerra di civiltà” contro l’Islam».

Lei ha fatto riferimento al concetto di «guerra di civiltà» coniato da Samuel Huntington. Esiste questo rischio nella reazione ventilata da Washington?

«Lo escluderei. Perché esiste un interesse convergente tra i Paesi arabi moderati e l’Occidente nello sradicare queste minoranze terroristiche che rischiano non solo di minare la sicurezza dell’Occidente ma che si configurano sempre più come una sorta di contropotere armato che minaccia dall’interno la stabilità dei regimi arabi moderati. Un interesse convergente che riguarda oggi anche il Pakistan e, per altri versi, la Turchia».

La questione palestinese, concordano gli analisti politici mediorientali, resta un fattore di mobilitazione che alimenta l’azione dei gruppi dell’Islam radicale armato.

«Il problema esiste e, come nota di speranza, mi sembra di cogliere nelle riflessioni dei protagonisti di questa complessa partita mediorientale, a cominciare dagli Usa, una rinnovata consapevolezza della necessità di dare soluzione negoziale al conflitto israelo-palestinese. Come dire: dal Male (l’attacco agli Usa) potrebbe nascere anche qualcosa di positivo. E l’annuncio della tregua raggiunta dopo gli importanti impegni assunti da Arafat, dà conforto a questo auspicio».

I palestinesi temono ancora che Ariel Sharon intenda approfittare della guerra contro il terrorismo islamico globalizzato per una resa dei conti militare con l’Anp di Yasser Arafat.

«Sarebbe una sciagura e non solo per tutti i popoli della regione. Se Israele vuole “approfittare” del momento per sistemare i conti con i gruppi dell’integralismo armato, questo può anche andare, ma pensare di dare soluzione militare al conflitto in corso e alla questione palestinese, questo sarebbe davvero molto pericoloso. Ma per fortuna gli eventi sembrano ora andare in tutt’altra, e più incoraggiante, direzione».

Qual è un fatto eclatante, in negativo, messo in evidenza dall’attacco agli Usa?

«La scarsa collaborazione tra tutti i servizi segreti occidentali. Questa collaborazione esiste a parole ma poco nei fatti che sono poi quelli che contano e permettono di prevenire le azioni terroristiche. L’errore di fondo commesso è stato quello di puntare tutto sulla sicurezza tecnologica mentre invece si è dimostrato decisivo, stavolta in negativo, il fattore-umano, nel senso di una mancanza di lavoro di intelligence».

In che senso è mancato il fattore-umano nell’opera di prevenzione?

«Le rispondo partendo dalla mia esperienza personale. Quando ero a Mosca e volevo far conoscere al mio ambasciatore informazioni “top secret” da celare ai nostri attenti ospiti, l’unico modo era di scriverlo su un foglietto di carta per poi distruggerlo. I terroristi hanno usato la stessa tecnica. E per intercettare quei messaggi era decisivo il lavoro di intelligence umana. Che non c’è stato».

Vorrei tornare di nuovo sul ruolo dell’Onu. Non ritiene che ad un terrorismo globalizzato occorra rispondere anche potenziando istituzioni «globalizzate»?

«La mia speranza è che si ripeta lo scenario già sperimentato in occasione della guerra nella ex Jugoslavia. L’azione contro la Serbia in Kosovo, è bene ricordarlo, fu decisa e attivata fuori dalle Nazioni Unite, in ambito Nato. Ma poi si tornò nell’alveo Onu quando si trattò di dare legalità all’opera di pacificazione. Mi auguro che avvenga così anche in questa tragica occasione».

In questo contesto l’Europa può svolgere un ruolo di primo piano nella lotta al terrorismo globalizzato?

«Deve svolgerlo assolutamente, ma con i fatti e non con le dichiarazioni di principio. Il che significa, innanzitutto, una maggiore integrazione tra gli apparati di polizia e di intelligence, che purtroppo a tutt’oggi non esiste. Se vi sarà questa integrazione si sarà fatto un importantissimo passo in avanti. Spero che ciò avvenga ma resto pessimista: quando si tratta di mettere insieme contatti, risorse, supporti operativi e logistici, informazioni, c’è sempre chi si tira indietro».