L’America domani. Sogni nel deserto

Davanti a te, nella notte, come una sterminata colata di lava, un fiume senza fine di fari scende giù per l’ampia valle e risale la lontana collina a passo d’uomo, mentre alla tua sinistra, oltre il guard-rail, un altro fiume di fari scorre in senso inverso, scende la collina e risale la valle sull’autostrada I-5 tra San Diego e Los Angeles. Quest’umanità frettolosa ma lenta, ingombrante, inquinante, rinchiusa a uno a uno nella sua puzzolente scatola di latta, con il proprio stress, le acidità di stomaco, le frustrazioni della giornata di lavoro alle spalle, sembra così la visualizzazione dei versetti dell’Ecclesiaste (Qoelet) sulla futilità dell’umano agire, del muoversi per nulla, dell’andare e venire come vortici di sabbia, come fame di vento.
C’è qualcosa d’insolente, se non semplicemente miope, nel modo in cui gli statunitensi scialano lo spazio, lo sperperano, fiduciosi che questa disponibilità di terra, di acqua, di aria non avrà mai fine. E in nessun luogo lo vedi meglio che nella desertica California, letteralmente assetata di acqua, dove ogni buon californiano innaffia prodigo il suo praticello verde intenso, circondato da sassi e terra bruciata.
Un paese disabitato
Fra due giorni, martedì – ci dice il Bureau of the Census, l’istituto statistico Usa – alle 7,45 del mattino nascerà il 300 milionesimo americano (vedì articolo accanto). 200 anni fa questa nazione aveva 5 milioni di abitanti (bianchi). Cento anni fa erano 80 milioni. Cinquanta anni fa erano 160 milioni. Quota 200 milioni fu toccata nel 1967, sotto Lyndon Johnson. Ora nasce un bambino ogni 9 secondi, muore un anziano ogni 13, e quindi la popolazione cresce di un’unità ogni 11 secondi. Quota 400 milioni sarà toccata tra 35 anni.
Certo, rispetto all’Europa, quanto a densità di popolazione, gli Stati uniti sono ancora un deserto: se avessero la stessa densità di popolazione dell’Italia (che è, proporzionalmente, assai più montagnosa e inospitale), gli Usa dovrebbero avere un miliardo 800 milioni di abitanti!
Il fatto è però che ogni americano si mangia più metri quadri di terra, più metri cubi di ossigeno, più barili di petrolio, più tonnellate d’acqua di chiunque altro sulla terra. Già oggi, che sono solo un ventesimo dell’umanità, consumano un quarto di tutte le risorse del pianeta. Che succederà man mano che la popolazione aumenta?
Il modello abitativo che impera negli Usa – quello della casetta unifamiliare circondata dal praticello con strada antistante – è in apparenza innocente: il desiderio di vivere nel verde; ma è proprio lui a generare un circolo infernale: le villette unifamiliari abbassano così tanto la densità dei suburbi che rendono impossibile ogni trasporto pubblico, quindi obbligano ad avere almeno due macchine per famiglia, quindi esigono una rete mostruosa di autostrade urbane.
Dov’è il Colorado?
Per di più, ogni famiglia richiede un tratto di almeno 20 metri di antistante strada asfaltata, moltiplica la lunghezza delle fognature, divora energia perché la struttura in legno non è isolata termicamente e si beve una dose sproporzionata di acqua giusto per innaffiare. Ne hai una percezione dolorosa quando ti avvicini al fiume Colorado vicino al confine messicano. Lo avevi visto nel Gran Canyon e all’uscita dalle gole, fiume potente, bizzoso, irrefrenabile. Ti aspetti dunque una placida maestosità. E invece il fiume non c’è più, ridotto a un rigagnoletto che si perde nell’arsura. Il Colorado non arriva più in Messico e tanto meno al mare, perché tutta la sua acqua è stata deviata e incanalata per abbeverare la bassa California, da Los Angeles a San Diego. I californiani hanno letteralmente ucciso un grande fiume.
Ed è questo un processo generalizzato, con le coste che sfruttano, svuotano l’interno che così diventa sempre più deserto, si spopola e l’intero processo si accelera. Il 90% della popolazione Usa vive a meno di 100 km dai confini (i due oceani e il confine con il Canada, e quello col Messico). In tutte le sterminate piane centrali vive meno del 10% della popolazione. I demografi proiettano perciò un paese aggregato intorno a mega-aree metropolitane di 25 milioni di abitanti ciascuna (secondo le definizioni ufficiali statunitensi, la pianura padana da Torino a Milano a Venezia a Bologna sarebbe un’unica area metropolitana di 25 milioni di abitanti).
Un fiume di immigrati
Ma, ancor più che per l’aspetto ecologico, c’è da chiedersi se questo tipo di sviluppo è sostenibile socialmente. Perché la crescita della popolazione è dovuta solo e soltanto al biblico fiume di immigrati che si riversa in questa nazione-continente. Se fosse per le donne americane, gli Stati uniti vedrebbero infatti scemare la loro popolazione, proprio come ogni altro paese industrializzato: il tasso di procreazione delle donne nate negli Usa è infatti 1,8 figli per ogni donna, ben al di sotto del 2,1 che assicura la pura e semplice riproduzione della popolazione da una generazione all’altra. La crescita impetuosa della popolazione Usa e la scarsa «fertilità» delle donne bianche illuminano di cruda luce l’ipocrisia di tutta la campagna anti-immigrazione.
Non c’è paese al mondo che di fatto incoraggi l’afflusso di immigrati, clandestini compresi, quanto gli Usa (si stima che i clandestini siano 11,5 milioni). Senza immigrati e senza clandestini tutti gli Stati uniti, e la California in particolare, si fermerebbero. Ma c’è un ma. Se la politica attuale proseguirà e se i bianchi vorranno continuare a mantenere tutte le leve di comando, il monopolio della ricchezza e del potere, allora cambierà la struttura sociale del paese: una parte sempre crescente della popolazione Usa sarà non istruita, indigente, ghettizzata, quasi schiavizzata. Un futuro alla Blade Runner. Una minoranza di privilegiati asserragliati nei loro immensi, temibili Suv e pick-up, circondata da una maggioranza di poveracci, semianalfabeti, senza speranza di ascesa sociale, senza futuro.
Insomma, sembra paradossale dirlo, mentre l’India esce dal sottosviluppo, gli Stati uniti si terzomondizzano, con lo strato dei benestanti che si assottiglia sempre più.