L’America decide, l’Italia obbedisce

Non ce lo aspettavamo. Avevamo, a torto, creduto che le importanti prese di posizione del nostro paese riguardo alla nuova escalation di Bush, la dura critica all’aumento dei militari Usa nel pantano iracheno e al bombardamento in Somalia, la condanna delle barbare impiccagioni inflitte da un tribunale fantoccio di Baghdad, fossero segnali di una nuova stagione della politica estera del nostro paese. Una fase nuova, radicalmente opposta a quella del governo precedente, basata sul rifiuto della guerra come strumento della risoluzione delle crisi internazionali, sull’indipendenza e l’autonomia del nostro paese e dell’Europa dalla guerra preventiva dell’amministrazione Bush. Invece la grave e inaccettabile dichiarazione di Prodi, che martedì ha dato il via libera all’ampliamento della base Dal Molin ci riporta indietro. Non si tratta, come dice Prodi, di una semplice «questione urbanistica e territoriale», né di una scelta necessaria, perché già presa dal passato governo. Si tratta, invece, di una chiara dimostrazione che l’epoca della sudditanza militare del nostro paese non si è ancora conclusa. Con la sua scelta il governo si dice pronto a svolgere il ruolo di portaerei delle truppe Usa impegnate negli scenari di guerra, rendendo l’Italia una base intermedia irrinunciabile tra gli Usa e il Medio Oriente insanguinato dalla strategia della guerra preventiva e le zone calde dello scontro geopolitico per il controllo delle risorse energetiche: il Caucaso, il Caspio, l’Afghanistan e l’Iraq. Sappiamo bene che, con l’ampliamento della base militare, la 173a Brigata Airbone, già di stanza alla caserma Ederle, acquisirebbe compiti e responsabilità di guerra, incompatibili con la nostra Costituzione.
La guerra passa sopra le nostre teste, si rifornisce di carburanti e armi nei nostri porti e aeroporti, da Aviano a Ghedi, da Sigonella e Camp Derby, tutte basi interessate da simili progetti di ampliamento. La guerra non è lontana, è nei nostri territori, sottoposti al controllo militare, resi economicamente dipendenti dal denaro del keynesismo di guerra che droga l’economia americana. Basta leggere i documenti del Ministero della difesa statunitense. Nel bilancio del febbraio 2006 per il progetto di raddoppio infrastrutturale dell’unità militare nord-americana a Vicenza erano previsti 322 milioni di dollari per il 2007 e altri 680 entro il 2010. Fin dalla primavera del 2005 le autorità militari statunitensi hanno avviato la progettazione esecutiva degli edifici e delle installazioni, con l’assistenza dei tecnici dell’Ispettorato infrastrutture dello Stato maggiore dell’esercito italiano. Contemporaneamente, lo Stato maggiore dell’aeronautica militare italiana ha disposto la chiusura o il trasferimento di tutti gli enti presenti nell’aeroporto Dal Molin per liberare l’area da ogni attività militare o civile italiana. Il governo Usa decide, e mette a bilancio, il governo italiano obbedisce.
Con questa scelta il governo Prodi dà il via libera a tutto ciò. Contro il programma dell’Unione imbocca la strada della sovranità limitata, sceglie una collocazione del nostro paese nello scenario internazionale di subalternità agli Usa, mette in crisi la sua stessa maggioranza, una parte importante della quale è contraria all’ampliamento della base, e volta le spalle al popolo della pace. Quel popolo che contro la guerra in Iraq aveva costruito una delle più grandi mobilitazioni di massa che si ricordi, e che chiede ancora una svolta vera.
Adesso la palla passa ai cittadini di Vicenza, a quelle forze politiche che da sempre sostengono le ragioni dalla pace, al popolo pacifista. Vicenza può e deve diventare una nuova Val di Susa, i cittadini (che secondo recenti sondaggi sono per il 70% contrari all’ampliamento) devono essere chiamati a esprimersi direttamente, come d’altronde ha chiesto lo stesso Fassino. E, infine, sarà necessario impegnarsi a riaprire la battaglia sulla partecipazione del nostro paese alle missioni militari: tra poche settimane si riproporrà in Parlamento il provvedimento di rifinanziamento. Abbiamo già espresso, in occasione del voto di luglio, la nostra contrarietà nei confronti di quel decreto. Oggi confermiamo la posizione, resa ancora più forte e necessaria da quest’ultima inammissibile decisione di Prodi. A chi, votando a luglio il rifinanziamento, dichiarò di farlo per l’ultima volta, chiediamo di essere coerente con i pronunciamenti per il ritiro delle truppe da loro stessi espressi in questi mesi. Una grande mobilitazione, dentro e fuori il Parlamento, dovrà costringere il governo a tornare sui suoi passi. E’ questo il nostro impegno irrinunciabile, nelle prossime settimane.

* capogruppo Prc commissione affari costituzionali Senato