L’amarezza del delegato Fausto “Questo non è il partito che sognavo”

CHIANCIANO — «Questo non è il partito che conoscevo. E non è la Rifondazione che sognavo». Sale in macchina e se ne torna a Roma il delegato di Cosenza, al fianco la moglie Lella, che per la prima volta ad un congresso del Prc si vede poco e niente. Triste solitario y final. Sotto il tendone, mentre si abbattono tuoni e fulmini, manco fosse una sceneggiatura di film, eleggono nuovo segretario Ferrero. Ma Fausto Bertinotti nemmeno nei 280 del parlamentino è entrato a far parte. Perciò via, da Chianciano e da una leadership che adesso davvero non è più sua. L’ultima, disperata missione era fallita nella notte. All’una è uscito dall’albergo, lasciandosi alle spalle tutti i buoni propositi di non entrare mai più «in partita», per incontrare Claudio Grassi, il «cos-suttiano» arbitro degli equilibri interni, un vecchio rivale di Fausto. Ma va male. «Lui è preoccupato di come si stanno mettendo le cose — spiega al rientro Bertinotti —ed è disposto a mediare. Ma i suoi non lo seguiranno, e vedrete che non insisterà. Un gravissimo errore, perché non è il momento di difendere il proprio orticello ma di un atto di coraggio. Però, mi pare proprio chiusa». Fine dei giochi, annuncia perciò. Arriva Vendola, distrutto. E adesso che si fa? Andare avanti a testa bassa nella candidatura? Sfidare la conta? Chiamarsi
fuori? Il governatore, Giordano, Migliore, i colonnelli, tutti lì nel pallone. Tocca ancora al vecchio segretario riprendere il filo, e dare la linea. È lui che a sorpresa consiglia a Nichi: «Rinuncia alla corsa». Possibile mai e perché? «Perché fino a qualche ora fa le altre quattro mozioni erano un fritto misto ma ora, insieme, rappresentano una maggioranza e un progetto politico alternativo al tuo, al nostro. Hanno truppe blindate, militarizzate. Non possiamo che perdere il congresso. Rinuncia e ricomincia la battaglia dall’interno». Dall’interno. Scissioni non se ne fanno, è l’altro messaggio-chiave di Bertinotti, «anche se in segreteria e negli altri organismi dirigenti non dobbiamo entrare». Ci si muoverà come area organizzata, maxi-corrente, magari lanciando una campagna di adesioni in stile Super-Red dalemiano, anche se del doman non c’è certezza e il rischio della scissione nessuno può escluderlo. Al momento però fermi tutti, niente colpi di testa, annunci o grandi manovre per clamorose fughe di massa e spaccature, pure se abbiamo perso, pure se il partito «ferreriano» «per molti aspetti mi lascia sconcertato e non mi ci riconosco affatto, marcia verso l’involuzione culturale, l’arroccamento identitario».
Con ancora un’immagine negli occhi, quella che ha sorpreso e ferito di più l’ex-padre di Rifondazione. Bandiera rossa, comunismo e pugni chiusi agitati in sala dai compagni della mozione 1, subito dopo l’intervento di Ferrero, contro gli altri. «Brutta scena. Mai vista nei nostri congressi, anche nei momenti peggiori. Vi rendete conto? Aveva tutta la carica di un avvertimento, di un segnale agli indecisi di Grassi: come a dire, state attenti a non tradire. E il messaggio è arrivato a segno». E che altro non va giù, all’uomo che per dodici anni ha costruito pezzo per pezzo la Rifondazione comunista? Una «mutazione» in agguato, è questa proprio non se l’aspettava: il virus del dipietrismo che si mette a scorrere nelle vene del partito.
Allora, che c’azzecca Tonino l’anticomunista con le bandiere del Prc in piazza Navona? «Attenti compagni — scherza ma non tanto Fausto—che qui altro che politica, l’incolumità fisica rischiamo con queste innaturali alleanze. Sai quante porte delle galere stanno per aprirsi. «Volente o nolente, di riffa o di raffa, finisce che più crescono i guai e le difficoltà più i «consigli» del delegato di Cosenza risultano determinanti. E se voleva uscire di scena, lo psicodramma l’ha rimesso in pista. La pensione può aspettare. Con due partiti sotto lo stesso tetto, Rifondazione 1 e Rifondazione 2, il suo ruolo torna centrale. Preoccupato com’è anche perla piega che le cose possono prendere sul fronte istituzionale. La porta sbattuta in faccia al Pd e la verifica annunciata nelle giunte locali di centrosinistra. «Voglio proprio vedere però come faranno a tenere insieme i trotzkisti che vogliono mandare all’aria le amministrazioni e l’ala Grassi che non mi pare proprio abbia di questi propositi». E il capitolo, cruciale, delle liste per le europee. La linea Ferrerò prevede simbolo del partito e apertura a Diliberto, per l’unità dei comunisti. Giusto il progetto che Fausto ha sempre avversato. E su questo il filo fragilissimo rischia di rompersi: sotto quel vecchio marchio i bertinottiani non hanno alcuna intenzione di prendere posto, e potrebbero scendere in campo con una propria lista. Si vedrà. Per ora, il delegato di Cosenza se ne torna a casa con quell’ultimo fotogramma, «che spettacolo penoso», di un congresso che non avrebbe mai immaginato così: l’appello nominale sui documenti, la sfilata sul palco delegato per delegato per controllare la fedeltà. «Compagni ecco il mio voto, anche se avrei potuto esprimerlo restando seduto».