L’altra Israele, signornò al governo di occupazione

Ottocento i “refusenik” e molti i giovani che hanno già attuato le “diserzioni preventive”

Il 25 gennaio di quest’anno forse rappresenta un punto di non ritorno per la società israeliana. E’ il giorno in cui ben 53 militari dello Tzahal, perlopiù impiegati nei corpi d’élite, hanno detto basta alla violenza dell’occupazione ai danni delle popolazioni palestinesi. Per dare sfogo alla loro protesta, che ormai covava da tempo nelle file dell’esercito con la stella di David, hanno scelto le colonne del principale e più autorevole quotidiano nazionale, Haaretz.
Non sono più gli sparuti obiettori di coscienza di Yesh Gvul, né i pochi sebben determinati militanti dei movimenti pacifisti tradizionali. Questa volta a dire signornò sono gli ufficiali e i soldati che hanno combattuto in prima linea contro la Resistenza palestinese, «educati nel grembo del sionismo e del sacrificio per lo stato d’Israele». I militari che, «nonostante l’alto prezzo personale che abbiamo pagato», ora trovano il coraggio di denunciare come ingiusti e inumani gli ordini loro impartiti, i quali «non hanno niente a che fare con la sicurezza dello stato, e il cui unico obiettivo è la dominazione sul popolo palestinese». Una bomba per una società cresciuta nell’autoconvincimento che la guerra contro gli arabi fosse «una guerra giusta contro il terrorismo»; per una società tra le più militarizzate, pressoché compatta attorno al suo esercito, la quale ora si sente dire dai suoi figli – allevati con un libro di Ben Gurion in una mano e un micidiale Uzi nell’altra – che «il prezzo dell’occupazione è la perdita dell’immagine umana di Tzahal e la corruzione dell’intera società israeliana».

Una protesta che covava da tempo

«Noi dichiariamo che non continueremo a combattere in questa guerra per la pace delle colonie, che non continueremo a combattere oltre la linea verde per dominare, espellere, affamare e umiliare un intero popolo», si legge nelle ultime righe dell’appello dei “refusenik”. E il fenomeno delle diserzioni si diffonde a macchia d’olio. Non serviranno ad arginarlo la repressione dei tribunali militari – il “reato” è punito, in media, con quattro settimane nelle prigioni di Atlit (Haifa) e Ramle (Tel Aviv) -, né la denigrazione sugli organi di stampa conservatori, né tanto meno le minacce dei gruppi estremistici dei coloni, secondo cui «ai traditori tocca la stessa sorte dei terroristi». In poche settimane, di pari passo con l’avanzata dell’Intifada di Al Aqsa e l’accentuazione delle violenze israeliane, il numero dei riservisti (ogni israeliano dopo il servizio di leva – tre anni per gli uomini e due per le donne – viene richiamato per un periodo di “riserva” di 30-35 giorni fino all’età di 43 anni, per gli ex componenti dei reparti di combattimento, e di 50 anni per tutti gli altri) che si rifiutano di impugnare le armi contro i palestinesi raggiunge picchi impensabili. Anche durante le fasi più cruente dell’occupazione sionista in Libano, dopo i massacri di Sabra e Chatila, si era assistito a fenomeni di “disobbedienza” nelle file dell’esercito, ma mai erano riusciti a lambire il “nocciolo duro” di Tzahal e a fare breccia più di tanto nell’opinione pubblica democratica.

«Non premerò il grilletto»

I “refusenik” odierni possono essere paragonati ai “Veterani per la pace” che hanno operato, e operano, negli Usa dopo aver vissuto sulla propria pelle gli effetti della guerra in Vietnam. Dalla loro parte si sono schierati numerosi intellettuali e artisti, rilanciando ovunque lo slogan “HaKibush Hofekh Otanu l’Sarbanim”, l’occupazione ci rende disertori. La famosa cantante Noa (il cui nome in ebraico significa “sorella di pace”) recentemente si è considerata «fiera dei soldati israeliani che rifiutano di andare nei territori occupati e orgogliosa di tutti coloro che rischiano per quello in cui credono». Piano piano è sorta una vera e propria organizzazione volta a propagandare il ricorso alla diserzione, “Courage to refuse”. In pochi mesi si moltiplicano gli appelli e le lettere inviate agli alti gradi dell’esercito. In una di queste, Yigal Bronner, studioso di sanscrito presso l’Università di Tel-Aviv, motiva così la sua scelta: «Se i “bisogni militari” ci inducono a porre sotto assedio, dare la caccia, ridurre alla fame un intero popolo, allora c’è qualcosa in questi “bisogni” che è terribilmente sbagliato. Quindi sono costretto a disobbedire alla chiamata: non tirerò il grilletto». Significativa la testimonianza di Sergio Yahni, co-direttore dell’Alternative Information Center e renitente, il quale in una missiva inviata al ministro della Difesa dell’ultimo governo Sharon, Ben Eliezer, denuncia la guerra sporca condotta con «esecuzioni extragiudiziali, omicidi di donne e bambini, distruzione delle infrastrutture economiche e sociali della popolazione palestinese, l’incendio di terreni agricoli, lo sradicamento sistematico degli alberi. Voi avete seminato terrore e disperazione, ma non siete riusciti a raggiungere il vostro obiettivo fondamentale: il popolo palestinese non ha rinunciato ai propri sogni di sovranità e indipendenza. Né tantomeno avete dato sicurezza al vostro stesso popolo». Quella condotta nella terra sacra alle tre religioni monoteiste «è una guerra combattuta da una parte sola, con lo scopo, neanche poi così tanto occulto, di distruggere qualsiasi speranza di vita e indipendenza per lo stato palestinese. In questa cosiddetta guerra, ogni pretesto è buono per infliggere un’altra nakba (la catastrofe del 1948, ndr) ai palestinesi», scrive Schlomi Segall, sergente riservista dei paracadutisti. «Si stanno distruggendo le basi di una società schiacciata dall’esercito israeliano, che lotta per crearsi un futuro. Si tratta di un operato al quale gli israeliani più coscienziosi sentono di non poter più partecipare».
«In realtà questa non è una guerra contro il terrorismo», aggiunge Ishai Menuchuin, 43 anni, in un’intervista rilasciata all’agenzia Fides. «Il terrorismo è solo un pretesto. Questa è una guerra per difendere le colonie e mantenere il controllo della terra».

Il coraggio di rifiutare

All’organizzazione dei “refusenik” va anche il merito di aver sfatato alcuni luoghi comuni costruiti in questi decenni di occupazione; una capacità di andare controcorrente per tanto tempo prerogativa limitata alle personalità pacifiste più radicali, come Zvi Schuldiner, Uri Avnery e Israel Shamir. «Brandendo qualsiasi critica alla miseria che infligge ai palestinesi come antisemitismo, Sharon si appropria di ciò che è sacro per gli ignobili fini che si è prefisso. Gli ebrei e i non ebrei, non devono prestarsi a questo spregevole tentativo di desacrare la memoria della persecuzione del popolo ebraico per giustificare l’oppressione di un altro popolo», sostengono gli attivisti di “Courage to refuse”.
Attualmente non è quantificabile con precisione il numero dei disertori nelle file di Tzahal. Le ultime stime ufficiose hanno superato abbondantemente quota ottocento. Poi il ferreo black-out imposto da Sharon, unito al tentativo di certa stampa filo-israeliana di insabbiare il tutto, ha in parte occluso il rubinetto delle informazioni. Comunque, gli stessi “refusenik” fanno sapere che anche i dati diramati dai gruppi pacifisti e solidali con la protesta sono stimati per difetto, circoscritti ai disertori che hanno inteso rendere pubblica la loro decisione. Si calcola che, per ogni militare che annuncia apertamente il suo dissenso, ci sono 8-9 suoi commilitoni che esprimono le stesse posizioni, ma che spesso non hanno la forza di affrontare i superiori e il clamore suscitato dai media “patriottici”. Di pari passo si sta sviluppando un altro fenomeno nuovo: quello delle “diserzioni preventive”. Finora più di cento studenti delle scuole medie superiori hanno dichiarato di essere pronti a rifiutare, per motivi politici ed etici, un possibile invio nei Territori una volta richiamati nell’esercito.

Una crepa nella società israeliana

E, anche grazie all’impulso del rifiuto di massa delle armi, il dubbio comincia ad incunearsi perfino nelle teste di alcuni intransigenti “falchi” e in quei settori ebraici, di origine progressista, nel tempo accodatisi a Sharon. Tanto da spingere un ex tenente colonnello della Forza di Difesa, Gal Luft, a scrivere su Foreign Affairs che «se la storia è davvero maestra di vita, la campagna militare israeliana volta a sradicare il fenomeno dei kamikaze non ha probabilità di successo». Da indurre la maggioranza della base del Partito laburista, reduce da un governo d’unità nazionale tra i più criminali della storia d’Israele, a imporre un leader come Amram Mitzna, favorevole alla ripresa del dialogo con l’Anp e – almeno a parole – a un processo che vada verso la costruzione di “due stati per due popoli”. O a portare, in occasione della Giornata dell’Onu di solidarietà con la Palestina, ben nove associazioni ebraiche di tutta Europa a stigmatizzare «l’ingiustificabile comportamento d’Israele nei territori occupati» e rivendicare «la creazione di uno Stato palestinese basato sui confini del 4 giugno 1967, con una continuità territoriale e pieno controllo delle proprie risorse».
Seppur lentamente, qualcosa comincia a muoversi nella giusta direzione e s’intravedono le prime crepe in una società, quella israeliana, spesso spacciata propagandisticamente come monolitica. La solidarietà fattiva alle forze protagoniste dell’Intifada, il sostegno politico ai “refusenik”, il boicottaggio dei prodotti israeliani e la controinformazione, atti concreti in cui si devono mobilitare tutti i “partigiani della pace” del nostro continente, possono dare un contributo ingente alla maturazione di queste contraddizioni.

*(Segreteria Nazionale del PRC)