L’altra America «rivelata» da Katrina

MA. FO.
Sono passate inosservate le ultime cifre diffuse dal Bureau of Census (l’ufficio nazionale di statistica) degli Stati uniti, martedì scorso. Si capisce: era il giorno in cui l’uragano Katrina si è abbattuto sulle coste di Louisiana, Mississippi, Alabama, e i notiziari non parlavano d’altro. Eppure quelle cifre dicevano qualcosa sullo stato generale della nazione americana e forse anche su New Orleans allagata, con la sua popolazione di disperati alla deriva. Si tratta degli ultimi dati sulla povertà negli Stati uniti: il numero di cittadini americani ufficialmente «poveri» è aumentato di 1,1 milioni di unità nel 2004 rispetto all’anno precedente, raggiungendo la cifra di 37 milioni di «poveri» (su una popolazione totale di 297 milioni). Dunque, poco meno del 13% degli americani vive al di sotto di quella che il governo considera la «soglia di povertà» (che cambia secondo le dimensioni della famiglia: la soglia è 19.300 dollari all’anno per una famiglia di 4 persone, 12.300 dollari per una famiglia di due). Il numero di «poveri» era calato per l’ultima volta nel 2000, ultimo anno dell’amministrazione Clinton (allora erano 31 milioni). Poi non ha fatto che crescere.

Il numero dei poveri è aumentato benché l’economia sia cresciuta – o almeno questo dicono le cifre ufficiali: 2,2 milioni di posti di lavoro in più l’anno scorso, il dato migliore dal `99. Un paradosso? Bisogna vedere cosa si intende per «povertà» e cos’è un «posto di lavoro», in termini di salario e di copertura sociale: si pensi a Wal-Mart, il più grande datore di lavoro (privato) negli Stati uniti con 1,3 milioni di dipendenti – di cui il 60% non ha assistenza sanitaria ma usufruisce del welfare pubblico riservato ai «poveri». Secondo il Bureau of Census in effetti è aumentato il numero di americani che non ha un’assistenza (assicurazione) sanitaria: 45,8 milioni, 800mila persone più dell’anno precedente. Per il resto, le cifre confermano quello che già tutti sanno: che gli stati del sud sono i più poveri, mentre quelli del nord-est e dell’ovest sono i più ricchi.

Certo, gli Stati uniti restano una delle nazioni ricche al mondo, anche se al suo interno ha dei «poveri». Il reddito però non dice tutto. Altri indicatori descrivono meglio lo stato di una società: l’accesso ai servizi sanitari, la speranza di vita, l’istruzione, e così via. Nei primi anni ’90 un gruppo internazionale di economisti che aveva seguito i ragionamenti di Amartya Sen ha provato a misurare lo sviluppo delle nazioni in base a un mix di mortalità infantile, alfabetizzazione e reddito pro capite – lo chiamarono «sviluppo umano». Gli Stati uniti, si intende, rientrano tra i paesi ad «alto sviluppo umano». Ma anche qui le statistiche ingannano, e chi compila le cifre lo sa benissimo. Prendiamo ad esempio la speranza di vita alla nascita: negli Usa è di 77 anni, più o meno come nei paesi più avanzati. E però per gli americani bianchi è 77,4 anni e per i neri 71,7 – mentre per i maschi neri è appena 68 anni, quasi dieci anni meno del dato generale. Così la mortalità infantile: negli Usa muoiono 7,1 neonati ogni mille nati vivi (Bureau of Census, 2002), ma nella popolazione nera la mortalità infantile è del 14,6 per mille, tra i bianchi 5,8 per mille. Per fare un paragone, a Cuba la mortalità infantile si aggira sul 7,4 per mille: un neonato cubano se la passa molto meglio di uno nero americano, che invece ha la stassa probabilità di morire di un neonato della Bielorussia (14,4 per mille). Le statistiche nascondo tante Americhe diverse: a New Orleans l’uragano Katrina ha reso visibile quella più taciuta.