L’Alta corte benedice il muro

Israele, i giudici supremi cancellano il verdetto dell’Aja, che aveva condannato la barriera
Piccole modifiche Ma il tribunale impone al governo di spostare il tracciato «incriminato» nei pressi di Qalqilya, accogliendo in parte le rimostranze dei cittadini palestinesi. Solo due settimane fa avevano autorizzato la ripresa dei lavori

GERUSALEMME
Con una sentenza «fatta in casa», che fa lo slalom tra i principi sanciti dalle Convenzioni internazionali, la Corte suprema di Israele ieri ha da un lato chiesto al governo Sharon di rivedere nel distretto di Qalqilya il tratto del tracciato del muro in costruzione in Cisgiordania – in modo da alleviare i danni per cinque villaggi palestinesi – e dall’altro ha sferrato un attacco frontale alla Corte di giustizia dell’Aja, che poco più di un anno fa condannò il progetto israeliano. La Corte suprema ha accusato i giudici internazionali di aver preso la loro decisione ascoltando solo le ragioni palestinesi senza tenere conto di quelle di Israele, volte a dimostrare che la barriera ha solo finalità di sicurezza. Una tesi che un rapporto diffuso proprio ieri dal prestigioso centro israeliano per i diritti umani Betselem e dall’associazione «Planners for Planning Rights» smentisce categoricamente. Non la sicurezza ma l’espansione delle colonie ebraiche in Cisgiordania, si afferma nel rapporto, è stata la considerazione principale dei teorici del muro. L’obiettivo primario è stato quello di includere sul versante della barriera controllata da Israele porzioni di Cisgiordania idonee a favorire l’espansione degli insediamenti. Invece la Corte suprema di Israele si è detta convinta che la barriera sia giustificata dalla necessità di proteggere la popolazione dello stato ebraico da «attacchi terroristici» e che quindi non violi il diritto internazionale.

I nove giudici israeliani hanno sganciato siluri a ripetizione contro la Corte dell’Aja – per la quale l’intera barriera è illegale poiché costruita in un territorio occupato – affermando che si tratta di una conclusione presa sulla base di una conoscenza «parziale» dei fatti. Il tribunale dell’Aja, hanno affermato, non avrebbe tenuto in considerazione le necessità militari e di sicurezza che hanno portato Israele a decidere la costruzione del muro. Il diritto internazionale, secondo l’interpretazione dei giudici israeliani, autorizza il comandante militare di una potenza occupante a prendere tutte le misure necessarie per tutelare la sicurezza dei suoi cittadini. Questa posizione è paradossale perché uno stato occupante, dice lo stesso diritto internazionale, non può insediare popolazione civile (i coloni) in un territorio occupato militarmente.

Se Israele non avesse costruito le colonie ebraiche in Cisgiordania, violando proprio il diritto internazionale, oggi non sarebbe tenuto a proteggerle. E’ curioso che il ministro degli esteri dell’Anp Nasser Qidwa che, l’anno scorso, in qualità di ambasciatore alle Nazioni unite, rappresentò la posizione palestinese davanti alla Corte dell’Aja, non abbia sentito la necessità di replicare alle accuse rivolte ai giudici internazionali che avevano sancito l’illegalità del muro. La leadership palestinese si accontenta dell’accoglimento del ricorso presentato dagli abitanti di cinque villaggi adiacenti all’insediamento ebraico di Alfei Menashe, situato a quattro chilometri di distanza a est del confine armistiziale antecedente il conflitto del 1967 (la cosiddetta «linea verde»). I giudici hanno stabilito che i diritti palestinesi sono stati gravemente violati dalla barriera, già completata in quell’area.

La Corte Suprema ha affermato che non c’è proporzione tra il danno di cui questi sono vittime e le necessità di sicurezza di Israele e ha trovato «strano» il tracciato della barriera che in quell’area crea «strozzature» che rendono difficili gli spostamenti e le comunicazioni degli abitanti dei villaggi palestinesi col resto della Cisgiordania. Se ieri esultavano i palestinesi dei cinque villaggi del distretto di Qalqilya, alle porte di Gerusalemme invece gli abitanti di Ezzariyeh (Betania) sono rimasti impassibili.

Gli stessi giudici della Corte Suprema che hanno imposto al governo israeliano di modificare un tratto del muro, due settimane fa avevano autorizzato la ripresa dei lavori della barriera sospesi circa un anno fa in seguito al ricorso presentato dagli abitanti del villaggio. «Nei giorni scorsi, sono arrivati i bulldozer che hanno cominciato a scavare lungo un nuovo percorso che passa tra le nostre case», ha raccontato Yacub Daher. Tra i danneggiati ci sono anche i cooperanti dell’Ong “Gvc” di Bologna, da anni impegnata con progetti di sviluppo nei Territori occupati.