L’affondo di Prodi: giù il costo del lavoro

Una grandissima operazione», secondo Fausto Bertinotti; «una avventatezza», la replica di Silvio Berlusconi; «una coraggiosa proposta», incalza Francesco Rutelli; «una ricetta miracolosa», ha ironizzato Claudio Scajola. Oggetto del contendere la proposta lanciata da Prodi martedì sera a Porta a porta: l’Unione a pronta a ridurre di 5 punti il cuneo fiscale. In realtà Prodi già alcuni giorni fa, intervenendo a Radio anch’io, aveva promesso che nei primi «cento giorni» di governo, il centro sinistra avrebbe varato una riduzione del costo del lavoro. La novità è che la riduzione del cuneo fiscale è stata quantificata: 5 punti. Prodi non è stato prodigo di informazioni sul chi saranno i beneficiari del taglio e su come sarà possibile «coprire» le minori entrate contributive. L’unica cosa che ha spiegato (ieri) replicando alle critiche del centro destra è che «lui i conti li sa fare bene» e che in un anno è possibile mantenere la promessa» del taglio dei cinque punti.

Il colpo per Berlusconi è stato duro, la reazione nervosa, il fastidio evidente: la proposta dell’ex presidente della Commissione europea d’altra parte va incontro alle richieste della Confindustria e più in generale di tutti gli industriali che lamentano un cuneo fiscale troppo alto. Il che significa un alto costo del lavoro, accompagnato da basse retribuzione nette (falcidiate dal cuneo) che «scaricano» sulle imprese le tensioni salariali, visto che i lavoratori fanno i conti del loro salario non al lordo, ma al netto di ciò che gli entra in tasca.

Secondo il ministro delle attività produttive, Scajola, il taglio di 5 punti del costo del lavoro, come proposto da Prodi, è praticamente impossibile da realizzare: «costerebbe 40 mila miliardi di lire», circa 20 miliardi di euro, ha detto. Il taglio di un punto, infatti, vale circa 4 miliardi di euro di minori entrate. In realtà, anche il centro destra vuole tagliare il cuneo fiscale: di almeno 3 punti. Mai, però, hanno spiegato dove reperiranno le risorse per il taglio. La cosa che più li colpisce è che Prodi abbia rilanciato su una loro proposta. E questo li fa andare in bestia, perché si sentono scavalcati. Ma è realmente possibile ridurre di 5 punti il cuneo fiscale? Probabilmente si, ma non è facile.

Una cosa che Prodi non ha spiegato è se la riduzione del cuneo interessa solo i contributi sociali o anche le aliquote fiscali per i lavoratori dipendenti. C’è, però, da dire che in questa seconda ipotesi i vantaggi della riduzione del cuneo sarebbero tutti a vantaggio dei lavoratori, mentre nulla spetterebbe alle imprese. A parte un effetto indotto di una minore pressione per adeguamenti contrattuali, visto che i salariati recupererebbero un po’ di soldi dalla riduzione della pressione fiscale. L’ipotesi più reale è, quindi, che per ridurre il cuneo fiscale si agisca sui contributi sociali che lo scorso anno dovrebbero aver sfiorato i 180 miliardi di euro in larga parte versati dalle imprese (e dai lavoratori autonomi), ma in misura non piccola (circa un terzo di quelli pagati dai datori di lavoro), anche dai lavoratori dipendenti. Tanto per dare delle cifre, i datori di lavoro pagano contributi che variano tra il 26 e il 29 per cento della retribuzione lorda, mentre i lavoratori Inps pagano oltre il 9 per cento, sempre della retribuzione lorda. Il risultato finale è che una retribuzione lorda di 2000 euro, dopo il pagamento dei contributi sociali e delle imposte, in pratica si dimezza. E questa differenza tra lordo e netto che finisce in tasca ai lavoratori, si chiama cuneo fiscale.

Dall’esempio fatto si capisce come una riduzione di 5 punti del cuneo fiscale, le imprese (se fossero loro le uniche beneficiarie) risparmierebbero 100 euro al mese di costo del lavoro. Se la riduzione fosse un po’ più equa (come chiede Bertinotti) parte dei 100 euro andrebbero al salario netto. In ogni caso per le imprese un bel sollievo.

Ma c’è un problema: come finanziare l’operazione? Non bisogna, infatti, dimenticare che i contributi sociali servono a finanziare il sistema pensionistico e che, pertanto, qualunque versamento in meno di contributi significa anche pensione più bassa. Come dicono spesso Berlusconi e Tremonti presentando i loro provvedimenti, una piccola parte del taglio si ripaga. Le retribuzione nette più alte significano maggiori consumi, una crescia economia più alta e anche più Iva. Senza contare che le imprese in presenza di un costo del lavoro più basso potrebbero essere più competitive e aumentare l’occupazione. Ma non basta.

La seconda ipotesi è che parte del sistema previdenziale venga messo a carico della fiscalità generale. Ma in questo caso sarebbe necessario aumentare la pressione fiscale. O forse, sarebbe sufficiente una minore evasione fiscale in base al principio, fatto proprio anche da Prodi, di «pagare meno, pagare tutti». In questa ottica potrebbe essere reintrodotta l’imposta sulle successioni e le donazioni che un po’ di soldi potrebbe fruttare. Ci sono poi altre strade percorribili. La prima è di ricontrattare le prestazioni pensionistiche, abolendo subito lo «scalone» introdotto con la controriforma di Maroni.

Un’altra via è l’aumento dei contributi previdenziali per i lavoratori autonomi. In realtà, anche in questo caso, sarebbe sufficiente una lotta all’evasione (contributiva e fiscale) per riallineare senza fatica i conti. Un altro settore nel quale pescare, anche per scoraggiare il lavoro precario, è quello del lavoro atipico, i Co.co.pro i cui contributi sociali sono molto più basi di quelli pagati dal lavoro «regolare». Più volte in questi mesi si è parlato di un «riallineamento» contributivo. Il che potrebbe significare portare i contributi per gli atipici allo steso livello di quello dei «regolari», scontando però una diminuzione di 5 punti (complessivi) per questi ultimi. E’ evidente che le soluzioni non sono neutrali: non è sufficiente che parte del cuneo fiscale torni ai lavoratori per fare una politica retributiva di sinistra.