L’affaire Enel-Suez e il bluff del “capitalismo dei consumatori”

Un modo insulso ma niente affatto innocente di commentare la vicenda dell’opa annunciata da Enel per scalare Suez, il colosso energetico franco-belga, consiste nel sostenere che, dopo gli anni Ottanta e Novanta, nel corso dei quali il «libero mercato» è stato protagonista della scena mondiale, adesso si profila un «ritorno al protezionismo» e uno scontro tra capitalismi nazionali. Non sorprende che si insista su tale rappresentazione. Nonostante i disastri provocati dal liberismo, essa consente di sfruttare l’affaire (mancata) Enel-Suez per rilanciare sul terreno delle liberalizzazioni. Magari evocando la bella immagine di un «capitalismo dei consumatori», tanto per citare la spiritosa trovata del Corriere della sera.
La portata ideologica di questa impostazione dovrebbe apparire subito evidente. Essa serve ad avvalorare il classico schema secondo cui da una parte c’è il «libero mercato», un sistema rispettoso della libertà economica nel quale la politica si astiene da interferenze (per definizione indebite) nel «gioco» dell’economia; dall’altra, c’è il «dirigismo»: un ordine governato dalla politica, la quale tende per sua incoercibile vocazione ad imporre le istanze del nazionalismo, cioè la difesa aggressiva degli interessi degli Stati. In questo modo si accredita la spontanea convergenza tra capitalismo e libertà. E si suggerisce l’idea che, se lo si lasciasse operare indisturbato, il «libero mercato» procurerebbe a tutti sviluppo e progresso. A sua volta la politica, presentata come l’altro dell’economia, appare come il guastafeste, il nemico della libertà. E la politica in questo discorso – gratta gratta – che cos’è? Sono i parlamenti e le leggi. Ma è soprattutto l’irricevibile pretesa dei corpi sociali – a cominciare dalle classi lavoratrici – di partecipare alla direzione dei processi produttivi.
Posta in questi termini, è facile intendere perché la contrapposizione tra liberismo e dirigismo sia un pezzo forte della retorica antipolitica della destra, che tuttavia ne conosce assai bene il carattere ideologico. Non s’è mai visto un capitalista che prenda sul serio l’idea secondo cui l’economia (l’impresa, il rapporto col lavoro, il mercato, la moneta, il sistema creditizio) potrebbe fare a meno della politica. Né mai si vedrà un padrone che – in nome dell’autonomia del «libero mercato» – rifiuterà leggi contro gli scioperi o contro i diritti del lavoro; interventi di politica economica che privatizzino risorse o sfere di attività; interventi di politica monetaria favorevoli alle speculazioni finanziarie; interventi di politica estera – guerre comprese – che riducano i costi delle materie prime.
Se è ben chiaro il vantaggio del capitale di autorappresentarsi come sinonimo di libertà (oltre che come motore di sviluppo), assai meno si comprende invece – salvo chiamare in causa la potenza egemonica delle idee dominanti – il favore di cui l’alternativa liberismo-dirigismo gode presso tanta parte della sinistra, comprese talune articolazioni della sinistra di alternativa. A prestarvi fede non è infatti soltanto chi ha consapevolmente sposato il dogma liberale secondo cui modernità fa rima con privatizzazione di beni e servizi. Come osservava di recente Giorgio Cremaschi su queste pagine, è anche chi, nelle file della sinistra anticapitalista, crede nell’esistenza di un «capitale globale» sradicato da ambiti nazionali e contesti politici. E chi, nel contrapporsi alla cosiddetta «globalizzazione neoliberista», perde di vista il fatto che – al di là del suo mettere l’accento ora sulla libertà degli scambi, ora sulle esigenze di regolazione – il nemico del movimento di classe è il capitale in quanto rapporto sociale-politico, cioè in quanto organico sistema di sfruttamento e di dominio.

Ma lasciamo andare. Quel che conta adesso è capire come stiano le cose e quale sia la vera posta in gioco. Per tutto ciò che si è sin qui osservato, è opportuno muovere da una premessa opposta all’ideologia che, ponendo in alternativa tra loro l’economia e la politica, prospetta l’ipotesi fantasiosa di imprese e capitali che giocano e crescono entro mercati capaci di autoregolarsi. Si tratta cioè di comprendere in prima battuta che non c’è alcun sistema economico nel quale la politica non svolga funzioni determinanti nella definizione di obiettivi, strategie, criteri di allocazione delle risorse, interessi prevalenti. Ne deriva che sia il liberismo sia il protezionismo sono politiche economiche, forme politiche di direzione dell’economia (e forme di governo dell’economia a fini politici). Da questo assunto discende a sua volta una conseguenza cruciale. Sottolineare la rilevanza dell’elemento politico in entrambi i sistemi aiuta a capire che essi non si escludono affatto l’un l’altro: che si collocano piuttosto su un continuum, caratterizzandosi per diversità di accenti e variamente mescolandosi tra loro nella definizione delle concrete politiche economiche.
Proviamo ad adottare questa ipotesi per ripensare all’ultimo trentennio: al periodo successivo al 1975, anno cruciale che vede l’acme del conflitto sistemico (operaio e studentesco) in Occidente e, con la sconfitta statunitense in Vietnam, la massima apertura del gioco politico sul piano internazionale. Dalla seconda metà degli anni Settanta il mondo imbocca una via ben precisa. La vittoria della Thatcher e di Reagan (1979-80) sconvolge in primo luogo i Paesi occidentali. Nel giro di un decennio (i «gloriosi» anni Ottanta) il liberismo trasforma il volto delle società capitalistiche a suon di privatizzazioni e tagli alla spesa sociale, precarizzazione del lavoro e attacco alle organizzazioni sindacali. Ben presto però gli effetti della «rivoluzione conservatrice» varcano i confini del mondo occidentale. Alla guerra contro il lavoro all’interno corrisponde l’affermarsi di una nuova forma di colonialismo sul piano internazionale. Le politiche di «liberalizzazione» imposte dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale e gli accordi di «libero scambio» promossi dagli Stati Uniti sortiscono l’effetto di sancire le gerarchie di potenza economica e militare, consolidando rapporti di vassallaggio e di sfruttamento di risorse e lavoro a danno dei Paesi più poveri e «in via di sviluppo».
È possibile sostenere che tutto ciò sia stato frutto del «libero gioco» dei mercati? La politica non ha svolto alcun ruolo in questo processo? La verità è che proprio le trasformazioni prodotte dall’offensiva neoliberista hanno richiamato in primo piano l’elemento esplicitamente politico del governo delle società e delle relazioni internazionali. Accanto al «disordine mondiale» provocato dalla fine del bipolarismo, proprio lo sfondamento capitalistico (il dilagare della disoccupazione e della povertà, lo scatenamento di un’offensiva neocoloniale, l’esplosione dei flussi migratori dal Sud al Nord del mondo) ha imposto il massiccio intervento dei governi, sia sul versante interno (ipotesi neocorporative; rilancio della spesa militare; modelli neoautoritari di controllo sociale; recupero di forme plebiscitarie e carismatiche), sia nel campo delle relazioni internazionali (con il ritorno in auge della geopolitica, dei fondamentalismi e della guerra, a cominciare dalle «guerre stellari» di Reagan e dalla prima Guerra del Golfo scatenata da Bush padre).
Per contro questo «ritorno della politica» già nel corso degli anni Ottanta non ha affatto comportato l’archiviazione del «liberismo». Si sono mai accantonate le privatizzazioni? Si sono mai praticate politiche di bilancio volte a ricostruire i sistemi pubblici di welfare? Si è mai perseguita una programmazione tesa alla piena occupazione e ad eque politiche salariali? O non è avvenuto precisamente il contrario, e cioè che la stretta autoritaria dei governi si è puntualmente intrecciata con la distruzione dei sistemi di garanzia sociale e con la guerra contro i diritti del lavoro, così come sul piano internazionale le guerre e il protezionismo a tutela degli interessi delle maggiori potenze sono sistematicamente andati di pari passo con l’aggressione liberista diretta dal Fmi e dalla Wto a danno delle economie più deboli?

Questo rapido excursus mostra con chiarezza come, lungi dall’escludersi a vicenda, liberismo e dirigismo (o, come qualcuno preferisce dire, «statalismo») abbiano invece molto in comune tra loro. Certo cambiano gli strumenti. Il liberismo elimina regole e vincoli al capitale (il che determina il ferreo imbrigliamento del lavoro e la secca riduzione dei suoi diritti); il dirigismo privilegia la decisione, le politiche di piano e – all’occorrenza – l’intervento coercitivo. Ma il mutamento dei mezzi non riflette un cambiamento del fine, che in entrambi i casi, nel quadro del sistema capitalistico, è la sovranità assoluta del capitale e la privatizzazione delle economie.
Se sarebbe sbagliato accogliere l’ideologia che contrappone liberismo e dirigismo, non per questo, tuttavia, si tratta di considerare irrilevante qualsiasi mutamento di fase che veda il passaggio da una direzione a dominante liberista ad un orientamento segnato da prevalenti criteri dirigisti. Al contrario, un mutamento di tal fatta può costituire un tornante di notevole portata. Da questo punto di vista, la scaramuccia italo-francese merita in effetti attenzione, poiché potrebbe essere sintomo di una tendenza foriera di gravi pericoli.
Per intenderci, conviene riprendere in mano un grande libro, pensato e scritto negli anni della Seconda guerra mondiale da Karl Polanyi, straordinario intellettuale di origine ungherese emigrato in Inghilterra negli anni Trenta e, di qui, negli Stati Uniti di Roosevelt. Nella sua ricerca Polanyi prende le mosse da domande cruciali: perché le due guerre mondiali? perché l’avvento del fascismo in Italia e in Germania e l’instaurarsi di regimi autoritari in molti altri Paesi occidentali?
La risposta, consegnata a quel capolavoro che è La grande trasformazione (1944) è molto netta: il cataclisma che sconvolse l’Occidente liberale provocando un «ritorno della politica» in forme patologiche fu diretta conseguenza dell’inevitabile fallimento dell’utopia liberista, cioè del progetto di affidare la vita delle società ad un sistema di «mercato autoregolato». Questa utopia negativa determinò la frammentazione delle società, l’esplosione delle disuguaglianze, la miseria delle masse lavoratrici. Rese ingovernabili grandi Paesi, disseminò l’avversione nei confronti dei sistemi parlamentari e al tempo stesso radicò istanze autoritarie intercettate da leadership reazionarie propense a politiche di guerra e di irreggimentazione totalitaria.
Notoriamente la storia non si ripete eguale a se stessa, ma non per questo è avara di insegnamenti. La morale del racconto di Polanyi – scomoda, ma quant’altre mai attuale – è che il liberismo annuncia la guerra come il lampo il tuono. Il suo grande libro aiuta a comprendere la natura bellica del liberismo, la sua stretta connessione con l’ideologia e la pratica della guerra sociale e del conflitto militare. Aiuta a comprendere che la «libertà» liberista è la legge della giungla: sul piano interno è il darwinismo sociale; sul piano internazionale è la contesa imperialistica, volta ad imporre ai meno forti rapporti di vassallaggio sul terreno degli scambi e delle condizioni di lavoro delle masse popolari.

Se la diagnosi di Polanyi coglie nel segno, l’attuale fase storica appare quanto mai gravida di pericoli. Dopo un quarto di secolo segnato dalla sovranità del capitale, le società capitalistiche sono in frantumi, percorse da enormi disuguaglianze, prive di fattori coesivi. E le relazioni internazionali tra le grandi potenze occidentali, l’Oriente, i Paesi islamici e il Sud del mondo registrano un tasso di violenza ideologica e materiale che non trova confronti in tutto il secondo dopoguerra. È difficile negare che, fatte salve le profonde differenze che separano il mondo di oggi dalla situazione creatasi nei primi decenni del Novecento, il contesto politico odierno presenti significative analogie con quello in cui maturarono i due conflitti mondiali. E tuttavia, nonostante il quadro presenti indubbiamente motivi di grande preoccupazione, proprio il ragionamento che stiamo svolgendo può forse schiudere prospettive incoraggianti.
Riconoscere le competenze della politica – il fatto che essa svolge funzioni cruciali anche là dove l’ideologia dominante ne dichiara l’estinzione – aiuta a riproporre la questione delle scelte, delle assunzioni di responsabilità, contro ogni fatalismo, contro ogni presunta ineluttabilità dei processi in atto. Se, lungi dall’essere il «libero gioco» dei mercati, il liberismo è una politica al servizio del capitale, l’alternativa ai disastri che esso produce non è – come si vorrebbe far credere – un protezionismo che in realtà ne condivide le finalità strategiche, bensì una politica che ne ribalti il segno ponendosi al servizio dei lavoratori e praticando una direzione dell’economia che ne privilegi la funzione sociale. E che per questo rilanci l’intervento pubblico in sede di programmazione e nella produzione di beni e servizi nei settori di interesse generale, dall’energia alla formazione, dalle telecomunicazioni alla sanità, dai trasporti all’acqua, dalla gestione del territorio alla tutela dell’ambiente.
Una direzione pubblica dell’economia a questi fini è possibile in virtù dell’enorme incremento di produttività procurato dal salto tecnologico compiuto con la rivoluzione informatica. Ed è necessaria, poiché è ormai evidente come una politica al servizio del capitale conduca inevitabilmente al dilagare della violenza, alla devastazione sociale e ambientale, alla catastrofe della guerra. L’epoca del neoliberismo, inaugurata venticinque anni fa dalla presidenza di Ronald Reagan, lascia in eredità un bivio drammatico tra la definitiva (e devastante) vittoria del capitale e il rispetto delle istanze e dei bisogni collettivi. Questo vale ovunque e per tutti, ed è la vera questione che si porrà a chi, l’11 aprile, riceverà il testimone del governo di questo Paese.