«L’accordo Osram non deve fare scuola»

L’accordo OSRAM di Treviso non faccia scuola. Una settimana dopo il referendum tra i lavoratori dell’impianto trevigiano che a grande maggioranza hanno accettato la rinuncia al premio di produzione per quattro anni per scongiurare la delocalizzazione delle attività minacciata dalla Siemens, l’intesa continua a far discutere. È un format che «non può e non deve essere esportato» per il segretario della Filcem-Cgil Alberto Morselli che dà l’altolà alle imprese che fossero intenzionate a far leva sullo stesso ricatto per risolvere i problemi di competitività, a far leva cioè sull’abbattimento di costi e diritti. I livelli nazionali del sindacato non sono stati direttamente coinvolti nella «soluzione» della vertenza, o meglio, lo sono stati in una prima fase quando la multinazionale tedesca propose di intervenire sul contratto nazionale. L’approccio non ebbe nessuna presa, quindi la partita si è giocata a livello aziendale, con le rsu e poi con i lavoratori che pur di allontanare lo spettro della disoccupazione hanno deciso di rimetterci di tasca propria. «Si è trattato di un accordo di difesa non certo di conquista – spiega Morselli – sul quale il giudizio è articolato». «Assolutamente negativo l’impianto secondo il quale la competitività si recupera contraendo costi e diritti», dice Morselli. Il contratto nazionale però non è stato intaccato è questo è un fatto, il secondo per il sindacalista è che gli «oneri» (in pratica la rinuncia a mille euro lordi l’anno) non sono stati scaricati solo sui lavoratori più giovani ma su tutti i dipendenti. Questo è quanto si può salvare di un accordo che per il resto ha un alto potenziale di rischio. Morselli avanza innanzitutto una domanda: perché si parla di partecipazione dei lavoratori solo quando le situazioni diventano critiche e invece si pone un tetto alla distribuzione dei premi quando l’azienda va bene e il buon risultato andrebbe compartito? «Dal punto di vista della democrazia siamo lontani anni luce tanto è vero che in 4 quattro anni se l’azienda si riprende ai dipendenti non verrà distribuito nulla». Ai lavoratori il compito di «stare con gli occhi aperti, verificare l’andamento dell’azienda e nell’eventualità che cambiasse di segno reclamare la distribuzione del risultato». Per Morselli, insomma, «non può restare tutto fermo per quattro anni». Il caso si presta a una riflessione più generale. Ad esempio sulla spinta all’aziendalizzazione del contratto che viene da Confindustria, ma non solo: viene detto che è lì che si deve distribuire la produttività. Ma come insegna il caso Osram, più quantità si spostano a livello aziendale e più margine di azione (di pressione) ha l’azienda sui lavoratori. Con il risultato che il salario aziendale più che «variabile» è incerto e aleatorio. «Ecco perché difendo il contratto nazionale – conclude Morselli – perché non è solo uno strumento di solidarietà, ma anche di certezza».