«L’accordo Atesia è pessimo. Adesso serve un referendum»

* Sentiamo la necessità di esprimere la nostra condizione, visto che la discussione ha preso vita sul manifesto, giornale che ha seguito dall’inizio la nostra vertenza, il caso Cos-Atesia.

L’11 aprile è stato siglato un’ulteriore accordo con Atesia, call center oggetto di grande discussione, di conflitto sindacale e di dibattito politico pre-elettorale, questo soprattutto grazie al clamore sviluppatosi con le lotte degli ultimi 2 anni. La sua grandezza è legata innanzitutto ai numeri: 25.000 giovani sono passati in 15 anni per questa società, producendo super guadagni per i padroni, nel 2003 gli utili sono stati pari a 10 milioni 612.557 di euro su un fatturato di 94 milioni 387.459 di euro.
Ci riferiamo a un’anomalia sviluppata ben prima della legge 30, nella Holding Almaviva, capofila del gruppo Cos, composta da: 1) Finsiel Spa (società d’informatica acquisita da Telecom); 2) Gruppo Cos (che con diverse società tra cui Cos e Atesia, svolge attività esternalizzate di call center).
L’Italia Cos: uno su quattro non ha diritti
Facciamo allora il quadro dell’andamento e della qualità del lavoro: 1) Alla Cos di Roma è in corso una cassa integrazione per diverse decine di persone che ormai si protrae da più di 6 mesi (ultima proroga firmata dalle strutture di categoria del Lazio, nonostante il parere negativo dei delegati), che segue a una procedura di mobilità aperta nel 2004. 2) Alla Cos Napoli lo scorso anno è stata aperta una cassa integrazione per 6 mesi per diverse decine di persone e sono presenti centinaia di cocoprò. 3) Xcos nel Lazio è stata messa in liquidazione licenziandone il personale a tempo indeterminato, 36 persone che non hanno neanche avuto accesso alla mobilità. 4) Per le diverse società che compongono Finsiel spa dopo le dichiarazioni dell’azienda su costi eccessivi ci sono timori per i possibili esuberi e per un cambiamento contrattuale (sono metalmeccanici). 5) Alla Alicos di Palermo (proprietà 60% Cos, 40% Alitalia) ci sono forti tensioni tra i lavoratori che hanno il contratto dei trasporti. 6) Su un altro call center Cos di Palermo si è stipulato un accordo che fa vivere 1300 lavoratori contrattualizzati part time al 50% con circa 2000 lavoratori cocoprò a cottimo. 7) Al call center Inaction di Milano si susseguono le iniziative di lotta per la stabilizzazione, anche qui ci sono moltissimi cocoprò. 8) Nel call center Cos di Catania lavorano 900 cocoprò e per questo ci sono fortissime tensioni e lotte.
Insomma, in tutta Italia solo un quarto dei 12.000 lavoratori Cos sono subordinati con diritti sindacali, la prospettiva di una pensione, la malattia e le ferie. Per rimanere nel Lazio, negli ultimi 2 anni si è passati da 830 a 610 dipendenti, e dopo la fusione prospettata per il 2007 tra Cos e Atesia su Roma si avranno quindi: 836 lavoratori a tempo indeterminato; 294 assunti a tempo indeterminato con l’accordo in questione, part time a 5 ore e reddito 650 euro lordi; 426 inserimento lavoro (18 mesi, 650 euro lordi); 1100 apprendisti (36 mesi e 650 euro lordi). I restanti lavoratori Atesia, cioè circa 2680 persone rimarranno cocoprò, a cottimo e senza diritti per svolgere la stessa attività dei colleghi subordinati. Più la possibilità per l’azienda, come è stato sottoscritto, di poter continuare ad assumere a progetto.
I lavoratori sottoposti alla trasformazione contrattuale avranno stipendi più bassi di quelli che percepivano prima e orari peggiori, saranno considerati disponibili 24 ore su 24 e avranno la clausola di flessibilità prevista dalla legge 30. Tutto questo rende evidente il processo in atto, liberarsi del lavoro che costa per utilizzare le forme atipiche e questo avviene mentre il gruppo cresce occupando fette sempre più ampie di mercato e con l’intenzione esplicitata di lanciarsi in borsa.
Troviamo inopportuno, anche alla luce di questo andamento, la sottoscrizione di un accordo che «normi» il lavoro a progetto, creando la commistione tra lavoro autonomo e subordinato, accettando la logica dell’azienda che chi utilizza il contratto a tempo indeterminato è fuori mercato.
Inoltre ci chiediamo dove sia finita la piattaforma che qualche mese fa con fatica si era costruita e diffusa tra i lavoratori, avendone un riscontro positivo. Essa definiva con nettezza alcune questioni irrinunciabili:
1) Assunzione a tempo indeterminato di coloro che avevano un anzianità superiore ai 5 anni (si valutava 500-600 persone). 2) Inserimento e apprendistato per circa 1500-1700 persone per le quali si sanciva l’assunzione a tempo indeterminato dopo x mesi per tutti; 3) Part time al 75% e full time; 4) Progressiva trasformazione dei restanti cocoprò presenti in lavoratori subordinati fino a totale assorbimento e blocco di nuove assunzioni con tale tipologie contrattuali; 5) Diritti sindacali per tutti i lavoratori.
La Cgil e il nodo cruciale della democrazia
L’ultimo sciopero del Gruppo Cos del 9 settembre scorso, nel quale si rivendicava il secondo livello di contrattazione, cioè la redistibuzione della ricchezza prodotta e la stabilizzazione dei precari, si è perso nel silenzio nonostante il successo. Noi pensiamo che il sindacato non debba rincorrere né attendere la politica, bensì usare tutti i suoi strumenti per la soddisfazione dei bisogni che rappresenta anche attraverso il superamento in avanti del quadro normativo. Pensiamo che gettare i frutti di quella straordinaria capacità di mobilitazione espressa negli ultimi anni perché si vogliono fare i conti con la «triste realtà» sia limitativo per un sindacato, di cui noi ci sentiamo parte, e che aspira a «riprogettare il paese».
Per la prima volta nella nostra storia, la nuova generazione ha una condizione di lavoro e di vita peggiore dei propri genitori, per la prima volta si è invertito un processo evolutivo, e la riflessione non può solo essere legata all’evento Berlusconiano, si dovrebbe avere la volontà di analizzare le scelte fatte dalla classe dirigente negli ultimi quindici anni.
Infine, questione centrale per noi della Cgil, la democrazia: riteniamo, visto il numero enorme di lavoratori e la loro ricattabilità, come unico strumento di validazione dell’accordo quello del referendum. Ci va riconosciuto di essere coloro che vivono la condizione del lavoro precario, il che ci dà diritto di votare, contestare e lottare in prima persona per il nostro futuro.

*Rsu Slc-Cgil Cos Roma e Lazio