«L’abbiamo bastonato di brutto»

«Cioè lo abbiamo bastonato di brutto. Solo che adesso è svenuto, non so è mezzo morto. E’ svenuto, non lo so io, qualche cosa è…». A parlare è uno dei poliziotti che il 25 settembre dell’anno scorso, intorno alle 5,30 di mattina, interviene in via Ippodromo, a Ferrara: a seguito di quella operazione, condotta da quattro agenti – tra cui una donna – morì Federico Aldrovandi, un ragazzo di 18 anni. In attesa dell’ennesima perizia sul corpo del ragazzo che verrà discussa il 27 ottobre, spuntano le trascrizioni delle chiamate arrivate quella mattina alla centrale dei carabinieri, a quella della polizia e alla sala operativa del 118 che si occupò di inviare un’ambulanza sul posto. Mettendo insieme le conversazioni, a volte disturbate da rumore di fondo e punteggiate da frasi spezzate, è possibile provare a ricostruire come si mosse la polizia in quelle ore.
Il 25 settembre è una nottata piena di segnalazioni per la centrale della questura di Ferrara: un ragazzo beccato mentre si arrampica sul balcone di un appartamento non suo, un tentativo di rapina, un cittadino che segnala quattro stranieri che armeggiano intorno a una macchina. La centrale del 112 – i carabinieri – sembra più calma. E’ qui che arrivano le prime telefonate degli abitanti di via Ippodromo per segnalare la presenza di un tipo in strada che dà in «escandescenze». Le persone chiamano i carabinieri non a caso: la stazione dell’Arma è proprio dietro a via Ippodromo solo che, per competenza, quella è una zona che spetta al pattugliamento della questura.
«E’ lì che sta urlando come un matto e sta dando in escandescenza, ma non ho capito se sono uno o in due perché è nascosto dagli alberi», dice una donna al telefono, preoccupata perché «devo uscire per andare a lavorare». Primo particolare: la signora ha l’impressione che Federico sia con qualcuno e, come vedremo, non è la sola. «Va bene, farò un passaggio», risponde l’operatore della questura al carabiniere che sollecita l’intervento.
Il guaio è che di quel passaggio via radio non c’è traccia nelle trascrizioni: non è stato registrato, o forse non è stato mai fatto attraverso la radio. Non c’è nulla di strano: succede spesso che i poliziotti operativi su strada comunichino con la centrale attraverso i loro telefoni personali. Tuttavia, nel faldone che contiene le trascrizioni radio della movimentata notte del 113, salta agli occhi che tra la questura e le quattro volanti in strada (in via Ippodromo sono ufficialmente intervenute la 2 e la 3) già prima della segnalazione dei carabinieri sul caso di Federico, si parli spesso di «un deficiente che urla» e che «rompe un po’ i coglioni». «Rientra a dare una mano alla 4 lì per… per il tipo che sta rompendo un po’ i coglioni», dice l’operatore del 113 a una volante non identificata. Ma è probabile che si tratta della 3, che in una successiva conversazione – dopo aver terminato un’altra operazione su strada – comunica: «Rientriamo eh, con quel deficiente… se avete bisogno». «Sì va bene, speriamo che si dia una calmata adesso». Chissà di che parlano. Di Federico? Dunque un’auto della polizia era già intervenuta sul posto? Oppure di qualcun altro che non c’entra nulla? Starà al pm il compito di fare accertamenti. Intanto anche il 113 riceve la sua brava segnalazione da un cittadino di via Ippodromo, il signor F.: «Ma io sento questa persona che urla così e… e presumo ci sia anche un’altra perché sembra che parli con questa persona qua». Di nuovo la sensazione che ci sia qualcun altro. L’operatore della questura rassicura: «Ci stiamo già portando sul posto». La successiva trascrizione è quella più drammatica: uno degli agenti della volante 3 chiama la questura. «Ma che è successo?». «Ah niente qui abbiamo a che fare con un pazzo di cento chili che ci è saltato addosso… E’ un pazzo duro», dice. «Abbiamo avuto una lotta di mezz’ora con questo» «Eh..Ouh! Va bene», fa l’operatore. «Cioè l’abbiamo bastonato di brutto», ammette l’agente. «Solo che adesso è svenuto, non so è mezzo morto». Pausa. «Pronto?», insiste l’operatore, «eh, è che sto tirando un po’ il fiato perché sai dopo una mezz’ora così». E qui c’è un’altra stranezza perché l’agente dice: «Adesso arriva l’ambulanza, vediamo un po’». E l’operatore: «Sì, l’ambulanza l’ho già chiamata». Dal che si deduce che questura e poliziotti si erano già parlati subito dopo la dura colluttazione, probabilmente via telefono, e gli agenti avevano già chiesto l’invio di un’ambulanza.
Allora perché, adesso, questa lunga descrizione via radio, con tanti particolari su quanto fosse «proprio matto» Federico, tanto da doverlo bastonare per mezz’ora? «Ascolta», dice a questo punto l’operatore «lui è svenuto eh, va bene?» «Sì, sì, sì», risponde l’agente. Insomma, non si dica che forse è morto. Successiva trascrizione. L’operatore del 113: «Dimmi?». L’agente: «Questo è morto». «Che è successo?» «Eh, chiama un funzionario e chiedigli se può venire». «Sì, ascolta – risponde l’operatore della questura – puoi dirmi perché?». Ma ahimè, l’agente risponde a voce troppo bassa perché si possa capire, a suo avviso, che cosa abbia ucciso Federico.