La Zucchi-Bassetti licenzia e la Cina non c’entra niente

Le 742 lettere di messa in mobilità sono state recapitate alle lavoratrici (tante) e ai lavoratori tessili del Gruppo Zucchi/Bassetti/Standardtela. Sono perciò annunciati 742 licenziamenti. Questo se, da qui al giorno di Santo Stefano in cui scade la procedura, non si ferma il processo. 742 licenziamenti di cui circa 500 nella sola Lombardia, e pressoché tutti concentrati negli stabilimenti di Casorezzo, Rescaldina, Ossona e Cuggiono.
Un gran brutto colpo per il territorio e le famiglie, anche perché oggi, ed una novità, non sono più praticabili quelle compensazioni che un tempo consentivano di riversare gli esuberi di un settore in un altro. Oggi, quando una fabbrica chiude, i suoi lavoratori sono scagliati senza alternative nel girone infernale della precarietà sociale e, con loro, ci vanno anche quelli delle microimprese che, oltretutto, non fanno nemmeno notizia. E nessuno risale.

Ma i tempi stringono, bisogna fare di tutto: fermiamo gli orologi. E questo è il pensiero: dei lavoratori e dei loro sindacati; di tutti i 20 sindaci dei comuni in cui ci sono maestranze che operano in quei quattro siti; della provincia di Milano che con il suo presidente Filippo Penati è stata anche in piazza a fianco degli operai.

Ma c’è, a sostegno del nostro impegno, una ragione in più che riguarda il territorio: qual è, mi domando, il destino di questo Nord Ovest del milanese dove già si allineano, a lato dell’immensa area dismessa dell’Alfa di Arese, la crisi della Manifattura di Legnano, quella delle calze Rede di Parabiago, la chiusura della Centenari – Zinelli di Cuggiono, la dissolvenza del settore della scarpa e di quello delle concerie del castanese?

In questo asse del Sempione, mi viene da dire, non siamo al declino ma già al dissesto dove, in uscita, tutto diventa logistica ed ipermercati, dove i post-industriali cambiano pelle in immobiliaristi e palazzinari. E la luccicante Fiera di Rho-Pero, metafora dell’Italia di oggi, metterà in vetrina quel che non si produce più né sul territorio né nel Paese.

Ma dalla Zucchi-Bassetti, non è un paradosso, si potrebbe però ripartire in controtendenza, costruire addirittura un caso di successo perché questa proprietà ha sì commesso errori gravi – forse, negli anni delle vacche grasse, ha fatto il passo più lungo della gamba sia nei processi di internazionalizzazione che in quelli dell’organizzazione produttiva – ma tuttora il Gruppo dispone di una filiera completa, di prodotti eccellenti e al riparo dalla competizione di prezzo (la Cina non c’entra nulla con le lenzuola Bassetti!), dispone di un marchio prestigioso e di raffinate professionalità. Sono questi i caratteri e i valori sui quali fare perno per superare la congiuntura perché, a differenza di altre realtà, non siamo al cedimento strutturale.

Che fanno invece gli Zucchi (ma sono poi gli Zucchi a ispirare le manovre o non i potenti azionisti Marzotto?)? Fuoriescono proprio dalle produzioni di qualità, quelle che reggono sul mercato, e riparano nella sola commercializzazione dei prodotti confezionati altrove. Si potrebbe dire che prendono il posto di una Postal Market. Ma gli Zucchi così disaggregano la filiera, la scompongono, delocalizzano il lavoro ricco (quello della nobilitazione) e restano solo come negozianti. Si ritirano, questa l’amara sintesi, dal fare industria e il marchio lo esporranno non più sulle fabbriche ma sui soli negozi. E 742 lavoratori restano “a spasso”. Proprio no.

Bisogna fare altro in questi pochi giorni da qui a S. Stefano e questo lo diremo alla Regione, a Italia Lavoro, al Prefetto, a sua Eminenza il Cardinale. Bisogna tenere assolutamente aperte le fabbriche (e giù le mani dalle macchine!) trasformando la mobilità in Cassa e, a fabbriche aperte e solo a fabbriche aperte, ragionare di “cosa produrre, per chi e come”. Vogliamo insomma che resti il lavoro industriale.

Si ragioni anche di una nuova “missione” aziendale che faccia perno sulle produzioni di alto profilo con contenuto ricco di ricerca e spessore innovativo. E’ necessario a tal fine anche un nuovo assetto aziendale? Si proceda ancora con gli Zucchi, sapendo che il marchio non è solo della famiglia (e non certo dei Marzotto) ma è del territorio e delle famiglie degli operai. E se gli Zucchi si ritraggono? Avanti un altro che abbia ancora voglia di fare industria. Solo questo chiediamo, il lavoro: è chiedere troppo?